Lettere e Arti d’Italia - Nel tempo senza tempo

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Le Rime di Dante. Di tutti i problemi fioriti intorno all’opera di Dante quello delle sue Rime è senza dubbio uno dei più densi e accaniti. Quasi non bastassero le brigose questioni sul loro ordinamento, sulla lezione, sulla paternità, la loro varietà stessa e la mancanza di un legame accertabile le arricchiscono delle più suggestive ramificazioni in alto e in basso, verso la Vita Nuova come verso il Convivio e la Commedia; senza contare che in esse rifluiscono molte delle più sottili esperienze della lirica occidentale. Mettere le mani in una materia siffatta, nella quale hanno lavorato e lavorano dei maestri, è pur sempre un assunto grave, e fa onore a Gianfranco Contini l’averlo impresso nel recente commento che egli ha preparato per l’editore Einaudi. Il Contini è un lettore e uno studioso troppo avveduto per non sentire che darebbe poco frutto il discutere o rovesciare (anche se la materia sembri consentirlo) la sistemazione delle Rime fino ad oggi più persuasiva, che è quella del Barbi. E mal s’è apposto, ci sembra, chi ha voluto rimproverargli d’aver accettato, con poche e non rilevanti mutazioni, i frutti di una fatica così seria e di così suadente autorità. Bene ha fatto dunque il Contini a ricusare di proposito e con piena intelligenza di risollevare quei dubbi o problemi più strettamente filologici che la più autorevole critica dantesca ha risolto o ha dichiarati insolubili. L’essersi, su questo piano, arrestato a tali risultati con un signorile senso dei limiti è per noi una prova dell’equilibrio e del gusto che presiedono al lavoro critico di Contini. La novità e la legittimità del commento risiedono in un’altra zona, che non è, Dio ne guardi, quella estetica e neanche quella schiettamente storica; perché usufruendo di una preparazione linguistica e stilistica assai agguerrita, di una sensibilità quanto mai sveglia e sottile, esso commento porta il problema delle attribuzioni o dei rapporti verso un esame tecnico che non rifiuta di affiancare agli strumenti, ad esempio, della vecchia metrica, una educazione modernissima. L’intento è serio: il commento vuol essere «una prima prova sistematica di annotazione scientifica». A questo fine il Contini, mettendo abilmente a frutto l’imponente lavoro da altri compiuto e la propria esperienza di lettore moderno, ha presentato Dante in un modo non ostentatamente nuovo o sorprendente, ma tuttavia ricco di acute notazioni tanto sul fatto metrico e stilistico quanto sulle relazioni attivissime che legano le Rime alla storia poetica del Duecento. Nell’introduzione (egli dice per modestia che dovrebbe servire a «orientare rapidamente sul modo di leggere prodotti tanto remoti dalle nostre poetiche») ci sono alcune affermazioni importanti per capire la posizione del Contini di fronte al suo testo. Le Rime si possono, per lui, considerare nei rapporti con le altre opere dantesche una «superba collezione di extravaganti», priva di un coerente sviluppo psicologico o di un motivo o processo stilistico unitario. Il Contini, accostandosi alla conclusione del Parodi, che scorgeva in esse «una serie di tentativi», vede nelle Rime delle importanti esperienze particolari, le quali non tendono già a una risoluzione lineare e totale, ma conservano un valore, com’egli dice, locale. Il commento alle singole liriche convalida naturalmente tale asserzione, schivando il pericolo di voler trovare a qualunque costo una storia poetica avviata e rettilinea, la quale d’altra parte non potrebbe avere neanche il sussidio d’una cronologia sicura, anzi probabile. Il lettore di Dante potrà però sempre domandarsi se avendo noi davanti, per un caso felice, le Rime secondo un rigoroso ordine cronologico non se ne potrebbe trarre qualche conclusione un po’ diversa. Il fattore tecnico ha per il Contini un valore che prende lume e significato dalle complicate poetiche del tempo e dal prevalente gusto di Dante per la forma sottile ed esoterica. In questa direzione il commentatore è a casa sua, e sa cavare dal testo delle annotazioni assai fini ed insinuanti. Non è per lui la Commedia «nella sua ricchezza vitale… anche una somma stilistica»? In sostanza si trattava di trovare (lavorando su un materiale ingente, ma in gran parte illuminato da esigenze d’altro genere) cosa ci sia di nuovo e ben dantesco in quel linguaggio figurato, in quella casistica di temi amorosi, in quella tecnica formatasi su una tradizione tanto folta. Le ragioni dunque di sintassi, di metrica, di lingua come varranno a suffragare l’attribuzione di una lirica o a convalidare la prova d’un’esperienza diretta dei provenzali, così non impediranno al gusto del Contini di accostare una poesia a un gruppo di consorelle o a un determinato momento della storia sentimentale del poeta, storia in cui tuttavia il commentatore si muove con una cautela e un riserbo che sanno perfino di partito preso. Quelle ragioni lo aiuteranno anzi a rilevare ora il colore dantesco di una parola che riesce spesso a riscattare un periodo greve, una strofa sorda, ora a sentire nell’uso di un vocabolo che ha dato la stura a molti problemi di identificazione storica («I’ mi son pargoletta bella e nova») «una semplice preferenza lessicale» ora ad affermare che le rime petrose hanno una unità stilistica e non psicologica, e che la Pietra è solo un punto comune fra le rime «più tecnicistiche». Non neghiamo che questa costante preoccupazione dei valori tecnici possa talvolta apparire seducente, ma infida, come quando si cerca di stabilire una parentela cronologica fra due canzoni fondandosi, fra l’altro, sul rapido alternarsi di endecasillabi e settenari. Troppo avveduto è però il Contini per rendersi prigioniero di una formula. Molte volte il suo commento sposterà l’attenzione su un’immagine, oppure sullo stile o su altro elemento più intimamente letterario (benché ne riconosca i limiti: prova ne sia l’asserzione che gli elementi stilistici non bastano a risolvere certi problemi, come quello della cronologia). Ne nascono allora delle osservazioni assai interessanti, come quella sulle parentele provenzali e arturiane del sonetto Guido, i’ vorrei, oppure sui rapporti coi guittoniani, o anche sulla collocazione di Dante stilnovista fra i temi «paurosi» di Cavalcanti e gli analitici di Cino. (Diremo di passaggio che l’accenno ai temi è trattato con discrezione e in un senso prevalentemente tecnico.) Valendosi della sua conoscenza della lirica del Duecento il Contini ricerca i fili delle esperienze poetiche giovanili di Dante, e, grazie alla sua familiarità coi provenzali, ricava acute osservazioni sui motivi e sulla rima, ritrovando nell’esperienza dantesca della poesia occitanica parecchi elementi di quel processo stilistico che si prolungherà e completerà nella Commedia. Interessanti, benché non tutte nuove, le considerazioni, sparse lungo il commento, inerenti all’imitazione che Dante fece, nel suo primo periodo, del trobar clus, a cui fa riscontro nell’ultimo tempo delle Rime — conseguente alla esperienza stilnovistica — un’imitazione più diretta e matura, riportantesi