I FIGLI DEL VUOTO
Secondo le stime più recenti, in Italia circa cinque milioni di persone vivono dentro una qualche forma di dipendenza. Ma il perimetro del problema si è allargato ben oltre le sostanze: accanto all'alcol e agli psicofarmaci, che macinano numeri silenziosi e sottostimati, proliferano le dipendenze comportamentali — gioco d'azzardo patologico, internet come rifugio compulsivo, lo scroll infinito che non informa né intrattiene ma anestetizza. Non è un'emergenza italiana: è la fisiologia di una civiltà che ha smantellato le grandi narrazioni collettive, ideologie, religioni, appartenenze di classe, e non ha trovato nulla da mettere al loro posto, tranne il consumo. Non come piacere, non come scelta: come unico orizzonte disponibile.
I ragazzi cresciuti in questo ambiente non sono stupidi: sono soli. Senza conflitti generazionali autentici, senza nemici da elaborare, senza la noia costruttiva che genera pensiero. Solo amici — veri o algoritmici — in un abbraccio di comprensione forzata che non lascia spazio alla formazione del sé.
E mentre questo accade, il dibattito pubblico offre loro in pasto remigrazione, Vannacci, fascismo, antifascismo, Picierno. Una sequenza di false flag sociali costruite con la precisione di un palinsesto televisivo: rumorose quanto basta per riempire il feed, vuote quanto basta per non disturbare nessuno che conti davvero.
Sono il carburante passivo di una generazione che non ha strumenti per distinguere la scena dal retroscena. Nel frattempo, ai piani alti, si pianificano guerre. Il riarmo europeo accelera, i bilanci della difesa crescono mentre quelli della scuola si contraggono, e la futura carne da macello si alleva tranquillamente nel vuoto — distratta, dipendente, perfettamente inoffensiva.
Pasolini lo scrisse cinquant'anni fa nel Corriere della Sera, poi raccolto nelle Lettere Luterane: «I giovani infelici». Il consumismo aveva realizzato ciò che nessuna rivoluzione era riuscita a fare: rendere piattamente uguali i figli della borghesia e quelli del proletariato, togliendo a entrambi la possibilità della felicità. Che passa, scriveva, solo attraverso il possesso culturale del mondo.
Una società che parla di diritti e competitività tagliando alla radice la possibilità di correre alla pari produce esattamente questo: ragazzi senza appartenenza, scorciatoie che diventano tragedie, e un silenzio politico che qualcuno, lassù, trova molto comodo.
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