Studiosi in Casa Manzoni
di Giovanni Titta Rosa
A pochi passi dalla casa dove nacque Alessandro Manzoni, (fino a pochi anni fa ci passava davanti il Naviglio, e le antiche piante di un giardino, sporgendo da una traforata balaustra di «cotto », vi specchiavano il loro mobile fogliame), la via di San Damiano, come si chiamava una volta, fa una lunga e dolce curva, e attraversato un rumoroso crocicchio, s’innesta ad un’altra via dal nome storico: via Francesco Sforza.
A sinistra di questa, con una bella facciata settecentesca dove resta un ricordo d’aura barocca, si presenta, di fronte, palazzo Sormani. Qui ha sede, ora, in attesa di occupare la casa del Manzoni, tra via del Morone e Piazza Belgioioso, il « Centro Nazionale di studi manzoniani », come si legge su una targa di pietra, infissa, a sinistra, sul muro del cortile.
La prima idea del Centro Manzoniano si deve a Giovanni Gentile. Gentile ha sempre amato Manzoni, e ha scritto su di lui molte pagine belle e ricche di pensiero; ultime, in ordine di tempo, quelle che aprono il primo volume degli Annali Manzoniani. La idea era feconda, e meritò, prontissima comprensione dal Duce e un primo valido appoggio da Bottai. A Milano, — e ricordo la prima riunione per la fondazione del Centro, in cui le parole che disse allora Gentile, traducendo limpidamente ciò che i migliori studiosi pensano di Manzoni, trovarono immediatamente le vie del cuore dei fedeli ambrosiani — il Centro ebbe senza indugio la adesione, non solo morale, ma pratica e fattiva di studiosi e di mecenati.
Gentile, confortato da tali consensi, si mise subito al lavoro; e il Centro cominciò subito ad aver vita.
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Ma, praticamente, come è sorto il Centro? È noto che alla milanese Braidense esisteva una sala manzoniana, formatasi gradatamente, attorno ai manoscritti del Manzoni che vi erano pervenuti dalle mani degli eredi, con le edizioni delle opere manzoniane, coi cimeli del poeta e della sua famiglia, (quadri, ritratti, stampe, miniature), con saggi biografici e critici sul Manzoni.
Ma non c’era tutto, né pareva che tutto vi potesse mai pervenire. Inoltre, studiosi e, diciamo pure, innamorati del Manzoni, avevano per conto proprio adunato un materiale importante di cose manzoniane (edizioni, iconografia, critica, biografia, ecc.); ed era non agevole consultarlo.
Coi manoscritti (autografi, copie, bozze di stampa corrette dal Manzoni, libri postillati da lui), col «fondo » Schiff-Giorgini, (costituito dal manoscritto di Sentir messa, pubblicato anni fa dal Buffieretti, da 114 lettere autografe, dalle prove di stampa d’un opuscolo del genero Giorgini, postillate dal Manzoni); con la biblioteca del figliastro Stefano Stampa (donata da costui all’Istituto dei figli della Provvidenza e ora acquistata dalla Provincia di Milano per il Centro); con la raccolta offerta al Centro dal sen. Treccani; con le carte riferentisi al Carteggio, già in possesso del compianto Gallavresi, e ora consegnate al Centro dalla vedova dona Lucia; coi due « fondi » Grossi, uno proveniente dal signore Blondasi e Tibiletti, e l’altro donato al Centro dai coniugi Pozzi, in memoria della loro figlia Antonia; infine, con tutto ciò che di manzoniano si trova ancora nelle raccolte municipali del Castello Sforzesco e nel Museo milanese di Palazzo Sormani; il Centro Manzoniano raccoglie già e raccoglierà tutto quanto fu di Manzoni o riguarda Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici.
Questo è il materiale del Centro, e questo materiale si propone di ordinare definitivamente, assolvendo uno dei suoi compiti, il Centro Manzoniano, sotto la direzione del suo conservatore Marino Parenti.
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Ma per assolvere degnamente questo compito il Centro non avrebbe potuto aver sede definitiva in quelle due sale di Palazzo Sormani, a capo di Corso Vittoria. In questa sede sarebbe mancato lo spazio per il graduale armonico sviluppo del Centro. Perciò fu naturale pensare alla casa Manzoni di via del Morone, dove egli visse per lunghissimi anni, e dove morì.
