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✍🏻@Islamicament Un lettore musulmano ci ha posto una domanda semplice e legittima: “Qual è lo scopo di questa pagina?” Abbiamo deciso di rispondere pubblicamente, non solo a lui, ma a chiunque segua Islamicamentando, ci legga per curiosità, ci critichi o voglia capire meglio il senso del nostro progetto. Islamicamentando non nasce oggi. Non nasce semplicemente sull’onda dell’aumento recente della critica verso l’Islam, cresciuta anche a causa dei problemi sociali, culturali e politici emersi in Occidente con l’immigrazione di massa. Il progetto esiste, in forme diverse, da circa vent’anni e ha attraversato molte stagioni del web: Splinder, Blogspot, Altervista, Faith Freedom Italia, forum, pagine social, account chiusi, riaperti o spostati, fino all’attuale sito islamicamentando.org e agli strumenti social di oggi. In questo percorso rivendichiamo una certa lungimiranza, costanza e coerenza. Molti temi che oggi vengono discussi apertamente, spesso con toni accesi e tardivi, Islamicamentando li affrontava già anni fa, quando parlarne era molto meno comune e molto più scomodo. Sono cambiate le piattaforme, i linguaggi e gli strumenti. Non è cambiato però il nucleo di fondo: studiare, raccogliere materiale, divulgare contenuti e proporre una critica dell’Islam libera, documentata, scomoda e senza peli sulla lingua. Crediamo che la trasparenza sia importante. Per questo vogliamo spiegare, senza giri di parole, perché esiste Islamicamentando, cosa vuole fare e cosa invece non vuole essere. Lo scopo di Islamicamentando è contribuire, nel nostro piccolo, a contrastare la disinformazione: sia quella apologetica, che presenta l’Islam in modo parziale, selettivo o propagandistico, sia quella anti-islamica urlata, superficiale e priva di basi. Lo facciamo mettendo a disposizione materiali, fonti, articoli e riflessioni tramite il sito e i social, con l’obiettivo di divulgare conoscenza e stimolare un confronto più consapevole. Il punto non è odiare i musulmani. Le persone vanno sempre rispettate nella loro dignità e nei loro diritti. Il punto è analizzare criticamente l’Islam come sistema religioso, politico, giuridico e culturale, soprattutto quando la sua dottrina entrano in conflitto con libertà individuale, parità uomo-donna, libertà di espressione, laicità e convivenza democratica. Secondo noi l’Islam non può essere ridotto a una semplice fede privata, paragonabile alla religiosità personale di chi prega, digiuna o crede in Dio. Quella dimensione esiste, naturalmente, e riguarda la coscienza individuale del singolo credente. Ma il problema principale non sta lì. Storicamente e dottrinalmente, l’Islam si presenta soprattutto come un complesso comunitario, giuridico, sociale e politico fondato sulla sottomissione a un ordine ritenuto divino. Non si limita a proporre una spiritualità personale: tende a organizzare la famiglia, la legge, la morale pubblica, i rapporti tra uomo e donna, il rapporto con i non musulmani, la libertà di parola, il potere e la vita collettiva. Portato fino alle sue conseguenze più coerenti, questo modello può diventare una vera società nella società, quasi uno “Stato nello Stato”, con norme, autorità, codici morali e regole proprie. A quel punto non si limita più a convivere con la legge civile, ma entra in competizione con essa, fino a pretendere, nei casi più degenerati, di sostituire o svuotare dall’interno lo Stato ufficiale che lo ospita. È questa dimensione, più politica che puramente religiosa, che ci interessa analizzare e criticare. Perché quando una religione diventa anche sistema normativo, identitario e politico, non riguarda più soltanto chi ci crede: riguarda l’intera società. Per questo l’Islam può e deve essere discusso pubblicamente, come si discutono il cristianesimo storico-politico, il comunismo, il fascismo, il liberalismo, l'ateismo o qualunque altra visione del mondo che pretenda di organizzare la vita degli uomini. Qualcuno chiede: “Perché criticate l’Islam e non il cristianesimo?” La risposta è semplice: Islamicamentando è un progetto tematico. Nasce per occuparsi dell’Islam, non per distribuire in modo matematico la critica tra tutte le religioni e ideologie esistenti. Criticare l’Islam non obbliga a criticare nello stesso momento anche il cristianesimo. Il cristianesimo viene criticato da secoli, ovunque: libri, università, cinema, giornali, televisione, satira. Chi vuole dedicargli un progetto può farlo liberamente. Noi abbiamo scelto