Il mare, i giochi, le fate.
La grafia corsiva era limpida, quasi nuova, eppure graffiata di sabbia e di vento.
Gli elementi, la patina salmastra e l’andirivieni di passi avevano reso la pietra un po’ lisa, consumato qualche contorno delle parole, quasi che la memoria stessa respirasse tra quelle feritoie del tempo.
“Le fate?” rise Silvia, “Ma davvero ci credevi?”
“Allora sì. O forse era solo il modo di far capire che avevo ancora vent’anni!”
Terzo gradino.
E la paura e la voglia di essere nudi.
Silvia arrossì un po’, si voltò verso di lui. Claudio si strinse nelle spalle:
“Questa si spiega da sé, no? All’epoca addirittura la censurarono. Ma col tempo abbiamo capito che non sono le parole a spaventare, è il fatto che dicano la verità.”
Lei si coprì la bocca con una mano, ridendo nervosamente. Continuò a scendere.
Un bacio a labbra salate.
Si piegò e lambì la scritta con le dita: la pietra era calda di sole, pulsante di una vita segreta, un fermento atomico, ordinato e instancabile, che da millenni teneva insieme il mondo senza farsene accorgere.
“Sai… c’erano pomeriggi in cui la sabbia sapeva di frutta acerba. E il sale non veniva dal mare, ma da quello che ci rimaneva addosso, dopo.” mormorò Claudio. Silvia gli strinse un braccio. Quinto gradino.
Un fuoco, quattro risate.
In quel momento un gruppo di ragazzi passò a piedi scalzi, portandosi via una coda di musica gracchiata da un telefonino. Le risate scivolarono sulla pietra, si intrecciarono alle parole incise. Claudio si accarezzò il mento, come se volesse nascondersi dietro a un ricordo.
“Questo… era quello che sapevamo fare: aggrapparci ad un avanzo o un’illusione di allegria, scaldarci con niente, o far finta che bastasse.”
Silvia scese fino in fondo: lì la scala si apriva sulla spiaggia, e l’ultima frase non era più su un gradino: stava impressa solitaria, su una lastra di marmo piantata in mezzo a presidiare l’imboccatura della spiaggia.
E far l’amore giù al faro.
Silvia restò immobile, i piedi nella sabbia, quella scritta fissata per sempre in un desiderio che nessun tempo aveva saputo logorare. Claudio la indicò.
“Vedi? Da qui in poi nella canzone si smetteva di ricordare e si cominciava a sognare. O forse il contrario.”
Poi tacque, mentre il resto sembrava tuttora in corso, scritto dal mare, riscritto dal vento, in un linguaggio che nessuno aveva mai davvero tradotto. Silvia sfiorò il marmo con un piede.
“Ma questa canzone… era per Nonna?” chiese timidamente.
Claudio chinò il capo, e lo sguardo scivolò lungo i gradini in sequenza, la carrellata lenta di una cinepresa che conosce già il finale.
“All’inizio sì. Era lei. Non ancora compiuta, ma già in ogni verso, in filigrana. Poi il tempo ha cambiato volto a tutto, tranne che a quelle parole. Quelle hanno continuato per conto loro, quasi sapessero già come sarebbe andata a finire.”
Dal romanzo “Ci fosse lei” di Gerlando Fabio Sorrentino
Il ritiro solitario del celebre cantautore Claudio Baglioni, ormai ottuagenario, prende un’altra direzione all’arrivo della nipote. È lo sguardo della bambina a scardinare le sue difese, spingendolo a misurarsi con il passato.
Anche il passato legge il futuro.
La musica ci unisce perché dà a mille solitudini diverse la stessa identica nostalgia.
Ma col tempo abbiamo capito che non sono le parole a spaventare, è il fatto che dicano
la verità.
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