Promuoviamo azioni legali individuali e collettive, nazionali ed europee, a tutela dei diritti dei cittadini italiani.

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Per mesi siamo stati abituati a pensare che un risultato positivo significasse automaticamente contagio, pericolo, isolamento, focolaio. Ma secondo questa ricostruzione, il punto è molto più complesso. Un test diagnostico non dovrebbe essere interpretato come una parola isolata: positivo o negativo. Il suo significato dipende anche dal contesto epidemiologico in cui viene utilizzato. Uno degli elementi decisivi è la prevalenza, cioè quanto il virus è effettivamente diffuso in quel momento nella popolazione. Se la diffusione è alta, il risultato del test può avere un certo valore predittivo. Se invece la diffusione è bassa, aumenta il rischio che quel risultato venga interpretato in modo distorto, soprattutto se viene trasformato automaticamente in “persona contagiata” senza ulteriori valutazioni. Ed è proprio qui che nasce il problema. Durante il periodo Covid, milioni di risultati sono stati conteggiati e comunicati come positività certe, senza che il pubblico potesse davvero capire quali variabili fossero state considerate. Da quei numeri sono nate quarantene, bollettini, focolai, restrizioni e decisioni politiche enormi. Il tema, quindi, non è solo il tampone. È il modo in cui quel dato è stato letto, comunicato e trasformato in realtà pubblica.
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Un referto medico dovrebbe permettere di capire, non solo di etichettare. È questo il punto centrale della questione sui tamponi Covid: per mesi milioni di persone hanno ricevuto un risultato ridotto a due parole, positivo o negativo, senza poter conoscere un dato fondamentale per interpretarlo davvero. Il numero dei cicli. L’esempio è semplice: se in un esame del colesterolo non venisse indicato il valore, ma comparisse solo la parola “colesterolo”, quel referto sarebbe inutile. Non direbbe se il valore è basso, normale, alto o preoccupante. Secondo questa ricostruzione, qualcosa di simile sarebbe accaduto con i tamponi: senza indicare il numero dei cicli, non era possibile comprendere se una positività corrispondesse davvero a una condizione clinicamente e sanitariamente rilevante. Eppure da quei risultati sono derivate quarantene, isolamento, focolai, bollettini, restrizioni e decisioni pubbliche enormi. Il tema, quindi, non è un tecnicismo. È il fondamento stesso della narrazione del contagio. Perché se il metodo diagnostico viene applicato senza fornire i parametri necessari per interpretarlo, non si altera solo un dato: si altera la percezione della realtà. E quando il diritto e la politica si fondano su quella percezione, il problema diventa enorm
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Uno dei temi più tecnici, ma anche più decisivi, della diagnostica #Covid riguarda il numero dei cicli utilizzati nei tamponi molecolari. Durante la #pandemia, milioni di persone hanno ricevuto un referto con una risposta semplice: positivo o negativo. Ma secondo questa ricostruzione, quella risposta non bastava a comprendere davvero il significato clinico e sanitario del risultato. Il punto riguarda il cosiddetto numero di cicli di #amplificazione: un parametro essenziale per interpretare il test e valutare quanto materiale genetico sia stato rilevato. Se questo dato manca dal referto, diventa molto più difficile capire se quella positività indichi una reale condizione di contagiosità o se, invece, derivi da una quantità minima di materiale rilevato dopo moltissime amplificazioni. Ed è qui che entra il nodo delle linee guida #OMS. Secondo quanto sostenuto nel video, l’OMS avrebbe richiamato l’attenzione proprio su questo punto, chiedendo di indicare nei referti il numero dei cicli per evitare interpretazioni fuorvianti e falsi positivi. Eppure, nei referti italiani, quel dato non compariva. La domanda allora è inevitabile: quante decisioni, quarantene, restrizioni e classificazioni sono state fondate su risultati privi di un’informazione decisiva? Perché nella diagnostica non conta solo il risultato. Conta anche come quel risultato viene prodotto e interpretato.
