Omicidio Chiara PoggiGarlasco, le prove nel dettaglio: cosa sono i bigliettini e le tracce citate dalla Procura.
Non è un solo reperto a reggere la nuova accusa: è un mosaico di carte, impronte, genetica e oggetti comuni che, riletti oggi, la Procura di Pavia considera decisivi. Ma proprio lì, nei dettagli materiali, si apre anche il terreno più fragile e più contestato
10 Maggio 2026 - 03:15
Alessandra Rosati
Rosatirosati@laprovincia.online
Garlasco, le prove nel dettaglio: cosa sono i bigliettini e le tracce citate dalla ProcuraAndrea Sempio
Il punto, in questa nuova fase del caso di Garlasco, è quasi brutale nella sua semplicità: dopo anni di processi, archiviazioni, consulenze e verità giudiziarie sedimentate, l'inchiesta è tornata a stringersi attorno a oggetti minuti. Un'impronta sul muro. Tracce sotto le unghie. Fogli buttati via. Quaderni, agende, appunti. Cose che in un primo momento possono sembrare marginali, perfino domestiche, e che invece oggi vengono rimesse in fila dalla Procura di Pavia come tessere di un'unica ricostruzione accusatoria nei confronti di Andrea Sempio, indagato per l'omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli.
Secondo l'accusa, la ragazza avrebbe respinto l'aggressore, scatenando una reazione violenta; e durante la lettura delle contestazioni, Sempio è rimasto in silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere.
Il 7 maggio 2026 il procuratore capo Fabio Napoleone ha annunciato la chiusura delle indagini con il deposito degli atti ex articolo 415-bis.
L'atto notificato alla difesa è sintetico, ma il fascicolo investigativo è molto più ampio. Repubblica lo ha descritto come un lungo j'accuse di circa cento pagine letto a Sempio in procura. Al di là della dimensione, la sostanza è chiara: gli inquirenti non puntano su una sola “prova regina”, bensì su una catena di elementi materiali che, nella loro lettura, collocano l'indagato sulla scena del crimine e danno un contesto al movente.
È qui che entrano in gioco i bigliettini, le tracce genetiche, l'impronta 33 e gli altri reperti riletti con tecniche e criteri diversi da quelli disponibili quasi vent'anni fa.
I bigliettini: che cosa sono davvero
Il termine “bigliettini” ha finito per occupare il dibattito pubblico, ma rischia anche di deformarlo. Non si parla, almeno per quanto emerso finora, di una confessione né di un documento che colleghi in modo diretto Andrea Sempio all'omicidio. Si parla piuttosto di fogli manoscritti, appunti, pagine accartocciate e gettate via, recuperate dagli investigatori e inserite nel materiale sequestrato.
Sky TG24 riferisce che nell'elenco degli elementi citati dalla procura compaiono “blocknotes”, quaderni con “pagine manoscritte”, un'agenda 2021/2022, la pagina di un quotidiano del 18 agosto 2007 con una fotografia di Sempio insieme agli amici, oltre a telefoni, pen drive e altri supporti di memoria.
A questi materiali si aggiungono i fogli di cui si è parlato nelle scorse settimane: La Provincia Pavese ha riferito dell'esistenza di un foglio gettato via con frasi del tipo “Ho fatto cose brutte”, o “cose che non si possono immaginare”, destinato a essere analizzato anche dal Racis, il reparto dei Carabinieri specializzato nelle analisi criminologiche.
Il punto, per la Procura, non sarebbe tanto la frase isolata quanto il suo possibile valore dentro un insieme di scritti, appunti e condotte che gli investigatori cercano di interpretare come indicatori di uno stato mentale o di una consapevolezza da verificare. Ma, allo stato, questi fogli non provano da soli un omicidio: servono, semmai, come tasselli di contesto.
Ed è proprio qui che la distinzione diventa essenziale. I bigliettini non sono, in senso stretto, una prova scientifica; sono un elemento documentale e interpretativo. Per l'accusa possono avere rilievo se letti insieme alle altre tracce; per la difesa, invece, rischiano di essere il punto più esposto al fraintendimento, perché frasi isolate, decontestualizzate o risalenti nel tempo possono caricarsi di un significato che in sé non hanno. In altre parole: il loro peso probatorio, da soli, è debole; il loro peso narrativo, dentro l'impianto accusatorio, è molto più alto.