ad Arnaldo Daniello. Su questo tema troviamo un attento esame nell’introduzione, dove il Contini definisce anche alcuni caratteri fondamentali dello stil nuovo, quali la persistenza in esso di dati oggettivi, generali, l’intercambiabilità dei poeti, l’«amicizia» «elemento patetico definitorio» della scuola. Del resto, di questo carattere di solidarietà è prova palese la corrente di ritorno che polarizza una parte del Purgatorio intorno al tema dell’amicizia. È dunque il Contini riuscito a darci quel commento scientifico, sistematico che era nelle sue intenzioni? A noi sembra di sì. I dubbi o le particolari dissensioni non riescono a sminuire la consistenza dei risultati. L’incontro di questo studioso giovane, ma accorto e informato, con una materia così aspra e sottile aveva più d’un elemento per interessare anche fuori del campo degli specialisti. In realtà il commento è frutto d’un’elezione naturale e felice. Il Contini, che non rifiuta, si sa bene, contatti assai più nuovi e scottanti, era per temperamento e preparazione il più adatto, nella sua generazione, ad affrontare un tema come questo. Si può anzi affermare che l’acceso tecnicismo di cui si sostanzia buona parte della lirica dantesca lusinga le attitudini del commentatore. Non ci spingeremo a dire che la filologia del Contini abbia una sottile vena polemica, ma non ci sentiamo di negare a priori che il suo interesse per la lirica dantesca sia nato in un clima di alta eleganza intellettuale. Si è, ad ogni modo, facili profeti quando si afferma che questo sottile volume darà il via a un interesse più vivo e più giovane verso la poesia e la cultura che sono alle radici della maggiore lirica trecentesca. Francesco Squarcia #francescosquarcia #Einaudi #Gianfrancocontini #uffizi #firenze #Dante #Rime
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Dal 'Foscolo segreto' Della poesia... La poesia altro infine non è che un complesso di sensazioni, d’idee e di allusioni, che ad esprimersi in prosa richiederebbero molte pagine, mentre bastano poche stanze a farle sentire in versi.... ...e dei poeti. Gli amici di questi individui faranno bene a godere della loro conversazione, che alle volte è lietissima, e il pubblico a leggere le loro opere dove non sono tenebrose per certo stile lor proprio di oscurità misteriosa e d’idee affollate e appena accennate, e d’eloquenza compressa sdegnosamente; quasi ch’essi non volessero per lettori che i loro pari. Quando scrivo. Quando scrivo, la penna mi vola sulla carta con tanta rapidità, da lasciarvi appena le tracce dell’alfabeto; e se mi provo a rallentare la penna, fermo le idee con un colpo di paralisi. La mia testa riposa volentieri, e credo che ancora si adatterebbe a dormir giorno e notte; ma se voglio metterla in moto, bisogna che la lasci galoppare. Quando guardo gli oggetti. Guardo appena gli oggetti più prossimi, e mi tocca a rimirarli ad uno per uno, e sempre più addentro, tanto da poter dire a me e agli amici miei quel tanto ch’io vi discerno, finché la profondità ne li fa parere invisibili. Inoltre l’uso e l’abuso ch’io fo della mia lingua non mi consente di largheggiare nelle doti di quello stile, che i nostri pittori chiamano nella loro arte piazzoso. Amore. Non mi riesce di parlar mai con Donne, senza intromettervi una lunga parentesi sull’Amore. Ne attesto il Cielo che, ad onta del mio bisogno di amare, non vorrei mai trovarmi innamorato. Una donna. Gli occhi di questa donna sono veramente eloquenti; dicono tutto; si cambiano in un attimo, e stillano un veleno fatale: le sue sopracciglia sono graziose insieme e regolarissime, e di una rara tinta fra il biondo raggiante e un lucidissimo nero: il suo aspetto alle volte è virginale, alle volte sibillino e febbricitante: ha labbra da far invidia al pennello di Correggio. Sentimento di patria. Non so qual nome dare a questa specie d’alleato che ho dentro di me, ma credo che si possa tanto spiegare col nome di forza d’animo; se non che non ho mai potuto, fra gli elementi che la compongono, mescolarvi neppure un’unica dramma di filosofia cosmopolitica. Aristippo diceva: nessuna terra m’è patria; Socrate meglio: ogni terra m’è patria; ma il meglio sta nella nuda parola. Per me mi credo creato abitatore d’un solo spazio di terra, e concittadino d’un numero determinato d’altri mortali; e s’io non ho patria, l’anima mia cade avvilita. (Giuseppe De Robertis) #giuseppederobertis #UgoFoscolo
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Felicità dopo la noia racconto di Giovanni Comisso «Non si à più alcun ideale, non si crede più a nulla. La nostra giovinezza è stata così colma di esperienze che potevamo ritenere fosse la nostra vecchiaia. Abbiamo fatto la guerra, abbiamo girato da un continente all’altro, amato donne di ogni colore, goduto l’abbondanza dopo la miseria, la miseria dopo l’abbondanza, spadroneggiato su città, maneggiato milioni, fatto saltare ponti, case, strade e costruito ponti, case, strade là dove prima era la boscaglia o il deserto, abbiamo visto i morti ammucchiati come pezzi di legno, e moltitudini inebriate o imprecanti in rivolta: tutto abbiamo fatto quello che è possibile fare; tutto abbiamo visto, quello che è possibile vedere per un essere umano. E le nostre canzoni ci accompagnarono sempre, come un sorriso infantile. «Oggi, a quarant’anni non sappiamo più cosa fare della nostra vita; non sappiamo più cosa inventare per farci passare la noia. Continuare nella nostra grande avventura non si può, perché tutto finisce col ripetersi, e nella vita oltre ad un massimo non si può andare, e noi abbiamo lungamente toccato il massimo. Adattarsi allora ad una vita povera, ad una vita borghese, mettere su famiglia, mettere su casa, leggere il giornale ogni giorno, comperare la radio e il giornale umoristico; farsi stampare il biglietto da visita, non è neanche questo nelle nostre possibilità; un giorno potrebbe avvenire il risveglio dei vecchi istinti e allora quale catastrofe, non per noi, ma per coloro che abbiamo compromesso col nostro falso addomesticamento. No, non vi sono vie d’uscita, per noi, per noi doveva essere riservata al colmo delle nostre imprese la bella morte, chiudere così la partita e lasciare libero il terreno della vita alle nuove generazioni, quelle che saranno capaci di vivere più pacatamente, meno inquiete, più felici, più fiduciose nell’avvenire non ancora esplorato da esse. E intanto dobbiamo vivere così come vecchi leoni che si sentono le zanne vacillare in bocca, e si guardano gli artigli un tempo rapaci, ammollirsi o spezzarsi di giorno in giorno. Noi che abbiamo avuto un passato, non possiamo più avere un avvenire e il presente ci è d’un peso durissimo che non sappiamo come sopportare.» Tutto questo l’avevo scritto a un mio compagno, della mia stessa generazione, che ritornato dall’America, dove aveva accumulato denaro, ora aveva deciso di comperarsi una piccola tenuta e mettersi a fare l’agricoltore. E chiusa e imbucata la lettera, provai un attimo di gioia come deve avvenire per quelli che dopo la confessione si sentono liberare dall’incubo dei loro peccati. E questo attimo di gioia, mi diede un attimo della