di occuparci dell’Islam perché, troppo spesso, quando lo si sottopone allo stesso trattamento critico riservato ad altre religioni, scattano accuse automatiche di “islamofobia”, intimidazioni e ricatti morali. E proprio questo conferma la necessità del nostro impegno: se una critica viene delegittimata prima ancora di essere discussa, significa che il tabù esiste davvero. Concentrarci sull’Islam non significa assolvere il cristianesimo, né qualunque altra religione, ideologia o sistema di potere. Significa aver scelto il nostro oggetto di studio e di critica. Chi contesta le nostre conclusioni entri nel merito delle fonti e delle argomentazioni: il benaltrismo non è una confutazione. Il problema non è solo quando l’Islam viene edulcorato e presentato come perfettamente compatibile con qualunque idea moderna di libertà, uguaglianza e democrazia. Il problema esiste anche quando viene rivendicato in modo più esplicito per ciò che storicamente e dottrinalmente è: un sistema religioso, giuridico, sociale e politico che non si limita a parlare del rapporto dell’uomo con Dio, ma pretende spesso di regolare società, legge, politica, famiglia, sessualità, libertà di parola e rapporto con chi non crede. Ed è proprio qui che nasce una delle questioni più serie. In un Occidente libero ma sempre più fragile, attraversato da nichilismo, relativismo, perdita di senso, individualismo estremo, crisi della famiglia e confusione morale, qualcuno può iniziare a credere che la soluzione sia abbandonarsi a un sistema semplice, chiaro, totale e già definito. La sharia, intesa come modello di società interamente regolata da norme religiose, può apparire ad alcuni come una risposta ordinata al caos moderno. Ma proprio perché pretende di regolare non solo la fede personale, ma anche società, famiglia, legge, morale e vita quotidiana, questa apparente solidità ha un prezzo enorme: sacrifica libertà individuale, coscienza critica, dissenso, parità tra uomo e donna e possibilità di vivere senza piegarsi ciecamente a un’autorità teocratica. Noi non pensiamo che l’Occidente sia perfetto. Sarebbe assurdo. L’Occidente ha prodotto libertà, diritti, scienza, pluralismo e progresso, ma oggi è anche attraversato da gravi malattie interne. Il nichilismo però non è il fondamento della libertà occidentale: è una sua possibile degenerazione, una malattia che cresce quando una società libera smarrisce le proprie radici morali, spirituali e razionali. Il fatto che l’Occidente sia malato non significa che l’Islam sia la cura. Una cosa è criticare il vuoto nichilista moderno; un’altra è pensare di curarlo con un sistema religioso-politico che spesso sostituisce la libertà con l’obbedienza, la responsabilità personale con la sottomissione, il confronto critico con il divieto e il pluralismo con l’uniformità. La libertà occidentale non nasce dal nulla né dal puro capriccio individuale. Nasce da un lungo processo storico fatto di diritto, filosofia, cristianesimo, ragione greca, diritto romano, conflitti politici, riforme, illuminismo, costituzionalismo, separazione dei poteri, libertà di coscienza e limiti posti al potere religioso e politico. Questo percorso non ha creato un paradiso, ma ha prodotto qualcosa di raro: uno spazio in cui possono convivere, almeno in linea di principio, credenti e non credenti, uomini e donne, maggioranze e minoranze, bianchi e neri, eterosessuali e omosessuali, persone religiose e persone critiche verso la religione. Sì, Islamicamentando usa anche una modalità provocatoria, polemica e scomoda. È una scelta precisa. Quando un tema viene protetto da tabù, ricatti morali e accuse automatiche di “odio” o “islamofobia”, la provocazione serve a rompere la cornice del discorso e a costringere le persone a guardare ciò che normalmente viene evitato. La critica all’Islam non deve per forza essere addomesticata, timida o continuamente accompagnata da scuse preventive. Può essere dura, ironica, tagliente e frontale, come accade per qualunque altra religione, ideologia o sistema di potere. Questo non significa colpire i musulmani come persone. Significa rifiutare l’idea che l’Islam debba godere di una protezione speciale dalla critica, dalla satira e dal giudizio pubblico. Quindi lo scopo di Islamicamentando non è alimentare odio, ma diffondere conoscenza, anche rompendo quei tabù che impediscono un confronto libero. L’Islam, come ogni altra religione o ideologia, deve poter essere studiato, criticato e contestato senza intimidazioni e senza ricatti morali.
