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"La decisione di chiedere ai partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei principi costituzionali, democratici e inderogabili, non è affatto censura, ma un’esigenza di chiarezza e unità tra i diversi attori presenti in fiera. È un documento basato su riferimenti istituzionali e universali privo di visioni di parte, senza accenni politici e tantomeno legami partitici. È evidente che così non è stato interpretato”, scrive in una nota la Fiera della Piccola e Media Editoria 'Più libri più liberi' dopo le affermazioni critiche del premier Meloni. La premier aveva infatti commentato: "Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria 'Più libri più liberi', che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il 'patentino antifascista', sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono". Giorgia Meloni? “La invito a partecipare alla Fiera. Ci piacerebbe una visita della presidente del Consiglio. L’invito non è polemico ma è un’apertura per mostrare il carattere democratico e aperto della manifestazione”, dice Annamaria Malato, presidente dalla Fiera 'Più libri più liberi', che, interpellata da Repubblica in merito alla polemica sul cosiddetto “patentino antifascista”, dice che la Fiera della Piccola e Media Editoria non intende fare un passo indietro. “Non faremo un passo indietro perché il nostro intento è fare una fiera in cui tutti si sentano a casa. Poi, come specificato nella risposta dell’Aie, l’intervento della premier ci spinge a un approfondimento che discuteremo insieme al comitato di indirizzo. Sono certa che si tratta solo di un grande fraintendimento. Non è stato capito il nostro intento reale, che non era censorio, visto che la nostra fiera ha la libertà nello stesso titolo, come valore primario. L’adesione ai valori della Costituzione era già nel nostro regolamento, nell’articolo 24, l’abbiamo solo rafforzata”.
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Un partito Capibara in Parlamento? Dal web la sfida: "24 ore di lavoro a settimana, casa, bollette e trasporti gratis. Ci candidiamo alle elezioni" ebx.sh/rrfUrZ
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Mentre Iran e Usa raggiungono l'accordo per mettere fine alla guerra, la cui firma è attesa per venerdì in Svizzera, Israele fa sapere che non si ritirerà dal Libano né si considera vincolato dalla clausola contenuta nell'intesa di Washington con Teheran. Ad assicurarlo è stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel corso di un colloquio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L'annuncio sull'intesa tra Teheran e Washington è arrivato ieri al termine di una giornata segnata da un'escalation di tensione in Medio Oriente dopo che Israele ha lanciato un nuovo attacco contro Beirut, motivando l'azione come una risposta ai raid di Hezbollah. A stretto giro la reazione di Teheran che ha minacciato una risposta "imminente". Poi la svolta con l'annuncio del mediatore Pakistan. "A seguito di intensi colloqui, siamo lieti di annunciare che l'Accordo di Pace tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica dell'Iran è stato raggiunto. Entrambe le parti hanno dichiarato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, inclusi quelli in Libano. La cerimonia ufficiale di firma avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera", ha reso notoieri su X il premier pachistano Shehbaz Sharif. Il presidente Usa Donald Trump ha quindi confermato l'intesa raggiunta con un post su Truth. "L'accordo con la Repubblica Islamica dell'Iran è ora completo. Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo pienamente l'apertura senza pedaggio dello Stretto di Hormuz e, contestualmente, autorizzo l'immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!". Intanto, secondo fonti israeliane, Netanyahu ha chiarito a Trump che le Forze di Difesa Israeliane manterranno le loro attuali posizioni in Libano: "L'accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti, siamo una nazione indipendente e sovrana", ha poi commentato il ministro della Sicurezza Nazionale israeliana Itamar Ben-Gvir.
Iran-Usa, raggiunto l'accordo di pace. Netanyahu a Trump: "Non ci ritireremo dal Libano" ebx.sh/TMWhkE
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"Premettiamo una cosa: Francesco De Gregori è patrimono della musica e della cultura di questo Paese, ed è tra i più liberi di pensiero, e questa è una carettistica che mi piace. Detto questo, quel pensiero non lo condivido più di tanto". Così Luciano Ligabue commenta le recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori in merito all'esposizione degli artisti sui temi politici o sociali, come le guerre. "C'è una cosa che credo De Gregori abbia voluto dimostrare, ed è che noi non siamo costretti. Troppe volte si dice la musica 'deve', no, la musica può e a volte decide. Io ho sempre cercato di farlo attarverso le canzoni", sottolinea Ligabue, che ha scritto insieme a Jovanotti e Piero Pelù il celebre 'Il mio nome è mai più', un brano manifesto contro tutte le guerre. "'Il mio nome è mai più' la faccio da 27 anni e in quasi tutti i miei concerti -dice Liga- Credo che il modo migliore che abbiamo di esprimerci sia quello di poterlo fare quando sentiamo di farlo". Il pensiero "che una donna su 3 abbia subito e stia subendo violenza è insopportabile", dice il rocker, che sottolinea: "Non c'è solo massacro a Gaza, c'è anche l'Ucraina, il Sudan e altri 57 conflitti in corso nel mondo".
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"Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri. Non c'è bisogno di una fattispecie specifica".Così il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, durante la conferenza stampa del secondo giorno di assemblea costituente del suo partito in corso all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. E sui migranti: "Ci daremo da fare. Come quando sono scesi in Italia i "Longobardi", la soglia per gli stranieri in Italia deve essere del 4%". "Uomini e donne sono uguali, non c'è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole", sottolinea Vannacci, affermando: "Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità. Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità". "Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c'è la violenza sulle donne c'è quella sugli anziani e non c'è un anzianicidio". "Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri. Non c'è bisogno di una fattispecie specifica", ribadisce.
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