vecchia pazzia dei miei anni passati. Vicino alla cassetta per le lettere vi era un orario che indicava la partenza dei treni. Il primo treno in partenza era alle 9,30, ci mancavano dieci minuti, passai allo sportello e chiesi un biglietto per un paese di quella linea, il primo che mi venne in mente. Vi giunsi dopo un’ora, non sapevo cosa vi ero venuto a fare, avevo ceduto ad un impulso, spettava ora alla vita di dare una ragione al mio viaggio. Sempre avevo condotto me stesso con la volontà di scaraventarmi dominante sulla vita, ora mettevo alla prova la vita stessa, che mi conducesse di sua volontà a vivere uno, due, tre, cento giorni. Questo paese mi parve di non averlo mai visitato, attraversato, sì, ma sicuramente non vi avevo mai dormito una notte. Situato in una delle grandi strade del fronte, durante la guerra, era stato in parte distrutto, e quasi rifatto e ingrandito anche giovava a convincermi di conoscerlo appena, sebbene fossi passato per le sue strade, appunto durante la ritirata sul Piave. Al mio arrivo pioveva e sentivo fame e mi rifugiai alla prima trattoria. Qui, una stanza vicino all’ingresso era interamente trasformata in una gabbia per uccelli; e gialli, verdi, azzurri, essi, vi saltellavano dentro e cinguettavano. La cucina era odorosa, una grande cuoca dominava tra il vapore uscente dalle innumerevoli pentole, altre donne la aiutavano, i camerieri venivano a ritirare le vivande che servivano correndo, ai grassi, chiassosi e affamati clienti. Ordinai a caso e tutto era eccellente, vi erano, sebbene la stagione fosse in ritardo, persino piselli, e il vitello si scioglieva in bocca, il pane era così saporito che si poteva mangiare solo. I camerieri erano così zelanti, così decisi di far fare buona figura a quella trattoria che a volte prendevano a leticare tra loro sbattendo con dispetto la salvietta sul banco, perché uno non aveva servito un cliente o perché l’altro gli aveva impedito il passo minacciando di rovesciare ogni cosa. Di fuori pioveva e subito dopo mangiato mi misi a letto. Era questa stanza proprio di quelle che piacciono a me e tra le più indicate per poter fare tranquillamente all’amore, senza porte comunicanti, situata in una parte della casa completamente separata dalla trattoria, così da non essere perseguitati dagli odori della cucina e dalla curiosità dei padroni; una sola ampia finestra e un letto grande e solidissimo. Da qui si sentivano solo cinguettare gli uccelli rinchiusi nella stanza di fronte. Dormii assai bene e a lungo e mi svegliai sulle quattro che ancora pioveva. Da questo momento cominciai a conoscere quanto era terribile la noia in questo paese dove ero venuto a finire. Uscii a misurare coi miei passi le quattro o cinque strade che v’erano. Con grande sorpresa scorsi i manifesti di tre differenti cinematografi, ma assunte informazioni, sarebbero stati aperti soltanto alle nove di sera. Camminai allora sotto i portici di destra sulla strada principale e poi sotto a quelli di sinistra, osservai tutte le vetrine, in una vi erano formaggi colossali, a forma di bombe d’aeroplano che esalavano una orrenda puzza di cadavere. Altre vetrine esponevano fantocci di legno in abiti da sera che riuscivano più viventi dei garzoni fermi sull’ingresso in attesa di acquirenti. Vi erano bottegucce di calzolai tetre come celle carcerarie, e negozi di verdura così inumidita dalla pioggia che sembrava fosse stata ricuperata dopo un naufragio. Dopo finivano i portici e la pioggia batteva sulla strada componendo veloci torrentelli giù per la discesa. A nulla valsero le rivelazioni datemi dai ridestati ricordi. Sì, per quest’altra strada ero passato nell’ottobre piovoso della ritirata, circa venti anni fa. Mi ritornò tutto nitidamente: al crocicchio, là, dove la guardia civica sta a indicare la strada alle automobili, allora era tremendo il tumulto. Soldati e borghesi turbinavano come pazzi, i primi eccitati dalla fame; gli altri, chi nella ricerca dei propri parenti tra i soldati, chi fremendo di sapere se dovessero abbandonare le loro case dinanzi all’invasione imminente. Le donne, nell’ansia e nella paura sbattevano gli occhi, e agitavano in alto le braccia. D’improvviso dalla strada della stazione arrivò spinto a braccia da alcuni carabinieri un carro con sacchi di pane, i soldati e i borghesi come se n’accorsero lo circondarono impedendo che passasse e gridavano: «Ah, voi, sì, il pane, camorristi!» — «A noi questo pane!». I carabinieri tentarono di difendere la loro preda, ma mentre da una parte spingevano per farsi largo, dall’altra i sacchi venivano presi e il pane subito spartito e divorato. Passarono solo quando il carro fu vuotato e così lo lasciarono in mezzo alla strada, proprio là dove la guardia civica fa ora i segni con le mani alle automobili che passano. E di qua, mi rividi ancora in cammino alla testa dei miei pochi soldati. Qui vi era un negozio di pizzicagnolo, aveva una vetrinetta esterna e sottovetro teneva esposti strati di pasta di varie qualità. Rividi le mani nere e ossute di un soldato taciturno che con l’impugnatura della baionetta rompeva i vetri e ad uno ad uno prendeva i pezzi di pasta e se li portava alla bocca come dovessero liquefarsi dolcissimi. Ricercato questo negozio, prima ne trovai uno di mobili, lucidi mobili moderni con piantine grasse sugli sgabelli, un letto tutto pronto, che se vi fosse stato allora ci si sarebbe messi a dormire, poi un barbiere, un tabaccaio, le pietre del marciapiede sembravano le stesse di allora, poi il pizzicagnolo risorto allo stesso punto del vecchio, altre vetrine, ma la pasta non mancava di essere ancora in mostra come in quel giorno. La pioggia e le ore non passavano affatto. Ritornai sotto i portici, la gente che incontravo mi guardava nell’accorgersi che non ero del paese, rividi le grandi pezze ovoidali di formaggio, rividi i fantocci del negozio di vestiti, rividi la verdura umida e putrida, rividi i ciabattini accaniti al lavoro come forzati. Finii col non vedere più nulla, camminavo come un automa, o uno che incominci ad impazzire; non sentivo fame e non potevo permettermi di ritornare alla trattoria per passare almeno qualche ora del giorno interminabile. Mi ritrovai al crocicchio del tumulto durante la ritirata e ripensai con invidia a quei tempi della guerra, quando ogni giorno vissuto era come un giorno regalato, e quando ogni giorno la vita veniva ad offrirsi per noi, diversa dal precedente. Quella mia vita durante la ritirata, con una ventina di soldati salvatisi dalla battaglia, era stata veramente epica. Avevo fatto tutto il possibile per giovare alla difesa delle nostre posizioni; quasi solo arbitro della situazione sulla zona più estrema del nostro fronte, avendo nelle mie mani tutte le comunicazioni coi posti avanzati, ad ogni notizia che il più delle volte ero io stesso che mi pensavo di raccogliere, vedevo il generale ed il suo stato maggiore dare ordini relativi. Sentivo che loro dipendevano da me, e da me dipesero fino al punto che portai loro la notizia che ci era già stata tagliata la strada per ritirarci. Fu allora che decisero di abbandonare la stretta valle e in massa ci trasportammo per