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Iranian who escaped Sharia law warns the West: "I'm Iranian. I went to prison under Islamic law. I know how it starts… and it always starts with the Left uniting with Islamists. I came to Canada for freedom. now I’m watching the exact same pattern. They appease. Weakness invites more. They will never stop." This man lived it. The West is sleepwalking into the same nightmare.
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Palestinien 🇵🇸 en Allemagne : « Avec l’aide de Dieu, nous vous achèverons. Nous détruirons le dernier chrétien. »

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Jun 12
فتيات في أفغانستان نزلن للشوراع من أجل المطالبة بحقهن في التعليم لكن تم مواجهتهن بالرصـاص الحي و خراطيم المياه وحتى الدعـس بالسيارات ، فيديو لن تراه عند بعض الإسلاميين الذين يدعمون طالبان
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Bangladeş’te bir İslamcı, elinde silahla tıp fakültesini basıp "Kadınların eğitilmesi haramdır!" diye bağırıyor. Önce "Başörtülü bacımız okula giremiyor" diye mağduriyet yaratanlar, güçlenince "Kadının okula gitmesi haram" demeye başlıyor. Olan yine geleceğe oluyor… 🇧🇩
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Il faut avoir l'honnêteté de reconnaître le coup de génie de la gauche, parce que c'en est un. Le plus grand hold-up rhétorique du siècle tient en un seul mot : raciste. Voici le mécanisme. Après 1945, après les droits civiques, l'Occident a fait du racisme le mal absolu. À juste titre : c'est une de ses plus grandes conquêtes morales. « Raciste » est devenu le mot le plus radioactif de la langue, l'excommunication moderne, la mort sociale instantanée. Le coup de génie a été de détourner ce capital moral. Pas pour protéger des personnes : pour protéger une idéologie. L'égalitarisme des résultats ne gagne jamais un débat sur les faits. Il produit l'inverse de ce qu'il promet, partout, à chaque fois. Alors plutôt que de gagner le débat, on a rendu le débat impayable. Tu questionnes les résultats de l'immigration sans assimilation ? Raciste. Tu défends le mérite ? Raciste. Les maths avancées ? Racistes. Les frontières ? Racistes. Le mot a cessé de décrire un comportement pour décrire une position sur l'échiquier. Et regardez la beauté technique du dispositif. Pas besoin d'arguments : l'accusation suffit. Pas besoin de procès : la dénégation aggrave le cas (votre défensivité prouve votre culpabilité). Pas besoin de police : la peur fait le travail, chacun se surveille lui-même et surveille son voisin gratuitement. Il suffit d'exécuter publiquement quelques exemples par an pour tenir des millions de gens. Une idéologie irréfutable, protégée par un mot imprononçable. Les deux pare-feux du même système : la French Theory avait aboli la vérité, l'accusation a aboli le débat. Est-ce qu'un comité s'est réuni pour concevoir ça ? Pas besoin. Les idées subissent une sélection darwinienne : celles qui survivent sont celles qui se défendent le mieux. Marcuse avait quand même déposé le brevet dès 1965, noir sur blanc : tolérance pour les mouvements de gauche, intolérance pour ceux de droite. Le reste a évolué tout seul. Il faut l'avouer : c'était génial. Mais ce dispositif génial avait un coût, et le coût a un bilan. À Rotherham, le rapport officiel Jay a établi que des fonctionnaires britanniques ont laissé plus de 1 400 gamines se faire exploiter pendant seize ans, en partie par peur d'être traités de racistes s'ils nommaient les faits. Relisez cette phrase. Des enfants ont été sacrifiées à un mot. Voilà ce que veut dire idéologie mortifère : pas une métaphore, un bilan. Et maintenant, regardez ce qui s'effondre sous nos yeux. Une insulte ne fonctionne que si elle fait peur, et une monnaie ne fonctionne que si elle est rare. Ils ont imprimé le mot comme Weimar