Colpisce la regolarità.
Decine di profili senza volto, e tutti ripetono la stessa identica frase, con le stesse parole, nello stesso ordine.
Non è pensiero. È un copione.
Una posizione che si ripete uguale a se stessa su centinaia di account fake smette di essere opinione e diventa lavoro. Qualcuno la scrive, qualcuno la distribuisce. La spontaneità è la maschera, non la sostanza.
Il meccanismo ha un nome. Si chiama inversione. Tu accusi il nazismo, loro rovesciano l’accusa e te la rimettono in mano: il vero nazista sei tu, perché non ci lasci parlare. Chi vuole normalizzare il male si traveste da vittima della censura.
Gli psicologi la chiamano proiezione.
Addossi all’altro la colpa che è tua. Chi tappa la bocca accusa di voler tappare la bocca.
L’obiettivo vero non è convincerti. È trascinare tutto sul piano dell’opinione.
Se il nazismo diventa una tesi tra le tante, opporsi al nazismo diventa intolleranza, e il torto passa dalla tua parte.
Popper lo aveva capito un secolo fa. Una società che tollera anche chi vuole distruggere ogni tolleranza finisce divorata. Tollerare l’intollerante non è virtù. È resa.
Resta lo strato più sottile. Quelle risposte non vogliono vincere. Vogliono sfiancarti. Ti costringono a giustificarti davanti a chi non ti ascolta. A bruciare ore in una discussione che per loro è soltanto rumore. Non cercano il confronto. Cercano di spegnerti.
Per questo il copione torna sempre uguale. Funziona finché rispondi.