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LA PRESCRIZIONE PER I DECESSI ASSERITAMENTE #COVID_19: NON LA FINE MA L'INIZIO DELL'ACCERTAMENTO DELLA VERITA' Compaiono nella c.d. stampa alternativa articoli di giornalisti che si stracciano le vesti per l'archiviazione per prescrizione dell'istruttoria sull'eccesso di #vittime verificatosi in Lombardia nel marzo 2020. Le famiglie sono furibonde e rassegnate. E' solo la fine di una grottesca finzione: i #morti in eccesso non sono stati determinati dalla COVID-19 perché il virus #SarsCov2 non circolava nè a Codogno, né ad Alzano Lombardo, né a Membro in quell'anno. Questa archiviazione è una opportunità per far emergere la verità effettiva: la creazione del primo caso di contagiato a Codogno attuata falsificando le modalità tecnico-scientifiche della diagnostica e la creazione successiva con le stesse modalità dei vari inesistenti "focolai". Le famiglie delle vittime non devono smettere di combattere devono comprendere chi è il vero nemico, quello che ha commesso reati che non sono prescritti. Il diritto al risarcimento degli enormi danni patiti per la morte di un loro congiunto comincia ora che è stata messa la pietra tombale sopra il raggiro della falsa attribuzione delle morti ad una malattia che non è quella che ha determinato i decessi. In centinaia di atti giudiziari questo nemico è chiaramente indicato ed individuato. Nella Commissione Parlamentare ho anticipato i tratti che lo connotano, presto l'identikit sarà completo anche perché, forse, qualche Procura della Repubblica sembra uscire dal torpore complice nel quale era caduta e finalmente esercita una seria azione penale.
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Uno dei passaggi più importanti nell’accertamento sui dati pandemici riguarda i #tamponi effettivamente utilizzati dai laboratori italiani. Secondo questa ricostruzione, il lavoro è partito da una domanda semplice: quali marche e quali produttori sono stati usati per effettuare i test #Covid? La richiesta è stata inviata a centinaia di laboratori. Una parte consistente ha risposto, permettendo di ricostruire quali dispositivi fossero stati utilizzati nella diagnostica. A quel punto il tema non era più soltanto giuridico, ma tecnico-scientifico. Per ogni tampone dichiarato, sono stati esaminati i fogli informativi e i parametri indicati, confrontandoli con le linee guida degli organismi sanitari internazionali, come #OMS e CDC. Ed è qui che emerge il nodo centrale: se i dispositivi utilizzati non rispettavano i parametri scientifici richiesti, allora non si parla più solo di una violazione formale della #legge. Si parla della possibile inattendibilità degli strumenti da cui sono derivati positivi, focolai, bollettini, restrizioni, quarantene e decisioni politiche enormi. Perché tutto il sistema pandemico si è fondato sui dati. Ma se quei dati nascevano da strumenti non adeguatamente verificati o non conformi ai criteri scientifici, allora la domanda diventa inevitabile: cosa resta dell’intera narrazione costruita su quei numeri?
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Uno dei punti più delicati dell’intera vicenda pandemica riguarda la validazione dei dispositivi diagnostici. Per mesi, #tamponi, positivi, focolai e bollettini hanno orientato decisioni enormi: #restrizioni, #quarantene, chiusure, zone rosse, sospensioni, obblighi e limitazioni dei diritti fondamentali. Ma tutto quel sistema si reggeva su una domanda preliminare: i dispositivi utilizzati erano stati davvero validati? Secondo questa ricostruzione, a un certo punto venne previsto che i tamponi dovessero essere validati dall’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro #Spallanzani. Una misura che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto colmare il vuoto lasciato dai mancati controlli precedenti. Il problema nasce quando, in sede processuale, emerge una risposta diversa: quei dispositivi non sarebbero mai stati validati. Se questo fosse confermato, non si tratterebbe di un dettaglio tecnico, ma di un punto centrale. Perché se gli strumenti diagnostici non erano stati verificati per efficacia e affidabilità, allora anche i dati prodotti da quegli strumenti diventano contestabili. E se i dati diventano contestabili, lo diventano anche le decisioni politiche, sanitarie e giudiziarie fondate su quei dati. La domanda resta enorme: quanta parte dell’#emergenza è stata costruita su presupposti diagnostici mai davvero controllati?