sentieri sui monti da dove ognuno discese per proprio conto giù sulla pianura. Qui, raccolti i miei soldati si andò da un paese all’altro tormentati dall’incubo della fame, a cui sapevo porre riparo con incredibili risorse d’ogni genere, tanto che nessuno volle abbandonarmi, sicuri com’erano che con me avrebbero trovato sempre da mangiare e da dormire anche. Ma fu proprio qui in questo paese che uno tagliò invece la corda. Me ne ricordai entrando in un caffè del crocicchio che esisteva anche allora e con la stessa insegna: «Caffè Cavour». Era egli di questo paese ed era proprietario di questo caffè, come arrivammo qui ci ospitò nelle sue sale offrendoci da bere squisiti liquori, poi egli mi chiese che gli concedesse di mettere in salvo la sua famiglia e la sua roba e mi promise che mi avrebbe raggiunto immediatamente. Ma invece non lo rividi più. Questo nuovo ricordo, mi rianimò con attesa: «Adesso,» mi dicevo, «egli mi riconoscerà, mi racconterà la sua storia, mi offrirà i suoi squisiti liquori come allora». Mi sedei a un tavolino in fondo. Una donna era al banco, attempata e smagrita, pensai fosse sua moglie, quella stessa che mi aveva implorato di lasciare che suo marito si fermasse presso di lei. Mi guardò, come gli altri mi avevano guardato accorgendosi che ero forestiero. Apersi un giornale e pensai: «Eccomi come all’inizio di un romanzo, adesso nel portarmi il caffè, guarderà meglio e mi riconoscerà. Tra qualche momento si aprirà per me tutta una bellissima storia che mi annienterà la noia di questo giorno senza fine». Ma così non fu, depose il caffè sul tavolino senza guardarmi e ritornò al suo posto. In quel momento la radio prese a trasmettere: «Questo imponente fattore spirituale à potuto fondere e tramutare totalitariamente le coscienze… Questo imponente fattore à ridato un volto diverso al nostro popolo… e se la minaccia esterna dovesse rialzarsi contro di noi (la voce era celere e martellante come una grandinata) ci troverà tutti, tutti consapevoli del nostro dovere, avvinti in una sola schiera, strenuamente decisi alla vittoria…» — Se egli è qui, mi dissi, e se egli à effettivamente disertato, quel giorno, infischiandosi di raggiungermi, ora egli dovrebbe arrossire a queste parole. — La donna che era al banco chiamò un uomo in giacca bianca, che giocava a carte, perché le cambiasse cinque lire. Grosso, imbiancati i capelli alle tempie, poteva ben essere lui. La radio continuava: «Questo imponente, fattore…» Ma quest’uomo non ascoltava affatto, cambiate le cinque lire, riprese con passione a giocare, sbattendo con forza ogni carta. Non ebbi il coraggio di indagare e ritornai alla pioggia e alla noia, a misurare le strade, finché il sonno nel grande e solidissimo letto non riuscì a chiudere benefico lo spasimo di questo giorno interminabile. Ma, ecco il giorno, la luce penetra tra le fessure delle imposte insieme al cinguettio degli uccelli rinchiusi nella stanza di fronte. Apro le imposte, non piove più. Un giorno è passato, questo è un altro: ripartire e subito una felicità immensa mi domina. Sento in me questa felicità e la assecondo cantando una canzone del tempo della guerra. Non voglio sapere perché sono così felice, temo di far fuggire, di annullare questa felicità inattesa e di ricadere nella noia. Sono già vestito e cammino, verso la stazione, sono felice, sono felice di partire, di andare via da questo paese con le sue quattro o cinque strade, dove la guardia civica sta ferma a fare gesti da imbecillito, là dove straripava, vent’anni fa, il tumulto. Sono felice di partire, ma già capisco che non lo avrei potuto essere, se non fossi stato tanto oppresso dalla noia il giorno prima. Che macchina stupida la nostra anima! Che seccante bambino; occorre metterla in castigo, perché poi abbia un leggero senso di gioia! Che petulante compagna! e bisogna avere la pazienza di portarcela dietro. 15 Aprile 1940 #GiovanniComisso #JaquesCallot #racconto
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Studiosi in Casa Manzoni di Giovanni Titta Rosa A pochi passi dalla casa dove nacque Alessandro Manzoni, (fino a pochi anni fa ci passava davanti il Naviglio, e le antiche piante di un giardino, sporgendo da una traforata balaustra di «cotto », vi specchiavano il loro mobile fogliame), la via di San Damiano, come si chiamava una volta, fa una lunga e dolce curva, e attraversato un rumoroso crocicchio, s’innesta ad un’altra via dal nome storico: via Francesco Sforza. A sinistra di questa, con una bella facciata settecentesca dove resta un ricordo d’aura barocca, si presenta, di fronte, palazzo Sormani. Qui ha sede, ora, in attesa di occupare la casa del Manzoni, tra via del Morone e Piazza Belgioioso, il « Centro Nazionale di studi manzoniani », come si legge su una targa di pietra, infissa, a sinistra, sul muro del cortile. La prima idea del Centro Manzoniano si deve a Giovanni Gentile. Gentile ha sempre amato Manzoni, e ha scritto su di lui molte pagine belle e ricche di pensiero; ultime, in ordine di tempo, quelle che aprono il primo volume degli Annali Manzoniani. La idea era feconda, e meritò, prontissima comprensione dal Duce e un primo valido appoggio da Bottai. A Milano, — e ricordo la prima riunione per la fondazione del Centro, in cui le parole che disse allora Gentile, traducendo limpidamente ciò che i migliori studiosi pensano di Manzoni, trovarono immediatamente le vie del cuore dei fedeli ambrosiani — il Centro ebbe senza indugio la adesione, non solo morale, ma pratica e fattiva di studiosi e di mecenati. Gentile, confortato da tali consensi, si mise subito al lavoro; e il Centro cominciò subito ad aver vita. * Ma, praticamente, come è sorto il Centro? È noto che alla milanese Braidense esisteva una sala manzoniana, formatasi gradatamente, attorno ai manoscritti del Manzoni che vi erano pervenuti dalle mani degli eredi, con le edizioni delle opere manzoniane, coi cimeli del poeta e della sua famiglia, (quadri, ritratti, stampe, miniature), con saggi biografici e critici sul Manzoni. Ma non c’era tutto, né pareva che tutto vi potesse mai pervenire. Inoltre, studiosi e, diciamo pure, innamorati del Manzoni, avevano per conto proprio adunato un materiale importante di cose manzoniane (edizioni, iconografia, critica, biografia, ecc.); ed era non agevole consultarlo. Coi manoscritti (autografi, copie, bozze di stampa corrette dal Manzoni, libri postillati da lui), col «fondo » Schiff-Giorgini, (costituito dal manoscritto di Sentir messa, pubblicato anni fa dal Buffieretti, da 114 lettere autografe, dalle prove di stampa d’un opuscolo del genero Giorgini, postillate dal Manzoni); con la biblioteca del figliastro Stefano Stampa (donata da costui all’Istituto dei figli della Provvidenza e ora acquistata dalla Provincia di Milano per il Centro); con la raccolta offerta al Centro dal sen. Treccani; con le carte riferentisi al Carteggio, già in possesso del compianto Gallavresi, e ora consegnate al Centro dalla vedova dona Lucia; coi due « fondi » Grossi, uno proveniente dal signore Blondasi e Tibiletti, e l’altro donato al Centro dai coniugi Pozzi, in memoria della loro figlia Antonia; infine, con