La traccia genetica sotto le unghie: perché è centrale
Se c'è un elemento che la Procura di Pavia considera davvero strutturale, è il Dna trovato sui margini ungueali di Chiara Poggi. Già il 2 aprile 2025, l'Ansa aveva riferito della consulenza dei genetisti Carlo Previderè e Pierangela Grignani, datata 5 febbraio 2024, secondo cui uno dei cinque aplotipi repertati risultava compatibile con quello di Andrea Sempio. È una conclusione che ha avuto un peso decisivo nella riapertura dell'inchiesta, dopo l'archiviazione del 2017.
Perché questa traccia è così importante? Perché, nella lettura dell'accusa, può essere compatibile con una fase di colluttazione: se la vittima ha reagito, se ha cercato di respingere l'aggressore, allora il materiale genetico sotto le unghie può diventare il segno fisico di un contatto violento. Ed è coerente con la ricostruzione sostenuta oggi dai pm: Chiara Poggi avrebbe respinto un approccio sessuale, provocando una reazione feroce culminata nell'aggressione e nel trascinamento verso la scala che porta alla cantina.
Ma anche qui la prudenza è obbligatoria. La difesa ha contestato il valore conclusivo di quella compatibilità genetica, sostenendo che si tratti di una traccia parziale, da maneggiare con cautela, e che non dimostrerebbe automaticamente un contatto aggressivo. In altri passaggi pubblici, i consulenti di parte hanno parlato della possibilità di un contatto secondario o comunque di una lettura non univoca del reperto. È uno snodo tecnico cruciale: non basta dire “c'è il Dna”, bisogna stabilire quanto sia attribuibile, come vi sia arrivato e quanto sia probante rispetto alla dinamica omicidiaria.
L'impronta 33: la traccia più discussa di tutte
Se il Dna è il perno biologico, l'impronta 33 è il perno dattiloscopico. È il segno repertato sul muro della scala che conduce alla cantina, cioè nel punto più delicato della scena del crimine: quello che porta al luogo in cui venne ritrovato il corpo di Chiara Poggi. La nuova consulenza dattiloscopica depositata dalla procura attribuisce quella traccia al palmo della mano di Andrea Sempio, e per gli inquirenti è un elemento di enorme rilievo perché collocherebbe l'indagato in un'area chiave della casa, in un momento compatibile con l'azione delittuosa.
Il problema è che la storia di quella stessa impronta racconta anche l'altra metà del caso. La Provincia Pavese ha ricordato che nella relazione del Ris di Parma quella traccia venne definita di utilità “nessuna” e non fu allora considerata un'impronta insanguinata. In quel repertamento, lungo il muro della scala furono catalogate oltre venti impronte: alcune attribuibili al carabiniere Gennaro Cassese, una a Marco Poggi, mentre la 33 rimase sostanzialmente senza valore operativo. Oggi, con nuove tecniche e una diversa lettura complessiva della scena, la procura la riporta al centro.
Per capire perché sia così importante, bisogna guardare alla dinamica ipotizzata dagli investigatori. Nella ricostruzione pubblicata da Repubblica, l'assassino colpisce, trascina, scende o si sporge lungo la scala, si appoggia al muro, osserva il corpo che scivola verso il basso. È in questa sequenza che la 33 diventerebbe significativa: non una semplice impronta qualunque in una casa frequentata, ma una traccia collocata in un segmento preciso dell'azione omicidiaria. La difesa, al contrario, può sostenere che Sempio frequentasse l'abitazione in quanto amico di Marco Poggi e che dunque una traccia palmare, da sola, non basti a fissare il momento in cui fu lasciata.
Le altre tracce: sangue, porta d'ingresso, impronte non identificate
Dentro il fascicolo, però, non c'è solo la 33. La ricostruzione di Repubblica menziona anche una traccia di mano sinistra insanguinata, indicata come 97F, e l'impronta di scarpa N1 sul gradino zero della scala; inoltre richiama la macchia 45 sul muro e una goccia di sangue indicata come 61 sullo stipite della porta della cucina. Non tutte queste tracce sono state pubblicamente attribuite a Sempio, ma servono alla procura per descrivere la meccanica del delitto: aggressione iniziale, resistenza della vittima, colpi ripetuti, trascinamento, fase finale sulla scala.
