Un referto medico dovrebbe permettere di capire, non solo di etichettare.
È questo il punto centrale della questione sui tamponi Covid: per mesi milioni di persone hanno ricevuto un risultato ridotto a due parole, positivo o negativo, senza poter conoscere un dato fondamentale per interpretarlo davvero.
Il numero dei cicli.
L’esempio è semplice: se in un esame del colesterolo non venisse indicato il valore, ma comparisse solo la parola “colesterolo”, quel referto sarebbe inutile. Non direbbe se il valore è basso, normale, alto o preoccupante.
Secondo questa ricostruzione, qualcosa di simile sarebbe accaduto con i tamponi: senza indicare il numero dei cicli, non era possibile comprendere se una positività corrispondesse davvero a una condizione clinicamente e sanitariamente rilevante.
Eppure da quei risultati sono derivate quarantene, isolamento, focolai, bollettini, restrizioni e decisioni pubbliche enormi.
Il tema, quindi, non è un tecnicismo.
È il fondamento stesso della narrazione del contagio.
Perché se il metodo diagnostico viene applicato senza fornire i parametri necessari per interpretarlo, non si altera solo un dato: si altera la percezione della realtà.
E quando il diritto e la politica si fondano su quella percezione, il problema diventa enorm