tutto ciò che di manzoniano si trova ancora nelle raccolte municipali del Castello Sforzesco e nel Museo milanese di Palazzo Sormani; il Centro Manzoniano raccoglie già e raccoglierà tutto quanto fu di Manzoni o riguarda Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici. Questo è il materiale del Centro, e questo materiale si propone di ordinare definitivamente, assolvendo uno dei suoi compiti, il Centro Manzoniano, sotto la direzione del suo conservatore Marino Parenti. * Ma per assolvere degnamente questo compito il Centro non avrebbe potuto aver sede definitiva in quelle due sale di Palazzo Sormani, a capo di Corso Vittoria. In questa sede sarebbe mancato lo spazio per il graduale armonico sviluppo del Centro. Perciò fu naturale pensare alla casa Manzoni di via del Morone, dove egli visse per lunghissimi anni, e dove morì. Ma casa Manzoni era in mano a privati; c’era una piccola banca, e a pianterreno persino un’associazione di fotografi, che vi tenevano le loro riunioni, e vi celebravano ogni tanto, con conferenze e proiezioni, le conquiste dell’arte fotografica. Senza dire che, abitandovi delle famiglie, queste vi avevano ricavati «servizi» per i loro bisogni: gabinetti, un’autorimessa e altre «comodità». A questo punto, per mettere il Centro in condizione di funzionare come si deve, chi poteva intervenire se non un Istituto scolarmente benemerito per le opere della cultura e del bene (che don Alessandro non avrebbe potuto concepire mai disgiunte)? Appunto, intervenne la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde; la quale, acquistando casa Manzoni, l’ha ceduta al Centro in uso perpetuo. Subito sono cominciati i lavori di ripristino. Chi ha solo una volta varcata la soglia di casa Manzoni (e non sono mai mancati, per quanto rari, visitatori da ogni parte d’Italia e dell’estero), mettendo piede nel cortile, non avrà potuto non vedere sui muri, e sotto il portichetto di fronte all’ingresso certi curiosi e, dirò anche, divertenti affreschi. Vi si vede anzitutto un don Alessandro con la « paglietta » in testa, l’ombrello in mano, e una gran sfoccia per cravatta. Davanti a lui, una prosperosa contadinotta brianzola, con la «raggiera », il corsetto a fiorami e un’ampia veste a pieghe. È l’incontro tra Manzoni e Lucia; e se don Alessandro pare un signore tra l’imbarazzato e lo scorbutico, uscito per la passeggiata domenicale e per la visita al curato, lei, Lucia, ha le proporzioni e l’aria d’una balia vestita a festa. Sotto il portichetto, poi, in altri affreschi, interrotti da tondi medaglioni, si vedono alcune scene ispirate alle opere minori: Adelchi sotto la tenda, il Carmagnola in una specie di consiglio di guerra, un Napoleone con le braccia al sen conserte, ecc. e nel soffitto un’allegorica apoteosi di don Alessandro assunto nel cielo della gloria. Nei medaglioni, poi, ecco la faccia feroce di don Rodrigo, il viso sempliciotto di Renzo, quello ingenuo (ma falsamente ingenuo) di Lucia; e l’Innominato, e il Cardinal Federigo con un pizzo alla moschettiera, e un padre Cristoforo più sanguigno che soffuso di battagliera carità. Insomma delle falsificazioni, tra il realistico e il rettorico, in perfetta armonia col tempo in cui tali scene ed immagini furono dipinte, ch’è attorno alla fine del secolo. Ora, tutto questo per fortuna sparirà; e poiché sotto gli affreschi e gl’intonachi moderni, grattando, sono riapparsi gli intonachi che vi fece dare don Alessandro, questi saranno, giustamente, ripristinati. Anche nel pavimento del cortile, saranno tolti quei mosaici rossi a gigli fiorentini che non si sa per quale motivo (forse per alludere alla risciacquatura in Arno?) vi furono posti, e vi saranno rimessi i vecchi e semplici ciottoli delle « corti » delle case civili milanesi, con cui Manzoni fece lastricare anche il cortile di casa sua. E poiché gli piaceva il verde, nelle pareti del cortile questo verde tornerà, e ridarà all’ingresso della casa quella vaga aria di campagna, quell’ombreggiata quiete che piaceva ai suoi occhi. * Nella sistemazione definitiva del Centro, a pianterreno, troverà posto il museo con tutti i cimeli manzoniani. Qui si potrà scorrere l’intero curriculum vitae di Manzoni e della sua famiglia. Tale curriculum avrà inizio dalle più lontane origini della casata dei Manzoni, oriunda, come si sa, di Barzio in Valsassina; il bisnonno, il nonno, il padre, le zie, la nonna Beccaria, il nonno don Cesare, la madre donna Giulia, la casa dove egli nacque, (s’intende la fotografia) ch’è quella di via San Damiano, 20, ora via Visconti di Modrone; la cascina Costa dove fu a balia, il Caleotto, e i collegi di Merate, di Lugano, il Longone, dove passò gli anni felici dell’infanzia e della prima giovinezza; Enrichetta, i figli, donna Teresa; fino allo « studio » che, con la stanza ove morì, è la unica cosa rimasta intatta nella casa di via del Morone. Accanto allo studio, nella stanzetta abitata da Grossi, e nel corridoio attiguo, ci sarà una specie di sacrario delle amicizie: ritratti e cose riguardanti Porta, Rossari, Fauriel, Torti, ecc. Il vero e proprio Centro sarà al primo piano. E vi saranno anzitutto gli archivi, coi manoscritti, i diversi « fondi » e le opere del Manzoni. E poiché, a forza di esaminarli, gli autografi finirebbero col consumarsi, o almeno con lo sciuparsi in modo pericoloso, si è saggiamente pensato di sostituirli con fotografie in fac-simile; in tal modo, gli studiosi potranno continuare le loro ricerche, e gli autografi non occorrerà toccarli dalle loro sicure custodie d’amianto. E questa sarà la fototeca manzoniana. Nello stesso piano sarà allogata la Direzione del Centro; e vi sarà una stanza, uno studietto, riservato a quegli studiosi che dovranno fare studi lunghi e continuativi. Infine, nel secondo piano, avranno sede gli uffici e gli archivi amministrativi, e un ben attrezzato gabinetto fotografico. * In attesa di sistemarsi nella casa del Manzoni, che cosa sta facendo attualmente il Centro? Mentre il conservatore presiede e dirige il ripristino della casa di via del Morone, Fausto Ghisalberti sta compiendo il lavoro di collazione del testo degli Sposi promessi. Egli ha cioè riscontrato sul manoscritto autografo le edizioni degli Sposi promessi; e se gli altri tomi, già editi dallo Sforza, non presentano, rispetto al manoscritto, mutamenti sostanziali, o diversità di gran conto, non è così per il primo tomo, del quale abbiamo sinora l’edizione del Lesca, ove non sono soltanto sbagli di lettura ma mancano passi interi, che dunque verranno ricollocati nel testo. Si avrà così un’edizione degli Sposi promessi per la prima volta conforme al manoscritto, anche nelle minime variazioni grammaticali e della punteggiatura. Di ciò il Ghisalberti darà conto nel secondo fascicolo degli Annali Manzoniani. Tutti sanno che il Manzoni, anche dopo l’edizione del ’27, continuò a correggere il suo romanzo. La famosa « risciacquatura in Arno » non durò pochi mesi, ma parecchi anni, dal ’27 al ’40. E quest’anno ricorre il primo centenario di questa edizione del ’40: che fu, come è noto, illustrata con le vignette del Gonin, Riccardi, D’Azeglio e d’altri; e che a don Alessandro costò