C'è poi un altro dato spesso trascurato: non tutte le impronte della villetta sono state risolte. Diverse ricostruzioni giornalistiche ricordano che restano cinque tracce digitali sul portone d'ingresso, interno ed esterno, ancora non identificate; e che altre tracce, per esempio sui cartoni della pizza della sera precedente, non sono state tutte attribuite. Questo non alleggerisce automaticamente la posizione dell'indagato, ma segnala un fatto semplice e importante: il quadro materiale, anche oggi, non è perfettamente chiuso. È un mosaico in cui alcuni tasselli sono indicati con forza dalla procura e altri restano ancora opachi.
Perché la Procura li considera significativi
La logica dell'accusa si capisce solo se si tengono insieme i piani. Da una parte ci sono le tracce da scena del crimine: il Dna sotto le unghie, l'impronta 33, le macchie e i segni lungo la scala. Dall'altra ci sono i documenti personali: quaderni, agende, pagine manoscritte, bigliettini. Separati, hanno una forza diversa. Uniti, secondo la procura, costruiscono una figura: presenza fisica sulla scena, contatto con la vittima, possibile movente, e un materiale scritto che gli investigatori ritengono utile a inquadrare il profilo dell'indagato.
Per i pm, in sostanza, le prove materiali sarebbero coerenti con la nuova ricostruzione del delitto. Il 7 maggio 2026 l'ufficio guidato da Fabio Napoleone ha formalizzato la chiusura dell'indagine sostenendo che la mattina del 13 agosto 2007 sarebbe stato Andrea Sempio, e non Alberto Stasi, a uccidere Chiara Poggi. In questa ipotesi, l'ingresso in casa sarebbe avvenuto approfittando della porta non chiusa a chiave; l'aggressione sarebbe maturata dopo un rifiuto; e gli elementi raccolti dalla riapertura dell'inchiesta, comprese le consulenze genetiche e dattiloscopiche, sarebbero sufficienti a reggere l'accusa di omicidio volontario aggravato.Omicidio Chiara PoggiGarlasco, le prove nel dettaglio: cosa sono i bigliettini e le tracce citate dalla ProcuraNon è un solo reperto a reggere la nuova accusa: è un mosaico di carte, impronte, genetica e oggetti comuni che, riletti oggi, la Procura di Pavia considera decisivi. Ma proprio lì, nei dettagli materiali, si apre anche il terreno più fragile e più contestato10 Maggio 2026 - 03:15
Alessandra RosatiAlessandra Rosatirosati@laprovincia.online
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Garlasco, le prove nel dettaglio: cosa sono i bigliettini e le tracce citate dalla ProcuraAndrea Sempio
Il punto, in questa nuova fase del caso di Garlasco, è quasi brutale nella sua semplicità: dopo anni di processi, archiviazioni, consulenze e verità giudiziarie sedimentate, l'inchiesta è tornata a stringersi attorno a oggetti minuti. Un'impronta sul muro. Tracce sotto le unghie. Fogli buttati via. Quaderni, agende, appunti. Cose che in un primo momento possono sembrare marginali, perfino domestiche, e che invece oggi vengono rimesse in fila dalla Procura di Pavia come tessere di un'unica ricostruzione accusatoria nei confronti di Andrea Sempio, indagato per l'omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli.
Secondo l'accusa, la ragazza avrebbe respinto l'aggressore, scatenando una reazione violenta; e durante la lettura delle contestazioni, Sempio è rimasto in silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere.
Il 7 maggio 2026 il procuratore capo Fabio Napoleone ha annunciato la chiusura delle indagini con il deposito degli atti ex articolo 415-bis.
L'atto notificato alla difesa è sintetico, ma il fascicolo investigativo è molto più ampio. Repubblica lo ha descritto come un lungo j'accuse di circa cento pagine letto a Sempio in procura. Al di là della dimensione, la sostanza è chiara: gli inquirenti non puntano su una sola “prova regina”, bensì su una catena di elementi materiali che, nella loro lettura, collocano l'indagato sulla scena del crimine e danno un contesto al movente.