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Uno dei punti meno discussi del periodo pandemico riguarda la produzione dei dati diagnostici. Per mesi, i numeri dei #tamponi, dei positivi e dei focolai sono stati presentati come dati pubblici, oggettivi, incontestabili. Ma una domanda resta centrale: chi li produceva davvero? E soprattutto: chi li controllava? Secondo questa ricostruzione, gran parte della diagnostica sarebbe stata affidata a laboratori privati o comunque operanti in un regime privatistico, senza un controllo pubblico effettivo sulla veridicità degli esiti. E questo apre un problema enorme. Perché se lo Stato fonda restrizioni, obblighi, zone rosse, sospensioni e decisioni politiche su dati prodotti da soggetti privati, quei dati devono essere verificati con il massimo rigore. Ancora più delicato è il tema del possibile conflitto di interessi: più #test vengono effettuati, più positività vengono rilevate, più cresce la domanda di ulteriori esami. Un meccanismo che, se non controllato, può trasformare la diagnostica in un circuito economico autoalimentato. Il punto non è tecnico. È democratico. Una popolazione può accettare misure eccezionali solo se i dati alla base di quelle misure sono trasparenti, verificabili e realmente controllati da autorità pubbliche indipendenti. Ed è proprio qui che la vicenda della #pandemia merita ancora un accertamento serio.
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Uno dei nodi più delicati del periodo pandemico riguarda l’origine stessa dei dati ufficiali. Bollettini, numeri, curve, contagi, focolai, emergenze: per mesi l’intera vita del Paese è stata regolata sulla base di informazioni medico-scientifiche e statistiche diffuse quotidianamente dalle istituzioni. Ma una domanda resta centrale: quei dati erano davvero fondati su strumenti diagnostici pienamente verificati? Secondo questa ricostruzione, il problema nasce dai #tamponi. Se i dispositivi utilizzati per rilevare i casi non erano stati controllati in modo adeguato per efficienza e affidabilità, allora tutto il sistema di conteggio diventa fragile. Perché non si tratta di un dettaglio tecnico. Da quei tamponi sono derivati numeri, classificazioni, allarmi, provvedimenti, #restrizioni, zone rosse, #sospensioni, #obblighi e decisioni che hanno inciso sulla vita di milioni di persone. E se il presupposto diagnostico non era solido, allora anche la rappresentazione dell’emergenza deve essere rimessa in discussione. Il tema non è solo sanitario. È giuridico, politico e istituzionale. Perché quando lo #Stato fonda misure eccezionali su dati non verificati fino in fondo, la domanda diventa inevitabile: chi risponde delle conseguenze? La verità, forse, passa proprio da qui: dai numeri, dagli strumenti usati per produrli e dai controlli che avrebbero dovuto precederli.
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Durante la #pandemia, il ruolo dell’informazione è stato enorme. Televisioni, giornali, prime pagine, talk show, bollettini quotidiani e campagne istituzionali hanno costruito un clima costante di allarme, #paura e pressione sociale. Il punto non è negare che ci fosse una situazione complessa. Il punto è chiedersi se il racconto pubblico sia stato davvero libero, pluralista e proporzionato. Perché quando le fonti di informazione ricevono finanziamenti pubblici, mentre contemporaneamente raccontano l’emergenza in una sola direzione, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a informazione o a costruzione del consenso? Molte persone hanno creduto in buona fede a ciò che veniva ripetuto ogni giorno. E questo è comprensibile. Se per mesi il messaggio dominante è paura, rischio, colpa e obbedienza, la capacità di valutare i fatti con lucidità viene inevitabilmente condizionata. È proprio qui che il #potere diventa più pericoloso: non quando impone soltanto dall’esterno, ma quando riesce a entrare nella percezione stessa della realtà. Una #democrazia sana ha bisogno di cittadini informati, non terrorizzati. E ha bisogno di media capaci di fare domande, non solo di amplificare la narrazione del potere.
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Durante il periodo pandemico, milioni di cittadini sono stati esposti ogni giorno a un flusso continuo di numeri, bollettini, titoli, allarmi, conferenze stampa e trasmissioni televisive. Il punto non è negare che ci fosse una situazione complessa. Il punto è chiedersi come quella situazione sia stata raccontata. Perché quando la comunicazione pubblica diventa costante, martellante, emotivamente carica e quasi sempre orientata nella stessa direzione, non informa soltanto: costruisce una percezione della realtà. E se quella percezione viene costruita attraverso la #paura, allora anche il consenso rischia di non essere più davvero libero. Molte persone, in quegli anni, non hanno scelto dentro un clima di serenità, confronto e pluralismo. Hanno scelto dentro un clima di #pressione, colpa, allarme continuo e isolamento sociale. È qui che si apre la domanda più scomoda: quanto di ciò che abbiamo accettato era frutto di valutazione consapevole e quanto, invece, di una narrazione costruita per indirizzare il comportamento collettivo? La comunicazione istituzionale e mediatica, in una democrazia, dovrebbe aiutare i cittadini a comprendere. Non a terrorizzarli. Perché quando la paura diventa metodo di #governo, la #libertà diventa solo apparente.