oltre go mila lire solo per le vignette, a parte altri fastidi e una lite con l’editore ch’era il Guglielmini. Si pensò in quella occasione di fare dei Promessi Sposi un’edizione che potesse gareggiare con certe belle edizioni romantiche parigine del Gil Blas, del Don Quijote e del La Fontaine; e pare che a vagheggiare una simile edizione fosse più di tutti Donna Teresa, la seconda moglie. E si pensava di farci anche un buon affare. Ma non si vendettero le copie che si credeva di poter vendere; un libraio napoletano, che pure riceveva le dispense (il romanzo infatti usciva a dispense settimanali per gli abbonati e gli... abbonabili) per smerciarle, preparava di nascosto una contraffazione dell’edizione milanese, e si dovette persino ricorrere al governo di Napoli per impedire la marachella. Altre delusioni e ansie sopravennero; e il buon affare sfumò. Ma questo interessa i curiosi della bibliografia; quello che interessa invece i filologi e i critici, e poi i lettori del romanzo, è un’altra cosa. Ed è che, mentre si tiravano in tipografia, col ritmo normale d’una tiratura che a noi oggi potrà apparire lentissima, i fogli di stampa per formare le varie dispense, naturalmente numerate, il Manzoni, ricevendo la propria in casa, ch’era presumibilmente la prima, faceva delle correzioni. Correzioni magari non di gran conto; tutt’al più qualche parola, mutamenti di punteggiatura, un « d’improvviso » al foglio 13 che diventa « all’improvviso », un « piú, né » invece che un « piú né » senza l’interruzione della virgola, al foglio 33; e via di questo passo. Tuttavia, correzioni e mutamenti che, per un’edizione perfetta, (se proprio non vogliamo chiamarla critica, pensando al sottile lavorio che ha richiesto, ad esempio, al Barbi l’edizione critica della Vita Nuova) non sono privi di qualche importanza. Per qualche tempo, i critici, lanciatisi all’inseguimento dell’ultimo pentimento di quello scrupolosissimo e, diciamo anche, pignolissimo, in queste sue faccende, don Alessandro, han creduto di dover disperare di avere un’edizione veramente perfetta dei Promessi Sposi. Se Manzoni infatti correggeva la propria dispensa, e ordinava di eseguire in tipografia le correzioni fatte, altre dispense erano già uscite dalla tipografia, e avevano raggiunto gli abbonati. Ma non basta. L’abbonato N. 10, ad esempio, aveva ricevuta la sua dispensa non corretta; l’abbonato 74 la riceveva corretta. In questo frattempo, cioè, era arrivata in tipografia la correzione dell’autore, e il tipografo l’aveva eseguita, poniamo, dalla dispensa 45; e se l’abbonato N. 10 leggeva quella frase senza la virgola, l’abbonato N. 45 la leggeva con la virgola. C’era veramente, poveri critici (non dirò del tipografo), di che mettersi le mani nei capelli. Ma anche qui s’è trovato il bandolo della matassa. Manzoni correggeva le sue dispense, e rimandava in tipografia. Queste dispense corrette, e nelle quali talvolta entrava anche la correzione proposta dal correttore di tipografia perché Manzoni l’accettava e faceva propria, sono state per fortuna in buona parte conservate, forse dal tipografo, forse dal Manzoni stesso; e si chiamano il « Tesoro Manzoniano ». Studiando questo « Tesoro » e confrontando un certo numero, abbastanza notevole, di esemplari del romanzo, s’è potuto con la massima approssimazione stabilire quale fosse l’ultima volontà del Manzoni, riguardo alle correzioni del suo romanzo. È stato appunto Michele Barbi a fare per primo attenzione a queste cose, e a proporre la risoluzione del problema, in un articolo, « Il testo dei Promessi Sposi » uscito nel ’34 negli « Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa » e ristampato nel ’38 nel volume del Barbi stesso, La nuova filologia e l’edizione dei nostri scrittori da Dante a Manzoni. Avviatici su questo cammino, il problema, anche se non appare facile, non sarà per lo meno insolubile. « Si vedrà come, valendoci del “Tesoro” e anche dei documenti relativi ai patti e alle controversie col tipografo, ed estendendo le collazioni a un centinaio di esemplari, sia possibile portare un ordine e una classificazione dove pareva regnasse soltanto la confusione e il capriccio del caso, e seguire le varie fasi della correzione durante la tiratura stessa di ciascun foglio e quindi stabilire l’ordinamento cronologico delle varietà di lezione da foglio a foglio ». Così scrive Fausto Ghisalberti in un punto del suo articolo sugli Annali: « Per l’edizione critica dei Promessi Sposi ». Egli, procedendo in questo lavoro, ha stabilito due classi di esemplari: quelli distribuiti ai lettori via via durante la tiratura (e qui i casi sono due: o Manzoni non corresse nemmeno una virgola, e tutto andrà liscio, o corresse, e allora si terrà conto dell’ultima correzione), e quelli distribuiti dopo terminata la stampa, e dopo il 1845. Con questa sistemazione davanti, l’edizione critica dei Promessi Sposi sarà finalmente raggiunta. Ma, come si comprende, non è cosa che si possa fare in poco tempo; sicché prima di avere i Promessi Sposi con tutte le virgole a posto (a proposito della virgola manzoniana, chi ha avuto attenzione anche a questo, ha notato che don Alessandro, uscito da una, diciam pure, tradizione settecentesca della virgola — cioè frequente divisione di membri e membretti del periodo con virgole, punto e virgola — fu portato a reagire a cotesto spezzettamento, per dare al periodo maggior fluenza; ma, come accade, quest’uso non fu costante, in lui, variò con gli anni, e perfino con l’umore del momento, come del resto accade a tutti gli scrittori, anche quelli che non fanno questioni di virgola); prima, dicevo, che ci sia data un’edizione critica dei Promessi Sposi, il Centro ha recentemente deliberato di far precedere l’edizione, diciam così, barbiana delle Opere del Manzoni, da un’edizione di esse in tre volumi, la quale sarà la prima edizione del Manzoni del Centro. In questa edizione entreranno tutte le opere approvate da lui; nel 1º volume, le opere varie del ’45 (poesie, tragedie, Morale Cattolica, inni sacri); nel 2º volume, i Promessi Sposi, nel 3º, gli scritti sulla lingua, quelli storico-politici, gli scritti filosofici, e in appendice, i pensieri, alcune poesie rifiutate, come il carme in morte di Carlo Imbonati, ecc. Mentre questa editio minor si sta rapidamente avviando, per essere pubblicata al piú presto, per l’editio major lavorano già Piero Fossi per la Morale Cattolica, Michele Ziino per la Storia della Colonna infame, Ireneo Sanesi per le tragedie e le poesie. La cureranno Michele Barbi e Fausto Ghisalberti; e sarà stampata in carta Oxford. C’è poi un altro grosso lavoro, il Carteggio. È noto che nel Carteggio manzoniano che finora possediamo, e che arriva al 1831, non vi sono soltanto lettere di Manzoni, ma lettere a Manzoni, o di familiari di lui, da tutti i suoi corrispondenti. Un gran concerto di voci, in cui ogni tanto s’ode quella di don Alessandro. Concepito così, dallo Sforza e dal Gallavresi, era forse fatale che il Carteggio non andasse avanti, per le ovvie difficoltà di rintracciare tutto l’immenso materiale dei corrispondenti manzoniani, sparso in biblioteche, fra privati, all’estero, e