È qui che entrano in gioco i bigliettini, le tracce genetiche, l'impronta 33 e gli altri reperti riletti con tecniche e criteri diversi da quelli disponibili quasi vent'anni fa.
I bigliettini: che cosa sono davvero
Il termine “bigliettini” ha finito per occupare il dibattito pubblico, ma rischia anche di deformarlo. Non si parla, almeno per quanto emerso finora, di una confessione né di un documento che colleghi in modo diretto Andrea Sempio all'omicidio. Si parla piuttosto di fogli manoscritti, appunti, pagine accartocciate e gettate via, recuperate dagli investigatori e inserite nel materiale sequestrato.
Sky TG24 riferisce che nell'elenco degli elementi citati dalla procura compaiono “blocknotes”, quaderni con “pagine manoscritte”, un'agenda 2021/2022, la pagina di un quotidiano del 18 agosto 2007 con una fotografia di Sempio insieme agli amici, oltre a telefoni, pen drive e altri supporti di memoria.
A questi materiali si aggiungono i fogli di cui si è parlato nelle scorse settimane: La Provincia Pavese ha riferito dell'esistenza di un foglio gettato via con frasi del tipo “Ho fatto cose brutte”, o “cose che non si possono immaginare”, destinato a essere analizzato anche dal Racis, il reparto dei Carabinieri specializzato nelle analisi criminologiche.
Il punto, per la Procura, non sarebbe tanto la frase isolata quanto il suo possibile valore dentro un insieme di scritti, appunti e condotte che gli investigatori cercano di interpretare come indicatori di uno stato mentale o di una consapevolezza da verificare. Ma, allo stato, questi fogli non provano da soli un omicidio: servono, semmai, come tasselli di contesto.
Ed è proprio qui che la distinzione diventa essenziale. I bigliettini non sono, in senso stretto, una prova scientifica; sono un elemento documentale e interpretativo. Per l'accusa possono avere rilievo se letti insieme alle altre tracce; per la difesa, invece, rischiano di essere il punto più esposto al fraintendimento, perché frasi isolate, decontestualizzate o risalenti nel tempo possono caricarsi di un significato che in sé non hanno. In altre parole: il loro peso probatorio, da soli, è debole; il loro peso narrativo, dentro l'impianto accusatorio, è molto più alto.
La traccia genetica sotto le unghie: perché è centrale
Se c'è un elemento che la Procura di Pavia considera davvero strutturale, è il Dna trovato sui margini ungueali di Chiara Poggi. Già il 2 aprile 2025, l'Ansa aveva riferito della consulenza dei genetisti Carlo Previderè e Pierangela Grignani, datata 5 febbraio 2024, secondo cui uno dei cinque aplotipi repertati risultava compatibile con quello di Andrea Sempio. È una conclusione che ha avuto un peso decisivo nella riapertura dell'inchiesta, dopo l'archiviazione del 2017.
Perché questa traccia è così importante? Perché, nella lettura dell'accusa, può essere compatibile con una fase di colluttazione: se la vittima ha reagito, se ha cercato di respingere l'aggressore, allora il materiale genetico sotto le unghie può diventare il segno fisico di un contatto violento. Ed è coerente con la ricostruzione sostenuta oggi dai pm: Chiara Poggi avrebbe respinto un approccio sessuale, provocando una reazione feroce culminata nell'aggressione e nel trascinamento verso la scala che porta alla cantina.
Ma anche qui la prudenza è obbligatoria. La difesa ha contestato il valore conclusivo di quella compatibilità genetica, sostenendo che si tratti di una traccia parziale, da maneggiare con cautela, e che non dimostrerebbe automaticamente un contatto aggressivo. In altri passaggi pubblici, i consulenti di parte hanno parlato della possibilità di un contatto secondario o comunque di una lettura non univoca del reperto. È uno snodo tecnico cruciale: non basta dire “c'è il Dna”, bisogna stabilire quanto sia attribuibile, come vi sia arrivato e quanto sia probante rispetto alla dinamica omicidiaria.