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La discussione giuridica sul periodo pandemico non può considerarsi chiusa. Il punto sollevato è molto preciso: se alcune decisioni della #CorteCostituzionale si sono fondate su dati di fatto non corretti, incompleti o contestabili, allora anche i principi di diritto costruiti su quei dati devono essere rimessi in discussione. Perché il #diritto non vive nel vuoto. Una sentenza può affermare principi generali, ma quando quei principi dipendono da una certa ricostruzione della realtà, quella ricostruzione deve essere verificabile. È qui che si apre il nodo più delicato: i dati usati per giustificare obblighi, restrizioni e compressioni dei diritti erano davvero solidi? Erano completi? Erano rappresentativi della realtà? Secondo questa tesi, la questione dovrebbe tornare davanti ai giudici proprio per chiarire il fondamento fattuale delle decisioni assunte. Non si tratta solo di riaprire il #passato. Si tratta di capire se, in futuro, un’#emergenza potrà ancora diventare il terreno su cui limitare diritti fondamentali sulla base di dati non sufficientemente verificati. La battaglia giudiziaria, quindi, resta aperta. E il punto decisivo potrebbe essere proprio questo: prima ancora dei principi, bisogna tornare ai fatti.
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Uno degli aspetti meno discussi del periodo #Covid riguarda la capacità reale del sistema sanitario italiano. Nel racconto pubblico, il riempimento delle terapie intensive è stato presentato come la prova immediata dell’#emergenza. Ma una domanda resta aperta: quanto di quel collasso dipendeva dal #virus e quanto da un sistema già ridotto all’osso? Se un Paese ha pochi posti disponibili per tutte le #patologie, non solo per il Covid, basta una pressione relativamente limitata per mandare in crisi l’intero sistema. E allora il tema diventa politico prima ancora che sanitario. Perché se negli anni si riduce la capacità ospedaliera, poi si usa quella stessa fragilità come giustificazione per limitare libertà, lavoro, socialità e movimento, il problema non può essere liquidato come semplice “necessità emergenziale”. Ancora più delicata è la questione delle soglie: se basta una percentuale molto bassa di occupazione delle terapie intensive per introdurre restrizioni pesantissime, allora bisogna chiedersi chi stabilisce quei parametri, su quali basi e con quali responsabilità. Il punto non è negare la difficoltà di quei mesi. Il punto è capire se una crisi sanitaria sia stata anche il risultato di scelte politiche precedenti, mai davvero messe sotto accusa.
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Uno dei nodi più delicati delle decisioni sul periodo #Covid riguarda il rapporto tra competenza giuridica e competenza tecnico-scientifica. Una Corte può certamente decidere sui principi di #diritto. Ma quando quei principi si fondano su dati #medici, epidemiologici e scientifici, la domanda diventa inevitabile: può farlo senza un adeguato supporto tecnico? Il punto sollevato è proprio questo. Se in una sentenza viene confuso il virus con la malattia, cioè #SARSCoV2 con Covid-19, non siamo davanti a una semplice imprecisione linguistica. Siamo davanti a un errore che riguarda il presupposto stesso del ragionamento. Perché una cosa è la causa, un’altra è l’effetto. E se il ragionamento giuridico nasce da una comprensione errata dei fatti, allora anche le conclusioni rischiano di essere compromesse. Per questo la richiesta di una consulenza tecnica assumeva un valore centrale: non per delegittimare la Corte, ma per evitare che una materia complessa venisse decisa senza gli strumenti necessari. Il tema resta enorme: quando il diritto entra in territori scientifici, deve avere l’umiltà di ascoltare chi possiede le competenze per interpretarli. Altrimenti il rischio è che l’errore tecnico diventi principio giuridico.