molte volte di scarso, se non nullo, valore rispetto alla comprensione della personalità del Manzoni, che è quello che importa. Allora s’è pensato: non piú Carteggio bensì Epistolario, cioè, tutte le lettere del Manzoni, fin dove è possibile giungere per rintracciarle; e nelle note, dove occorre illuminare un particolare della vita e dell’attività di lui, inserire un brano, un riassunto, un periodo di lettera dei suoi familiari e corrispondenti, richiamando il rapporto tra questi e le lettere di lui. Ma, per far ciò, bisogna preventivamente radunare tutto il materiale epistolare del Manzoni e di quanti gli scrissero o scrissero per lui (le lettere di Enrichetta, di Donna Giulia, di Grossi, Rossari ecc.); ordinarlo, collazionarlo, e poi iniziare la stampa dell’Epistolario. Solo così avremo finalmente un Epistolario manzoniano, completo, e parco nell’illustrazione dei riferimenti. Questo lavoro, già iniziato, sta procedendo, affidato alle cure di Marino Parenti. Infine, lo stesso conservatore del Centro ha già iniziato un altro lavoro: lo schedario manzoniano. Esso sarà cronologico, onomastico e per materie. Si vorrà sapere che cosa fece, scrisse, disse, in un dato anno, il Manzoni? Con chi ebbe rapporti, che cosa gli capitò, che cosa lesse, ecc. ecc.? Lo schedario ve lo dirà. E vi dirà anche ciò che, pur non riguardando direttamente lui, riguarda i familiari, gli amici, gli altri, che entrarono comunque nel cerchio della sua vita, che scrissero di lui, biografi, critici, memorialisti ecc. A tutto questo servirà lo schedario; e gli studiosi del Manzoni avranno finalmente sottomano uno strumento di utilissima consultazione per ogni argomento, anche affine o collaterale a quelli strettamente manzoniani. * Ora che è finito, come acutamente osserva Gentile, « il manzonismo degli stenterelli », che dava ai nervi al Carducci, e quello dell’estrema destra liberale (« due degenerazioni del Manzoni autentico »), gli studi sull’opera del Manzoni e sulla sua biografia possono riprendere con uno slancio nuovo e con rinfrescato vigore, anche perché sono mutati radicalmente i criteri, estetici e filologici, della nostra cultura. Una ripresa di studi manzoniani, che cotesti criteri han già avviata, è dunque in opera. Il Centro la promuoverà con i suoi vivi e aggiornati strumenti, e soprattutto con quelle ideali direttive che esso s’è tracciato per onorare Manzoni. In un punto della sua introduzione agli Annali leggiamo queste parole di Gentile: « Dopo Dante, il Manzoni è certamente il primo poeta della nostra letteratura, che non fa letteratura ». Ecco, gli scopi del Centro Manzoniano sono molti e complessi, come s’è visto; ma direi che tra essi ce n’è uno che magari li trascende, ma che racchiude, sia pure implicitamente, la piú alta lezione morale: ricordare agli scrittori italiani di far letteratura senza far letteratura. 1940 #AlessandroManzoni #GiovanniGentile #TittaRosa #Milano #PromessiSposi #Lombardia
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Due favole metafisiche. Massimo Bontempelli è uno dei felici incontri della nostra giovinezza, ed uno dei primi nostri contatti con la letteratura contemporanea. Infatti, di quelle lontane conoscenze, al tempo in cui abitavamo un piccolo paese, non ci sono rimaste se non poche memorie, e tra queste Bontempelli occupa un posto bene in vista. Allora ci dedicammo con molto interesse e curiosità alla lettura delle straordinarie avventure narrate da lui. Erano gli anni de «La vita intensa», «La vita operosa», «Eva ultima». Con una spiegabile commozione, perciò, abbiamo riletto in questi giorni qualcuna di codeste avventure. In un unico volume, sotto il titolo Due favole metafisiche (Mondadori, Milano, 1940) sono stati ristampati: La scacchiera davanti allo specchio ed Eva ultima. A parte la commozione, la rilettura ci ha suggerito alcune considerazioni intorno alla carriera ed all’evoluzione dello scrittore. È interessante osservare come Bontempelli, mentre da una parte ha rinnegato tutte le opere che furono frutto della sua esperienza classicista, sia venuto, invece, ristampando in questi anni, e quindi riproponendo al giudizio della critica e del pubblico, le opere che appartengono al suo secondo periodo, periodo che più che dal Socrate moderno e dai Sette savi è caratterizzato proprio da questa Eva ultima. È facile arguire che ancor oggi la simpatia e l’affetto di Bontempelli vanno alle opere del secondo periodo, periodo che fu indubbiamente il più felice ed il più alto dello scrittore. Iniziò la sua carriera con prose, poesie e saggi critici di stretta osservanza classica e di sensibilissima influenza carducciana. Anche se quella non era la buona strada dello scrittore, cioè l’atteggiamento che meglio rispondeva alla sua inclinazione ed alle sue possibilità, tuttavia noi pensiamo che non tutte le pagine scritte in quell’epoca fossero da buttar via. Ma Bontempelli, per non sfrondare il molto e ridursi al poco, ha preferito rinnegare e dimenticare quegli anni. Fu così che egli iniziò una seconda esperienza (la quale non ebbe alcun punto di contatto con la precedente), con singolare forza e freschezza giovanile. Si rivelò uno scrittore completamente nuovo, con limiti ben definiti e con una personalità assolutamente inconfondibile. Poi venne la terza maniera, il terzo periodo che va sotto i segni della rivista «900» e fu anche definito, dall’autore, del «realismo magico». Ma tra seconda e terza maniera i punti di contatto sono numerosissimi ed in molti casi, più che di evoluzione può parlarsi di involuzione. E, forse, in questo terzo periodo nemici di Bontempelli furono il partito preso e la rettorica di una posizione letteraria eminentemente polemica. La spontaneità e la libertà del secondo periodo, furono costrette entro i termini di una letteratura volontaristica ed in certo modo di maniera. Questo discorso ci chiarisce almeno in parte la ragione della predilezione di Bontempelli per le opere appartenenti alla sua seconda stagione. Può esservi in lui il presentimento che il suo nome e la sua possibilità di durare siano legati a queste opere più che ad altre. Perciò, sarà opportuno che, ai fini di una serena valutazione della letteratura del nostro principio di secolo, si ritorni con calma e con fiducia su tale periodo della sua attività. Il libro di cui ci occupiamo, terzo della ristampa, merita particolare esame perché, come si è detto, contiene il lungo racconto Eva ultima che è esemplare di quest’epoca. In Eva ultima tutti i caratteri dell’arte bontempelliana sono scoperti, specialmente quel suo curioso modo di mescolare alla narrazione, ridotta alle sue esigenze essenziali, riflessioni morali, stravaganze fantastiche, brani di prosa poetica. E da tutto questo contrasto, contrasto strano e spontaneo, nascono il linguaggio e la narrativa bontempelliana. Del suo linguaggio De Robertis osservò che esso fa pensare a Panzini, ad un Panzini, però, «con meno apparato e soavità d’imposto». Ed è, ci sembra, osservazione valida ancor oggi. Della sua narrativa si è detto come essa nasca e si sciolga da un eterno contrasto tra la fantasia e la realtà della vita, sorretta da un piacevole e cauto umorismo. Che cosa avrebbe potuto ancora dare il Bontempelli di questa maniera, se non sforzare e diluire la sua vena? Dopo Eva ultima vennero La donna dei miei sogni, La donna nel sole e qualche altro racconto, ma il limite era già stato raggiunto per cui conveniva, per mantenere fresca la vena, scoprire altre forme ed altre possibilità alla sua narrativa. Se egli non raggiunse poi cime piú alte, per lo meno seppe a tempo debito «mutar d’ale» e conservare integra la vivacità della sua seconda e feconda stagione. Ma questo è discorso da rimandarsi ad altra occasione, ad occasione cioè che piú strettamente riguardi il Bontempelli della terza e presente maniera. BRUNO ROMANI 1940 #MassimoBontempelli #BrunoRomani