Ma casa Manzoni era in mano a privati; c’era una piccola banca, e a pianterreno persino un’associazione di fotografi, che vi tenevano le loro riunioni, e vi celebravano ogni tanto, con conferenze e proiezioni, le conquiste dell’arte fotografica. Senza dire che, abitandovi delle famiglie, queste vi avevano ricavati «servizi» per i loro bisogni: gabinetti, un’autorimessa e altre «comodità». A questo punto, per mettere il Centro in condizione di funzionare come si deve, chi poteva intervenire se non un Istituto scolarmente benemerito per le opere della cultura e del bene (che don Alessandro non avrebbe potuto concepire mai disgiunte)? Appunto, intervenne la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde; la quale, acquistando casa Manzoni, l’ha ceduta al Centro in uso perpetuo.
Subito sono cominciati i lavori di ripristino. Chi ha solo una volta varcata la soglia di casa Manzoni (e non sono mai mancati, per quanto rari, visitatori da ogni parte d’Italia e dell’estero), mettendo piede nel cortile, non avrà potuto non vedere sui muri, e sotto il portichetto di fronte all’ingresso certi curiosi e, dirò anche, divertenti affreschi. Vi si vede anzitutto un don Alessandro con la « paglietta » in testa, l’ombrello in mano, e una gran sfoccia per cravatta. Davanti a lui, una prosperosa contadinotta brianzola, con la «raggiera », il corsetto a fiorami e un’ampia veste a pieghe. È l’incontro tra Manzoni e Lucia; e se don Alessandro pare un signore tra l’imbarazzato e lo scorbutico, uscito per la passeggiata domenicale e per la visita al curato, lei, Lucia, ha le proporzioni e l’aria d’una balia vestita a festa. Sotto il portichetto, poi, in altri affreschi, interrotti da tondi medaglioni, si vedono alcune scene ispirate alle opere minori: Adelchi sotto la tenda, il Carmagnola in una specie di consiglio di guerra, un Napoleone con le braccia al sen conserte, ecc. e nel soffitto un’allegorica apoteosi di don Alessandro assunto nel cielo della gloria. Nei medaglioni, poi, ecco la faccia feroce di don Rodrigo, il viso sempliciotto di Renzo, quello ingenuo (ma falsamente ingenuo) di Lucia; e l’Innominato, e il Cardinal Federigo con un pizzo alla moschettiera, e un padre Cristoforo più sanguigno che soffuso di battagliera carità. Insomma delle falsificazioni, tra il realistico e il rettorico, in perfetta armonia col tempo in cui tali scene ed immagini furono dipinte, ch’è attorno alla fine del secolo.
Ora, tutto questo per fortuna sparirà; e poiché sotto gli affreschi e gl’intonachi moderni, grattando, sono riapparsi gli intonachi che vi fece dare don Alessandro, questi saranno, giustamente, ripristinati. Anche nel pavimento del cortile, saranno tolti quei mosaici rossi a gigli fiorentini che non si sa per quale motivo (forse per alludere alla risciacquatura in Arno?) vi furono posti, e vi saranno rimessi i vecchi e semplici ciottoli delle « corti » delle case civili milanesi, con cui Manzoni fece lastricare anche il cortile di casa sua. E poiché gli piaceva il verde, nelle pareti del cortile questo verde tornerà, e ridarà all’ingresso della casa quella vaga aria di campagna, quell’ombreggiata quiete che piaceva ai suoi occhi.
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Nella sistemazione definitiva del Centro, a pianterreno, troverà posto il museo con tutti i cimeli manzoniani. Qui si potrà scorrere l’intero curriculum vitae di Manzoni e della sua famiglia. Tale curriculum avrà inizio dalle più lontane origini della casata dei Manzoni, oriunda, come si sa, di Barzio in Valsassina; il bisnonno, il nonno, il padre, le zie, la nonna Beccaria, il nonno don Cesare, la madre donna Giulia, la casa dove egli nacque, (s’intende la fotografia) ch’è quella di via San Damiano, 20, ora via Visconti di Modrone; la cascina Costa dove fu a balia, il Caleotto, e i collegi di Merate, di Lugano, il Longone, dove passò gli anni felici dell’infanzia e della prima giovinezza; Enrichetta, i figli, donna Teresa; fino allo « studio » che, con la stanza ove morì, è la unica cosa rimasta intatta nella casa di via del Morone. Accanto allo studio, nella stanzetta abitata da Grossi, e nel corridoio attiguo, ci sarà una specie di sacrario delle amicizie: ritratti e cose riguardanti Porta, Rossari, Fauriel, Torti, ecc.
