Abbiamo smesso di sognare.
E forse non ce ne siamo nemmeno accorti.
Una volta il calcio era attesa. Era immaginazione. Era quella sensazione che ti accompagnava per giorni, per settimane, a volte per intere estati.
C'era una voce. Una semplice voce.
E bastava quella.
Un trafiletto su un giornale. Una frase ascoltata alla radio. Un amico che diceva: "Pare che arrivi lui".
Da quel momento iniziava il viaggio.
Ognuno costruiva il proprio sogno. Ognuno immaginava quel giocatore con la propria maglia. Ognuno vedeva un futuro diverso, migliore, più bello.
Oggi invece sappiamo tutto.
Troppo.
Troppo presto.
Seguiamo aerei, monitoriamo voli privati, analizziamo fotografie, interpretiamo like, osserviamo automobili davanti agli alberghi. Ogni minuto arriva un aggiornamento. Ogni ora una smentita. Ogni giorno una nuova versione della stessa storia.
E così, lentamente, abbiamo sostituito l'immaginazione con il consumo dell'informazione.
Non aspettiamo più.
Consumiamo.
Non sogniamo più.
Aggiorniamo.
La responsabilità non è di una sola parte.
È dei club che hanno trasformato la comunicazione in uno spettacolo continuo.
È dell'informazione che deve riempire ogni secondo della giornata.
È delle televisioni che vivono di dibattiti infiniti.
È dei social che hanno cancellato il silenzio.
È dei tempi moderni che ci hanno convinto che tutto debba essere immediato.
Ma il calcio, quello vero, non è mai stato immediato.
Il calcio è sempre stato attesa.
L'attesa di una domenica.
L'attesa di una partita.
L'attesa di un acquisto.
L'attesa di un sogno.
E forse è proprio lì che abbiamo perso qualcosa.
Perché il momento più bello non era sempre l'arrivo del campione.
Spesso era ciò che veniva prima.
Erano le notti passate a immaginare.
Le discussioni infinite.
Le speranze.
Le illusioni.
Persino le delusioni.
Perché sognare significa anche rischiare di restare delusi.
Ma almeno significa sentirsi vivi.
Oggi invece sappiamo tutto e proviamo sempre meno.
Conosciamo ogni dettaglio, ma ci emozioniamo raramente.
Abbiamo informazioni in abbondanza e meraviglia in scarsità.
E allora forse la vera rivoluzione non è sapere prima degli altri.
Forse la vera rivoluzione è tornare a immaginare.
Tornare a lasciare uno spazio al mistero.
Tornare a desiderare qualcosa senza pretenderla subito.
Perché il calcio non appartiene ai server, agli algoritmi, alle notifiche o agli studi televisivi.
Il calcio appartiene ancora a quel bambino che, guardando il cielo d'estate, immagina il campione dei suoi sogni arrivare nella propria città.
E finché esisterà quel bambino, esisterà anche la parte più bella del calcio.
Quella che nessuna breaking news potrà mai raccontare.
Quella che si chiama semplicemente: sogno.
Ancora qua mentre guardo una replica del Napoli futsal sulla spiaggia il mio sigaro è sempre lui in mezzo :
Il mio zacapa.
🕴️📸⚽️