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Uno dei punti più delicati delle decisioni sul periodo #Covid riguarda il rapporto tra diritto e fatti. La Corte costituzionale è una corte del diritto: stabilisce principi, valuta la compatibilità delle norme con la Costituzione, interpreta il quadro giuridico. Ma quando una decisione giuridica si fonda su presupposti di fatto, quei presupposti devono essere corretti. Ed è qui che nasce il nodo. Se si sostiene che un sacrificio individuale, anche gravissimo, possa essere considerato tollerabile in nome della solidarietà sociale, bisogna prima dimostrare che quel sacrificio servisse davvero a proteggere la comunità. Nel caso dei vaccini Covid, la questione centrale diventa questa: erano strumenti destinati a impedire il #contagio o a prevenire la #malattia grave? Perché se il presupposto fattuale viene confuso, anche il ragionamento giuridico rischia di vacillare. A questo si aggiunge un tema ancora più serio: la gestione dei dati pandemici, la loro attendibilità e l’eventuale costruzione di una rappresentazione alterata dell’emergenza. Sono questioni enormi, che non possono essere liquidate come dettagli tecnici. Perché da quei dati, da quelle premesse e da quelle decisioni sono dipesi diritti, lavoro, libertà personali e dignità di milioni di cittadini. E proprio per questo la discussione non può considerarsi chiusa.
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La vicenda #Covid non può essere archiviata come se tutto fosse stato chiarito. Restano aperte troppe domande: sulle decisioni politiche, sulle limitazioni dei #diritti, sulle sospensioni dei lavoratori, sulle conseguenze subite da chi non ha accettato determinati obblighi e sul ruolo della #magistratura in quegli anni. Il punto più delicato riguarda proprio questo: quando la #giustizia rinuncia a esaminare fino in fondo ciò che è accaduto, il rischio è che il diritto venga piegato alla necessità politica del momento. Le sentenze non dovrebbero servire a proteggere una narrazione. Dovrebbero verificare i fatti, correggere gli errori, aprire spazi di responsabilità. Oggi, anche grazie ai lavori della Commissione Covid, stanno emergendo elementi che meritano attenzione. E proprio per questo non bisogna fermarsi. La pressione giudiziaria deve continuare: in sede civile, amministrativa e penale. Non per spirito di vendetta, ma perché una democrazia ha bisogno di verità, controllo e responsabilità. Soprattutto quando sono stati compressi diritti fondamentali. La domanda resta: la giustizia avrà il coraggio di guardare davvero dentro questa pagina della nostra storia recente?
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Si può pensare tutto della presidenza #Trump. Si può criticarne il linguaggio, lo stile, le contraddizioni, le forzature. Ma su un punto il dibattito resta aperto: il suo ingresso nello scenario #Russia-#Ucraina ha cambiato gli equilibri e ha interrotto una dinamica che sembrava andare in una sola direzione. Negli ultimi mesi, infatti, una parte dell’#Europa sembrava sempre più orientata non alla mediazione, ma all’escalation. Più #armi, più retorica bellica, più dichiarazioni muscolari, più distanza da qualsiasi ipotesi di trattativa reale. E allora la domanda diventa inevitabile: l’Europa voleva davvero la pace? O una parte delle sue élite politiche ed economiche aveva interesse a prolungare il conflitto, alimentando un clima di emergenza permanente? Il punto non è trasformare Trump in un salvatore. Il punto è osservare come, anche con tutti i suoi limiti, la sua irruzione abbia scompaginato un equilibrio che sembrava ormai normalizzato: quello di una guerra destinata a continuare senza una vera discussione pubblica. La cosa più preoccupante, però, resta un’altra: la bassa consapevolezza dei cittadini. Perché quando la guerra diventa normalità, il pericolo più grande è smettere di vederla come una follia.