imprimait le mark. Quand tout est raciste, plus rien ne l'est. Résultat : des tweets qui commencent par « traitez-moi de raciste si vous voulez » récoltent des dizaines de milliers de likes et l'approbation de l'homme le plus riche du monde. Il y a dix ans, cette phrase était un suicide professionnel. Aujourd'hui, c'est un haussement d'épaules. L'hyperinflation a tué la monnaie. Et voilà la vraie tragédie, que les faussaires devront porter : en imprimant le mot sans limite, ils l'ont brûlé pour tout le monde. Y compris pour nommer le vrai racisme quand il existe, car il existe. Les faux-monnayeurs ne détruisent pas que leur arme. Ils détruisent le mot dont une société honnête a besoin. Privée de son mot magique, l'idéologie va maintenant devoir faire ce qu'elle n'a jamais su faire : gagner un débat sur les faits. Elle ne le gagnera pas. Au travail.
Tout le monde pense que le monde libre a gagné en 1989, à la chute du mur de Berlin. C'est faux. Et c'est exactement pour ça que le monde est aujourd'hui en feu. Ce qui est tombé le 9 novembre 1989, c'est un appareil. Une économie planifiée, un empire militaire, un mur de béton. Ce qui n'est pas tombé, c'est l'idée. L'idée que le monde se divise en oppresseurs et en opprimés. L'idée qu'il existe une égalité finale à atteindre, par tous les moyens. L'idée que tout ce qui existe (la famille, la nation, le mérite, l'héritage) est une structure de domination à abattre. Cette idée-là n'était plus dans le bâtiment quand le bâtiment s'est effondré. Il faut reprendre la chronologie, parce que tout est dans la chronologie : Le communisme économique avait un défaut fatal : il était réfutable. Il promettait l'abondance, il produisait des famines. Il promettait l'émancipation, il produisait des barbelés. Budapest 1956, Prague 1968, L'Archipel du Goulag publié à Paris en 1973, les boat people de 1979 : à chaque décennie, le réel envoyait sa réfutation. Les boat people étaient une réfutation flottante, visible depuis les plages. Alors l'idéologie a fait ce que fait tout organisme menacé : elle a muté. La mutation a un nom, et j'en ai raconté la généalogie ici : la French Theory. Foucault a déplacé la guerre du terrain des faits, où le communisme perdait à chaque fois, vers le terrain du savoir lui-même. S'il n'y a pas de vérité, s'il n'y a que des rapports de pouvoir déguisés en savoir, alors plus aucune famine, plus aucun mur, plus aucun goulag ne peut réfuter quoi que ce soit. La French Theory n'a pas enterré le marxisme. Elle l'a rendu irréfutable. Et la mutation a des dates. Toutes antérieures à 1989. 1934 : l'École de Francfort, chassée d'Allemagne, s'installe à Columbia. La critique de l'économie devient critique de la culture. 1964-1965 : Marcuse, exilé allemand devenu professeur américain, remplace le prolétariat défaillant par un nouveau sujet révolutionnaire (les minorités, les étudiants, les marginaux) et écrit noir sur blanc que la tolérance doit être accordée aux mouvements de gauche et refusée à ceux de droite. Octobre 1966 : le débarquement a une date précise. Université Johns Hopkins, Baltimore. Derrida, Barthes, Lacan présentent la pensée française aux campus américains. 1967 : Rudi Dutschke lance le mot d'ordre, la longue marche à travers les institutions. 1968 : les révolutions de rue échouent partout. Qu'importe. La révolution ne passera plus par la rue, elle passera par la salle de classe. 1975-1985 : Yale, Berkeley, Columbia absorbent la théorie, qui devient le système d'exploitation des humanités. 