L'impronta 33: la traccia più discussa di tutte
Se il Dna è il perno biologico, l'impronta 33 è il perno dattiloscopico. È il segno repertato sul muro della scala che conduce alla cantina, cioè nel punto più delicato della scena del crimine: quello che porta al luogo in cui venne ritrovato il corpo di Chiara Poggi. La nuova consulenza dattiloscopica depositata dalla procura attribuisce quella traccia al palmo della mano di Andrea Sempio, e per gli inquirenti è un elemento di enorme rilievo perché collocherebbe l'indagato in un'area chiave della casa, in un momento compatibile con l'azione delittuosa.
Il problema è che la storia di quella stessa impronta racconta anche l'altra metà del caso. La Provincia Pavese ha ricordato che nella relazione del Ris di Parma quella traccia venne definita di utilità “nessuna” e non fu allora considerata un'impronta insanguinata. In quel repertamento, lungo il muro della scala furono catalogate oltre venti impronte: alcune attribuibili al carabiniere Gennaro Cassese, una a Marco Poggi, mentre la 33 rimase sostanzialmente senza valore operativo. Oggi, con nuove tecniche e una diversa lettura complessiva della scena, la procura la riporta al centro.
Per capire perché sia così importante, bisogna guardare alla dinamica ipotizzata dagli investigatori. Nella ricostruzione pubblicata da Repubblica, l'assassino colpisce, trascina, scende o si sporge lungo la scala, si appoggia al muro, osserva il corpo che scivola verso il basso. È in questa sequenza che la 33 diventerebbe significativa: non una semplice impronta qualunque in una casa frequentata, ma una traccia collocata in un segmento preciso dell'azione omicidiaria. La difesa, al contrario, può sostenere che Sempio frequentasse l'abitazione in quanto amico di Marco Poggi e che dunque una traccia palmare, da sola, non basti a fissare il momento in cui fu lasciata.
Le altre tracce: sangue, porta d'ingresso, impronte non identificate
Dentro il fascicolo, però, non c'è solo la 33. La ricostruzione di Repubblica menziona anche una traccia di mano sinistra insanguinata, indicata come 97F, e l'impronta di scarpa N1 sul gradino zero della scala; inoltre richiama la macchia 45 sul muro e una goccia di sangue indicata come 61 sullo stipite della porta della cucina. Non tutte queste tracce sono state pubblicamente attribuite a Sempio, ma servono alla procura per descrivere la meccanica del delitto: aggressione iniziale, resistenza della vittima, colpi ripetuti, trascinamento, fase finale sulla scala.
C'è poi un altro dato spesso trascurato: non tutte le impronte della villetta sono state risolte. Diverse ricostruzioni giornalistiche ricordano che restano cinque tracce digitali sul portone d'ingresso, interno ed esterno, ancora non identificate; e che altre tracce, per esempio sui cartoni della pizza della sera precedente, non sono state tutte attribuite. Questo non alleggerisce automaticamente la posizione dell'indagato, ma segnala un fatto semplice e importante: il quadro materiale, anche oggi, non è perfettamente chiuso. È un mosaico in cui alcuni tasselli sono indicati con forza dalla procura e altri restano ancora opachi.
Perché la Procura li considera significativi
La logica dell'accusa si capisce solo se si tengono insieme i piani. Da una parte ci sono le tracce da scena del crimine: il Dna sotto le unghie, l'impronta 33, le macchie e i segni lungo la scala. Dall'altra ci sono i documenti personali: quaderni, agende, pagine manoscritte, bigliettini. Separati, hanno una forza diversa. Uniti, secondo la procura, costruiscono una figura: presenza fisica sulla scena, contatto con la vittima, possibile movente, e un materiale scritto che gli investigatori ritengono utile a inquadrare il profilo dell'indagato.
Per i pm, in sostanza, le prove materiali sarebbero coerenti con la nuova ricostruzione del delitto. Il 7 maggio 2026 l'ufficio guidato da Fabio Napoleone ha formalizzato la chiusura dell'indagine sostenendo che la mattina del 13 agosto 2007 sarebbe stato Andrea Sempio, e non Alberto Stasi, a uccidere Chiara Poggi. In questa ipotesi, l'ingresso in casa sarebbe avvenuto approfittando della porta non chiusa a chiave; l'aggressione sarebbe maturata dopo un rifiuto; e gli elementi raccolti dalla riapertura dell'inchiesta, comprese le consulenze genetiche e dattiloscopiche, sarebbero sufficienti a reggere l'accusa di omicidio volontario aggravato.