Il vero e proprio Centro sarà al primo piano. E vi saranno anzitutto gli archivi, coi manoscritti, i diversi « fondi » e le opere del Manzoni. E poiché, a forza di esaminarli, gli autografi finirebbero col consumarsi, o almeno con lo sciuparsi in modo pericoloso, si è saggiamente pensato di sostituirli con fotografie in fac-simile; in tal modo, gli studiosi potranno continuare le loro ricerche, e gli autografi non occorrerà toccarli dalle loro sicure custodie d’amianto. E questa sarà la fototeca manzoniana.
Nello stesso piano sarà allogata la Direzione del Centro; e vi sarà una stanza, uno studietto, riservato a quegli studiosi che dovranno fare studi lunghi e continuativi.
Infine, nel secondo piano, avranno sede gli uffici e gli archivi amministrativi, e un ben attrezzato gabinetto fotografico.
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In attesa di sistemarsi nella casa del Manzoni, che cosa sta facendo attualmente il Centro? Mentre il conservatore presiede e dirige il ripristino della casa di via del Morone, Fausto Ghisalberti sta compiendo il lavoro di collazione del testo degli Sposi promessi. Egli ha cioè riscontrato sul manoscritto autografo le edizioni degli Sposi promessi; e se gli altri tomi, già editi dallo Sforza, non presentano, rispetto al manoscritto, mutamenti sostanziali, o diversità di gran conto, non è così per il primo tomo, del quale abbiamo sinora l’edizione del Lesca, ove non sono soltanto sbagli di lettura ma mancano passi interi, che dunque verranno ricollocati nel testo. Si avrà così un’edizione degli Sposi promessi per la prima volta conforme al manoscritto, anche nelle minime variazioni grammaticali e della punteggiatura. Di ciò il Ghisalberti darà conto nel secondo fascicolo degli Annali Manzoniani.
Tutti sanno che il Manzoni, anche dopo l’edizione del ’27, continuò a correggere il suo romanzo. La famosa « risciacquatura in Arno » non durò pochi mesi, ma parecchi anni, dal ’27 al ’40. E quest’anno ricorre il primo centenario di questa edizione del ’40: che fu, come è noto, illustrata con le vignette del Gonin, Riccardi, D’Azeglio e d’altri; e che a don Alessandro costò oltre go mila lire solo per le vignette, a parte altri fastidi e una lite con l’editore ch’era il Guglielmini.
Si pensò in quella occasione di fare dei Promessi Sposi un’edizione che potesse gareggiare con certe belle edizioni romantiche parigine del Gil Blas, del Don Quijote e del La Fontaine; e pare che a vagheggiare una simile edizione fosse più di tutti Donna Teresa, la seconda moglie. E si pensava di farci anche un buon affare. Ma non si vendettero le copie che si credeva di poter vendere; un libraio napoletano, che pure riceveva le dispense (il romanzo infatti usciva a dispense settimanali per gli abbonati e gli... abbonabili) per smerciarle, preparava di nascosto una contraffazione dell’edizione milanese, e si dovette persino ricorrere al governo di Napoli per impedire la marachella. Altre delusioni e ansie sopravennero; e il buon affare sfumò.
Ma questo interessa i curiosi della bibliografia; quello che interessa invece i filologi e i critici, e poi i lettori del romanzo, è un’altra cosa. Ed è che, mentre si tiravano in tipografia, col ritmo normale d’una tiratura che a noi oggi potrà apparire lentissima, i fogli di stampa per formare le varie dispense, naturalmente numerate, il Manzoni, ricevendo la propria in casa, ch’era presumibilmente la prima, faceva delle correzioni. Correzioni magari non di gran conto; tutt’al più qualche parola, mutamenti di punteggiatura, un « d’improvviso » al foglio 13 che diventa « all’improvviso », un « piú, né » invece che un « piú né » senza l’interruzione della virgola, al foglio 33; e via di questo passo.