1987 : Allan Bloom publie The Closing of the American Mind pour donner l'alerte. Un million d'exemplaires vendus. L'université le traite de réactionnaire et passe à autre chose. L'Amérique avait son Aron, elle en a fait la même chose que nous du nôtre. Puis arrive le 9 novembre 1989. Le Mur tombe. L'Occident célèbre. Fukuyama avait déclaré la fin de l'Histoire dès l'été, avant même la chute. On démantèle les missiles, on encaisse les dividendes de la paix, on déclare le match terminé. Nous avons célébré notre victoire sur une adresse vide. L'idéologie avait déménagé vingt ans plus tôt. Nous avons gagné contre les chars et perdu contre les chaires. Pendant ce temps, l'autre empire communiste faisait la lecture inverse. Pékin avait écrasé Tian'anmen dans le sang cinq mois avant Berlin. Sinistre, mais lucide sur un point : la Chine savait que la guerre était idéologique. Elle a choisi : abandonner l'économie marxiste, garder le contrôle du récit. L'Occident a fait l'exact opposé : il a gardé le marché et absorbé l'idéologie. Trente-cinq ans plus tard, regardez qui construit des centrales et qui déboulonne ses statues. Vous voulez la preuve que c'est le même logiciel ? Faites la table de correspondance. La lutte des classes est devenue la lutte des identités. Les koulaks sont devenus les privilégiés. L'autocritique maoïste est devenue le privilege checking. Les commissaires politiques sont devenus les DEI officers. Le samizdat est devenu le compte shadowbanné. La nomenklatura a quitté Moscou pour Davos et Bruxelles. Et le paradis ne s'appelle plus la société sans classes : il s'appelle l'équité, l'égalité des résultats. Exactement ce que je décrivais ici il y a quelques semaines. On me dira : il n'y a pas de Goulag. C'est vrai. C'est même tout le génie de la version 2.0. Le communisme dur devait briser les corps parce qu'il ne tenait pas les esprits. Le communisme mou tient les esprits : il lui suffit de briser les carrières. Pas de camps, des services RH. Pas de procès de Moscou, des excuses publiques. Pas de Sibérie, la mort sociale. Demandez aux émigrés du bloc de l'Est installés en Occident ce qu'ils ressentent en traversant une université américaine en 2026. Ils reconnaissent l'odeur. Et voilà pourquoi le monde est en feu. Une civilisation a passé trente-cinq ans à enseigner à ses propres enfants qu'elle était le problème. Résultat : elle ne sait plus défendre ses frontières, transmettre son héritage, ni même nommer ses ennemis. Quand la présidente de Harvard, devant le Congrès, répond que condamner un appel au génocide « dépend du contexte », vous voyez le logiciel tourner en production. Et les prédateurs du dehors lisent cette faiblesse comme un livre ouvert : Moscou teste, Pékin patiente, l'islamisme avance dans les rues de nos capitales. Le feu extérieur n'est que la conséquence du désarmement intérieur. On ne brûle bien que les maisons qui se sont vidées de leurs défenseurs. Le Mur n'est pas tombé. Il s'est déplacé. Il ne sépare plus l'Est de l'Ouest : il passe désormais à l'intérieur de chaque institution occidentale, entre ceux qui construisent et ceux qui déconstruisent. La première guerre froide s'est gagnée avec des missiles et du PIB. La seconde se gagnera avec des écoles, des médias libres et des modèles d'IA. Celui qui écrit les valeurs dans les machines écrira le prochain 1989. Cette fois, ne nous trompons pas de victoire. Au travail.
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This is what the lunatics of the left class as a debate 😳
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Stesso autobus, due secoli diversi. Una ragazza vive nel presente. L’altra appare prigioniera di un’ideologia che considera la libertà femminile un pericolo. Non è “diversità culturale”. È prigionia della donna.
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⚡🇬🇧🇺🇸 JD Vance: “Defending your culture isn’t radical. It’s reasonable.” “To everybody in the UK who rejects that idea, I’d encourage them to just keep on going It’s okay to want to defend your culture. It’s okay to want to live in a safe neighborhood. It isn’t radical.”