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Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno che meriterebbe un dibattito molto più serio: l’uso dell’emergenza come meccanismo permanente di spostamento di #ricchezza. Prima la pandemia, poi la #guerra, poi le nuove crisi internazionali. Ogni volta il linguaggio cambia, ma lo schema sembra ripetersi: denaro pubblico che si muove verso grandi interessi privati, mentre cittadini e classe media pagano il prezzo più alto. Il punto non è solo economico. È politico. Perché quando la classe media viene progressivamente impoverita, compressa, tassata, indebolita e resa dipendente da decisioni prese altrove, si riduce anche la sua capacità di reagire. Eppure proprio quella classe media, che dovrebbe essere il primo argine davanti agli abusi del potere, spesso resta immobile. Non perché non subisca il problema, ma perché riesce ancora a sopravvivere. Ha ancora risorse, adattamento, creatività, margini di resistenza. Ma fino a quando? La domanda centrale è questa: quante emergenze servono prima che ci si accorga che il prezzo viene pagato sempre dagli stessi? E se il potere alza continuamente l’asticella, quanto spazio rimane davvero alla libertà dei #cittadini?
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Il periodo 2020-2022 non è soltanto una ferita aperta. È una lezione ancora da studiare. Non solo per ciò che è accaduto sul piano sanitario, politico e giuridico, ma per ciò che ha rivelato sul rapporto tra potere e individuo. Una generazione cresciuta con l’idea di non avere confini, di essere aperta al mondo, connessa, cosmopolita, libera, si è trovata improvvisamente chiusa in casa. E, in molti casi, ha accettato quella condizione con una rapidità sorprendente. Il punto non è giudicare le paure personali. La paura, in un momento di emergenza, è comprensibile. Il punto è chiedersi perché così poche persone abbiano messo davvero in discussione il meccanismo. Perché così tanti abbiano accettato che diritti, socialità, studio, lavoro e libertà personali diventassero concessioni revocabili. Il Covid ha mostrato una fragilità profonda: non solo delle istituzioni, ma anche della coscienza critica collettiva. Forse la domanda più scomoda è proprio questa: una generazione che si definiva libera, quanto era davvero pronta a difendere la propria libertà? E soprattutto: abbiamo capito qualcosa, o siamo pronti a rifare tutto da capo? #covid #generazione #pandemia #governo #lockdown
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Il periodo 2020-2022 ha segnato uno dei passaggi più delicati nel rapporto tra Stato, cittadini e libertà individuali. Per la prima volta in tempo di pace, molte persone hanno percepito l’intervento pubblico non solo come una forma di tutela sanitaria, ma come un’ingerenza profonda nella propria vita, nel proprio lavoro, nelle proprie relazioni e perfino nel proprio corpo. Il punto, oggi, non è soltanto riaprire una discussione politica. È chiedersi se siano stati rispettati i confini fondamentali dello Stato di diritto. Quando una scelta sanitaria viene trasformata in condizione per lavorare, muoversi, partecipare alla vita sociale o conservare la propria dignità pubblica, la domanda diventa inevitabile: fino a dove può spingersi lo Stato? E soprattutto: chi ha davvero indagato sulle conseguenze di quelle decisioni? Le morti, gli eventi avversi, le sospensioni, le discriminazioni, le pressioni sociali e istituzionali non possono essere liquidate come dettagli collaterali di una fase emergenziale. Una democrazia matura dovrebbe avere il coraggio di guardare anche le proprie pagine più scomode. Perché il tema non è solo ciò che è accaduto durante il Covid. Il tema è capire se potrà accadere di nuovo. #covid #magistratura #pandemia #governo #lockdown
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Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui il silenzio delle istituzioni pesa quasi quanto le decisioni che vengono prese. Il periodo 2020-2022 ha lasciato ferite profonde: restrizioni, obblighi, esclusioni sociali, sospensioni dal lavoro, diritti compressi, cittadini trattati come un problema da gestire più che come persone da ascoltare. E davanti a tutto questo, una domanda resta aperta: dov’era la magistratura? Perché il punto non è solo ciò che è accaduto. Il punto è anche ciò che non è stato indagato, ciò che non è stato approfondito, ciò che è rimasto ai margini nonostante denunce, richieste, documenti e testimonianze. Una magistratura davvero indipendente dovrebbe avere il coraggio di guardare anche dove è scomodo guardare. Soprattutto lì. Quando invece prevalgono inerzia, prudenza e silenzio, il rischio è che la giustizia smetta di essere presidio dei diritti e diventi spettatrice degli abusi. Il confronto con i grandi magistrati del passato non serve a fare retorica, ma a ricordare cosa dovrebbe essere la funzione giudiziaria: ricerca della verità, anche quando la verità disturba. E questa pagina, prima o poi, dovrà essere letta fino in fondo. #covid #magistratura #pandemia #governo #lockdown
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