Tuttavia, correzioni e mutamenti che, per un’edizione perfetta, (se proprio non vogliamo chiamarla critica, pensando al sottile lavorio che ha richiesto, ad esempio, al Barbi l’edizione critica della Vita Nuova) non sono privi di qualche importanza. Per qualche tempo, i critici, lanciatisi all’inseguimento dell’ultimo pentimento di quello scrupolosissimo e, diciamo anche, pignolissimo, in queste sue faccende, don Alessandro, han creduto di dover disperare di avere un’edizione veramente perfetta dei Promessi Sposi.
Se Manzoni infatti correggeva la propria dispensa, e ordinava di eseguire in tipografia le correzioni fatte, altre dispense erano già uscite dalla tipografia, e avevano raggiunto gli abbonati. Ma non basta. L’abbonato N. 10, ad esempio, aveva ricevuta la sua dispensa non corretta; l’abbonato 74 la riceveva corretta. In questo frattempo, cioè, era arrivata in tipografia la correzione dell’autore, e il tipografo l’aveva eseguita, poniamo, dalla dispensa 45; e se l’abbonato N. 10 leggeva quella frase senza la virgola, l’abbonato N. 45 la leggeva con la virgola. C’era veramente, poveri critici (non dirò del tipografo), di che mettersi le mani nei capelli.
Ma anche qui s’è trovato il bandolo della matassa. Manzoni correggeva le sue dispense, e rimandava in tipografia. Queste dispense corrette, e nelle quali talvolta entrava anche la correzione proposta dal correttore di tipografia perché Manzoni l’accettava e faceva propria, sono state per fortuna in buona parte conservate, forse dal tipografo, forse dal Manzoni stesso; e si chiamano il « Tesoro Manzoniano ».
Studiando questo « Tesoro » e confrontando un certo numero, abbastanza notevole, di esemplari del romanzo, s’è potuto con la massima approssimazione stabilire quale fosse l’ultima volontà del Manzoni, riguardo alle correzioni del suo romanzo.
È stato appunto Michele Barbi a fare per primo attenzione a queste cose, e a proporre la risoluzione del problema, in un articolo, « Il testo dei Promessi Sposi » uscito nel ’34 negli « Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa » e ristampato nel ’38 nel volume del Barbi stesso, La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori da Dante a Manzoni.
Avviatici su questo cammino, il problema, anche se non appare facile, non sarà per lo meno insolubile.
« Si vedrà come, valendoci del “Tesoro” e anche dei documenti relativi ai patti e alle controversie col tipografo, ed estendendo le collazioni a un centinaio di esemplari, sia possibile portare un ordine e una classificazione dove pareva regnasse soltanto la confusione e il capriccio del caso, e seguire le varie fasi della correzione durante la tiratura stessa di ciascun foglio e quindi stabilire l’ordinamento cronologico delle varietà di lezione da foglio a foglio ».
Così scrive Fausto Ghisalberti in un punto del suo articolo sugli Annali: « Per l’edizione critica dei Promessi Sposi ». Egli, procedendo in questo lavoro, ha stabilito due classi di esemplari: quelli distribuiti ai lettori via via durante la tiratura (e qui i casi sono due: o Manzoni non corresse nemmeno una virgola, e tutto andrà liscio, o corresse, e allora si terrà conto dell’ultima correzione), e quelli distribuiti dopo terminata la stampa, e dopo il 1845. Con questa sistemazione davanti, l’edizione critica dei Promessi Sposi sarà finalmente raggiunta.
Ma, come si comprende, non è cosa che si possa fare in poco tempo; sicché prima di avere i Promessi Sposi con tutte le virgole a posto (a proposito della virgola manzoniana, chi ha avuto attenzione anche a questo, ha notato che don Alessandro, uscito da una, diciam pure, tradizione settecentesca della virgola — cioè frequente divisione di membri e membretti del periodo con virgole, punto e virgola — fu portato a reagire a cotesto spezzettamento, per dare al periodo maggior fluenza; ma, come accade, quest’uso non fu costante, in lui, variò con gli anni, e perfino con l’umore del momento, come del resto accade a tutti gli scrittori, anche quelli che non fanno questioni di virgola); prima, dicevo, che ci sia data un’edizione critica dei Promessi Sposi, il Centro ha recentemente deliberato di far precedere l’edizione, diciam così, barbiana delle Opere del Manzoni, da un’edizione di esse in tre volumi, la quale sarà la prima edizione del Manzoni del Centro.