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Cosa succede quando l’Islam conquista un paese. Tre opzioni: 1. Convertirsi all’Islam 2. Pagare la tassa di sottomissione (jizya) e vivere come cittadini di seconda classe 3. Rifiutare entrambe? Allora si combatte, si conquista la terra e le persone diventano schiave.
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#appostasia dall’#islam, un atto di coraggio.
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在日イスラム団体トップ 「寺社仏閣は【人々を惑わす悪魔の場所】である」 そこまではっきり侮辱ヘイトされたら こっちもはっきり言うよ 『他国の宗教を悪魔崇拝呼ばわりする奴こそ邪教徒であり、テロリスト予備軍』では?? ねぇ、多発してる 寺社放火の犯人知ってない?

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✍🏻 Roberto Riccardi Sei musulmano? Vota PD. Hanno davanti una scheda elettorale facsimile precompilata con la croce sul simbolo del PD. Loro, una ventina di donne tutte con il hijab di ordinanza, ascoltano attente l'indottrinamento su come non sprecare un solo voto per i candidati musulmani alle elezioni di Venezia che si terranno il 24 e 25 prossimi. La scena si svolge in un centro comunitario di Mestre. Il dito della scolara punta il simbolo del PD, mentre chi arringa spiega con voce ferma: "Bisogna cercare il PD perché è il nostro partito." Seguono i nomi da scrivere: Ritu e Sied per il consiglio comunale, Abdul e Begum per Marghera. La preferenza di genere viene dettata come una procedura operativa. Nessuna scelta, nessun confronto tra candidati, nessuna discussione. Il voto a pacchetto, organizzato su base etnica e religiosa, nel cuore del Veneto. Il PD ha candidato sei bengalesi nelle liste veneziane a sostegno di Andrea Martella. Tremila elettori bengalesi, senza contare pakistani e altri fedeli, bastano a spostare gli equilibri in tre municipalità. I volantini sono in bengalese, con la bandiera del Bangladesh e l'invocazione ad Allah. Non si presentano come nuovi italiani: si presentano come musulmani che votano in blocco per il partito che li ha arruolati. Ma Venezia è solo il laboratorio. Al referendum sulla separazione delle carriere, il No ha prevalso con due milioni di voti di scarto. Roberto Hamza Piccardo - fondatore dell'Ucoii, sodale di Tariq Ramadan oggi condannato a diciotto anni per stupro - ha rivendicato senza pudore: "La differenza è più o meno di 1,7 milioni di voti. Sono i nostri: i musulmani hanno vinto il referendum." A Radio Cusano ha precisato: il novanta per cento della comunità islamica ha votato No, settecentomila preferenze mobilitate. Nel 2022 non avevano nemmeno votato. Il figlio Davide, direttore del sito islamista La Luce, ha chiarito che il merito della riforma non c'entrava nulla. Il No era "l'unico strumento per frenare la deriva islamofoba del Governo Meloni." Il referendum come leva, la giustizia come pretesto, il potere come obiettivo. Intervistato sull'ipotesi di un partito islamico, Piccardo padre ha pronunciato due parole che valgono più di qualsiasi analisi: "Per ora non vogliamo farlo." Quel "per ora" ha già un nome. Si chiama MuRo27, Musulmani per Roma 2027. Sulla pagina sociale campeggia il Colosseo sormontato dalla mezzaluna. Il programma promette "proposte politiche coerenti con l'appartenenza religiosa dei propri membri." A Roma, nella capitale del cristianesimo. A Monfalcone la lista "Italia Plurale" aveva raccolto il tre per cento: abbastanza per un censimento, non per un seggio. Roma è il salto di scala. I numeri completano il quadro. Musulmani in Italia: 3,2 milioni. Cittadini con diritto di voto: 1,3 milioni. Nuove cittadinanze nel quinquennio 2021-2025 a immigrati da Paesi islamici: 114.953. Se alle politiche del 2027 voterà il sessanta per cento degli aventi diritto, il Paese sarà spaccato a metà su meno di trenta milioni di schede. Un milione e trecentomila voti orientati in blocco non sono un'opinione: sono l'ago della bilancia. Una certezza, perché il voto comunitario non ammette defezioni. Michel Houellebecq previde il futuro nel 2015 e lo chiamarono provocatore. Nel suo libro "Sottomissione" la sinistra francese si allea con il partito islamico per battere Le Pen. Vince. Il prezzo lo scopre dopo. Il prezzo arriva senza fracasso. La sinistra francese cede l'istruzione, la condizione femminile e la laicità dello Stato. La Sorbona diventa università islamica finanziata dai sauditi. Le donne lasciano progressivamente il lavoro. L'assistenza pubblica alle fasce più povere viene smantellata: il Corano prevede la zakat, l'obbligo della carità tra fedeli, e lo Stato si ritira. Chi ha bisogno non si rivolge più alla Repubblica, ma alla moschea. Nessuna violenza, nessun colpo di Stato. La sinistra ha poi ceduto anche il welfare - cioè la propria ragion d'essere - in cambio di una sola cosa: la sconfitta della destra. A cose fatte le rimane solo la rassegnazione e il silenzio di chi aveva aperto la porta convinto di controllarla e si ritrova sottomesso. Oggi a Mestre una candidata del PD col velo spiega ad altre donne col velo dove mettere la croce, mentre a Roma lo stesso PD difende il matrimonio omosessuale e l'eutanasia. I voti non hanno odore. Le conseguenze sì. Chi preferisce la storia alla letteratura guardi a Teheran. Nel 1979 la sinistra laica iraniana si alleò con Khomeini per abbattere lo Scià. Erano certi di poterlo controllare. Bazargan, primo ministro laico, durò nove mesi. Banisadr, primo presidente eletto, fuggì travestito da donna. Il Tudeh fu sciolto, i dirigenti costretti ad abiure televisive prima di essere eliminati fisicamente. La sinistra aprì la porta. La porta si richiuse su di loro. Il meccanismo è sempre lo stesso: un partito laico apre le liste a una comunità confessionale organizzata, convinto di gestirne il peso. Piccardo lo dice senza giri: "Vogliamo portare avanti i nostri valori nel partito a noi più consono." I valori del Corano dentro le sezioni del PD. L'islam non ha mai raggiunto l'intesa con lo Stato italiano prevista dall'articolo 8 della Costituzione. Ha scelto una scorciatoia: entrare nelle istituzioni col simbolo di un altro. Il PD è un partito che ha fatto della retromarcia una forma d'arte. I Cinque Stelle urlavano "mai col partito di Bibbiano, quello che toglie i bambini con l'elettroshock" e tre settimane dopo sedevano allo stesso tavolo di governo. Zingaretti definiva il reddito di cittadinanza "una pagliacciata", De Luca "una grande porcheria": entrati al governo lo difesero come conquista sociale. Ogni posizione è sempre stata negoziabile, ogni principio sacrificabile sull'altare della convenienza. Questa volta no. Il PD difende i diritti omosessuali, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l'eutanasia, l'aborto come diritto fondamentale. Per il Corano l'omosessualità è peccato, la donna è sottoposta all'uomo, la legge di Dio prevale su quella degli uomini. Il PD è un partito laico, o almeno pretende di esserlo. L'islam è una fede che non separa il sacro dal politico. Non esistono punti di mediazione: esistono due visioni del mondo incompatibili, tenute insieme dalla disperazione di un partito che ha perso operai, ceto medio, giovani e idee, e cerca nei fedeli dell'islam il serbatoio elettorale che non trova più in nessun altro. Ma un'alleanza elettorale si scioglie. Un insediamento demografico e confessionale, no. Il partito dei diritti civili organizza il voto di una comunità che quei diritti non li contempla. Houellebecq lo aveva immaginato come romanzo. L'Iran lo ha vissuto come tragedia. L'Italia si avvia a replicarlo.