In questa edizione entreranno tutte le opere approvate da lui; nel 1º volume, le opere varie del ’45 (poesie, tragedie, Morale Cattolica, inni sacri); nel 2º volume, i Promessi Sposi, nel 3º, gli scritti sulla lingua, quelli storico-politici, gli scritti filosofici, e in appendice, i pensieri, alcune poesie rifiutate, come il carme in morte di Carlo Imbonati, ecc. Mentre questa editio minor si sta rapidamente avviando, per essere pubblicata al piú presto, per l’editio major lavorano già Piero Fossi per la Morale Cattolica, Michele Ziino per la Storia della Colonna infame, Ireneo Sanesi per le tragedie e le poesie. La cureranno Michele Barbi e Fausto Ghisalberti; e sarà stampata in carta Oxford.
C’è poi un altro grosso lavoro, il Carteggio. È noto che nel Carteggio manzoniano che finora possediamo, e che arriva al 1831, non vi sono soltanto lettere di Manzoni, ma lettere a Manzoni, o di familiari di lui, da tutti i suoi corrispondenti. Un gran concerto di voci, in cui ogni tanto s’ode quella di don Alessandro.
Concepito così, dallo Sforza e dal Gallavresi, era forse fatale che il Carteggio non andasse avanti, per le ovvie difficoltà di rintracciare tutto l’immenso materiale dei corrispondenti manzoniani, sparso in biblioteche, fra privati, all’estero, e molte volte di scarso, se non nullo, valore rispetto alla comprensione della personalità del Manzoni, che è quello che importa.
Allora s’è pensato: non piú Carteggio bensì Epistolario, cioè, tutte le lettere del Manzoni, fin dove è possibile giungere per rintracciarle; e nelle note, dove occorre illuminare un particolare della vita e dell’attività di lui, inserire un brano, un riassunto, un periodo di lettera dei suoi familiari e corrispondenti, richiamando il rapporto tra questi e le lettere di lui. Ma, per far ciò, bisogna preventivamente radunare tutto il materiale epistolare del Manzoni e di quanti gli scrissero o scrissero per lui (le lettere di Enrichetta, di Donna Giulia, di Grossi, Rossari ecc.); ordinarlo, collazionarlo, e poi iniziare la stampa dell’Epistolario. Solo così avremo finalmente un Epistolario manzoniano, completo, e parco nell’illustrazione dei riferimenti. Questo lavoro, già iniziato, sta procedendo, affidato alle cure di Marino Parenti.
Infine, lo stesso conservatore del Centro ha già iniziato un altro lavoro: lo schedario manzoniano. Esso sarà cronologico, onomastico e per materie. Si vorrà sapere che cosa fece, scrisse, disse, in un dato anno, il Manzoni? Con chi ebbe rapporti, che cosa gli capitò, che cosa lesse, ecc. ecc.? Lo schedario ve lo dirà. E vi dirà anche ciò che, pur non riguardando direttamente lui, riguarda i familiari, gli amici, gli altri, che entrarono comunque nel cerchio della sua vita, che scrissero di lui, biografi, critici, memorialisti ecc. A tutto questo servirà lo schedario; e gli studiosi del Manzoni avranno finalmente sottomano uno strumento di utilissima consultazione per ogni argomento, anche affine o collaterale a quelli strettamente manzoniani.
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Ora che è finito, come acutamente osserva Gentile, « il manzonismo degli stenterelli », che dava ai nervi al Carducci, e quello dell’estrema destra liberale (« due degenerazioni del Manzoni autentico »), gli studi sull’opera del Manzoni e sulla sua biografia possono riprendere con uno slancio nuovo e con rinfrescato vigore, anche perché sono mutati radicalmente i criteri, estetici e filologici, della nostra cultura. Una ripresa di studi manzoniani, che cotesti criteri han già avviata, è dunque in opera. Il Centro la promuoverà con i suoi vivi e aggiornati strumenti, e soprattutto con quelle ideali direttive che esso s’è tracciato per onorare Manzoni.
In un punto della sua introduzione agli Annali leggiamo queste parole di Gentile: « Dopo Dante, il Manzoni è certamente il primo poeta della nostra letteratura, che non fa letteratura ». Ecco, gli scopi del Centro Manzoniano sono molti e complessi, come s’è visto; ma direi che tra essi ce n’è uno che magari li trascende, ma che racchiude, sia pure implicitamente, la piú alta lezione morale: ricordare agli scrittori italiani di far letteratura senza far letteratura.
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