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@Islamicament 🇬🇧☪️ Blackburn, Lancashire: un campanello d’allarme per il futuro del Regno Unito. Nel censimento 2021 il 35% della popolazione del borough è musulmana (era il 27% solo nel 2011). I cristiani sono scesi al 38%. In 8 dei 17 ward i musulmani sono già la maggioranza assoluta, fino al 90% in alcuni quartieri. Si sono formate enclave etnico-religiose con centri comunitari, scuole e spazi quasi esclusivamente pakistani/musulmani. Alle ultime elezioni locali i gruppi indipendenti musulmani hanno guadagnato seggi importanti, erodendo il controllo di Labour. Questa non è integrazione: è trasformazione demografica e culturale. Stessi pattern visibili a Bradford, Oldham, Rochdale e altre città del Nord: grooming gangs documentate dalle inchieste ufficiali, parallelismo culturale, richieste crescenti di accomodamenti religiosi e influenza sempre maggiore sulla politica locale. A livello nazionale i musulmani sono al 6,5% (2021) e crescono velocemente per fertilità più alta e immigrazione. Senza un cambio radicale su immigrazione e integrazione, interi quartieri britannici stanno diventando zone dove la cultura inglese tradizionale è minoritaria. Questi non sono allarmi “estremisti”: sono i numeri del censimento ONS e i fatti documentati.
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An 18-year-old kid gets stabbed in the street. He’s running for his life, begging for help, and instead of saving him, the police handcuff him while he bleeds out because the attacker claimed “racism.” They let him choke on his own blood. No urgency. No humanity. Just cold, ideological policing. Months later? Still no names. Still no suspensions. Still no accountability. Meanwhile, the same UK police have arrested over 12,000 people for social media posts. They move at lightning speed to jail citizens for tweets and online comments, yet they can’t even name or discipline the officers who allegedly let a stabbing victim die in handcuffs on the street. This is the definition of two-tier policing: aggressive against ordinary people speaking online, but protective when it comes to their own failures and protecting the narrative. The British people deserve real justice, not another cover-up. Justice for Henry Nowak.
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Il diritto di correzione nel Corano 4:34: «Gli uomini sono preposti alle donne […] Quanto a quelle di cui temete l’insubordinazione (nushuz), ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, quindi battetele (idribuhunna). Se vi obbediscono, non cercate più modi contro di loro.»
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RT @Yazidisto: Islamic terrorists kidnapped 1,700 Yazidis and imprisoned them in a school in Kocho for 12 days, where they were tortured an…
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✍🏻 @Islamicament Ogni volta che un immigrato proveniente da “paesi musulmani” aiuta a fermare un terrorista o un aspirante tale, parte il coro: “Ecco, l’Islam è pace e integrazione. Visto???”. Peccato che sia un ragionamento truffaldino. Primo: non è affatto detto che chi proviene da quei paesi sia necessariamente musulmano. In passato ci sono stati casi di persone presentate come “musulmani moderati ed eroi” che poi si sono rivelate cristiani copti o appartenenti a minoranze religiose perseguitate proprio nei loro paesi musulmani di provenienza. È il caso dell’attentato di Bondi Beach, a Sydney, del 14 dicembre 2025, dove Ahmed al Ahmed, 43 anni, fruttivendolo, fu celebrato da tutti i giornali come “eroe musulmano” e simbolo del “vero Islam religione di pace”, salvo poi scoprire che era un cristiano copto. L’etichetta “buono perché musulmano” è spesso solo uno strumento mediatico. Secondo: anche ammesso che Osama e Mohammed (gli egiziani di Modena) siano musulmani, e allora? Per noi, “musulmani moderati” significa esattamente questo: persone che non seguono l’Islam alla lettera. Ce ne sono tanti e, per quanto ci riguarda, va benissimo così. Nessuno ha mai detto che tutti i musulmani siano terroristi. Ma questo non cancella il problema reale: esiste una parte non trascurabile di musulmani che interpreta letteralmente i passi violenti contro i non musulmani. Ed è proprio questa interpretazione che ha ispirato El Koudri. La buona azione di alcuni non annulla il movente religioso dell’attentatore. Usare gli “eroi buoni” per negare l’evidenza è solo fumo negli occhi utile a difendere un’ideologia che continua a generare troppi morti. Grazie a chi ha aiutato a fermare El Koudri. Ma smettiamola di strumentalizzare quel gesto per occultare la realtà. Per approfondire questo discorso, vi invito a leggere i seguenti nostri post: facebook.com/share/p/18WTMSf… facebook.com/share/v/18Xi3AA… islamicamentando.org/perche-…

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