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TACCUINI INEDITI di Gabriele D'Annunzio 1907 TACCUINO N. 47 Prandoni. Vestito da cavallo - Gilets bianchi. Pardessus sportivo - Redingote. Abito a giacca nero. Frac. Jachett [sic] per casa Ricordi. Correzione delle tre romanze di Fr. Tosti. (Riforma della Pelliccia). Justinien - Atlante - Renan La Forza del Destino in Eschilo. prof. Jaffei - (Roux e Via-rengo) L’Aiace - di Sofocle. Alla foce del Motrone - Il 17 febbraio 1907, il giorno dopo la morte di Enotrio. Una serenità diamantina - Le sabbie son piú chiare che nell’estate. Le acque del Motrone sono tra gialle e verdastre - L’urto della maretta le fa rifluire con un rincrespamento splendido. I pini sono immobili e sembra si consumino nella luce come ardessero. Di fronte alla foce si leva il Gabberi con la sua cresta senza neve - Dietro la catena rossastra si levano le vette nevate, abbaglianti nell’azzurro - S’ode nel rombo del mare il canto di qualche uccello raro. S’ode il rifluire delle ondicelle nel fiume - Sul lido vagano stormi di neri corvi, che di tratto in tratto s’alzano. Una pace infinita - un incanto funebre. Lo spirito del Poeta ritorna al luogo natale - (¹) ... Io non voglio bere con grave augurio al vecchio amico fedele, ma al piú arguto tra antichi e nuovi editori... Ho letto non so dove che uno scolaro scozzese dello studio Perugino avesse per insegna un libro e uno stocco, col motto: «In utrumque paratus». La stessa insegna potrebbe assumere questo convitato che è il piú arguto degli editori, ma cambiando lo stocco nel fioretto elastico e sottile; perché questo grande maestro nell’arte del libro è maestro incomparabile nell’arte di schermirsi... da... e in quest’arte usa la piú varia e geniale arguzia che mai abbia coperto di apparenze amabili, la piú cauta delle volontà invincibili. Bene dunque uno spirito [segue una parola illeggibile] che cosí prontamente scintilla - bene dunque si festeggi in un convito fiorentino, nella città dove la facezia aguzza è l’arme da secoli familiare. E tenendo alla perpetuità della manifesta fiordezza di questo nostro editore, io e miei colleghi leggermente ci consoliamo dello scarso oro che per noi rimane ammirando quel tanto di ottima lega ch’egli adopera a dorare le sue punte non mortali. (²) Le sinuosità voluttuose della terra. Fuga d’agnelli - vitelli pecore. Viale - cipressi [segue una parola indecifrabile] vaporosi Un torrentello rinfresca le [segue una parola indecifrabile] i grappoli [seguono due parole indecifrabili] fonti [segue una parola indecifrabile]. Un monte nudo - che sorge improvviso - Regarde Saint Christophe puis va-t-en rassuré - I piccoli cimiteri - Gli odori - ginestre - giaggioli - biancospino - Le forme dei monti - il dente - il corno su cui si esercitò l’immaginazione popolare - acacie - caprifoglio. David. [Seguono nove facciate bianche.] Il ponte di San Giorgio - Le paludi - pallide - Le campane [parola illeggibile] i sandali - il fieno - Una corte desolata - erbe - Scrostamenti stucchi foglie di pittura - steli di edera secchi Sala dei Mart. Il castello - le torri di mattone - l’erba - le rondini il frate [A questo punto del taccuino, v’è un fiore e una pianticella secca, fissata con un breve nastrino bianco incollato, e, sotto, v’è scritto a penna:] 9 aprile - 1907 con Giusini lungo l’Arno. [Seguono due facciate bianche.] La prima cappella a destra in S. Andrea. Sul muro - a sinistra il busto del Mantegna in un fondo di porfido - Testa robusta romana - labbro superiore alto tra due profonde rughe - bocca ferma e serrata - capellatura sul collo - ramo d’alloro dorato - Due profonde rughe su le gote, scavate dal pianto - occhio fisso e acutissimo. Da una finestra tonda viene la luce della sera - dorata e fa luccicare il bronzo - patina mirabile. Il porfido - sangue rappreso - La tomba sul pavimento Una lastra di marmo di Verona - ai piedi del Battistero -. Sul pavimento quadrati rossi e bianchi [Seguono quattro facciate bianche. Dopo di che, per continuare la lettura, bisogna capovolgere il taccuino e ricominciare dall’altra parte.] Ildebrando Pizzetti maestro di musica - San Lazzaro di Parma. Dott. G. Luigi Cerchiari - direttore della Libertà - Padova. L. Dzieduszycka. L’agape sacra Esisteva a Roma ancora nel 397 Banchetto funebre nella Basilica di San Pietro - da Pammacchio in onore della defunta moglie Paolina. Descritto in una epistola di San Paolino. La folla ingombrava l’atrio e la basilica. Mangiava e beveva. Il 30° canone del terzo Concilio di Cartagine proibisce le agapi in Chiesa. Una testimonianza della persistenza delle agapi è fornita dal secondo concilio orleanese (541) «Ne quis in ecclesia votum suum cantando bibendo vel lasciviendo exsolvat; quia Deus talibus votis irritatur potius quam placetur». Testimonianze per i cori e per le danze (VI secolo). Concilio d’Auxerre 570 «Non licet in ecclesia choros secularium vel puellarum cantica exercere». Concilio di Toledo (589) Exterminanda omnino est irreligiosa consuetudo, quam vulgus per sanctorum solemnitates agere consuevit, ut populi qui debeant officia divina attendere, saltationibus et turpibus invigilant canticis. (Labbé. S. S. Concilia t. v. pav. 1014). San Gregorio parla, nell’anno 600, di canti pagani (citarodie) che si cantavano da ecclesiastici - Quia in uno se ore cum Jovis laudibus Christi laudes non capiunt. - Et quam grave nefandum que sit episcopis canere quod nec laico religioso conveniat, ipse considera ». Ep. XI 54 - (Migne, p. 1171) Il pervigilium Veneris è del IV secolo. Il tetrametro trocaico - verso favorito della canzone popolare antica romana, ritmo essenzialmente danzante che sembra sussistere nel saltarello laziale, nella tarantella campana. vedere gli inni di Prudenzio Concilio di Cavaillon (650)... chorus foemineus turpia quaedam et obscoena cantica decantare videtur » Come strumento, persiste quasi soltanto la cithara, divenuta alquanto grossolana nella sua struttura. La tibia e la fistula. L’organo fu in uso, come strumento profano, fino all’epoca di San Gregorio (600). La tibia era per solito di bronzo. L’organo a mantice è descritto da Cassiodoro (Expos. in ps. 150) S’ignora quando e dove l’organo fece la sua prima apparizione nella chiesa, ma è certo che nel medioevo i santuari cattolici, avevano un organo, ma pur tuttavia non lo usavano per accompagnare il canto liturgico. Ma v’è un passaggio nel poema di Venanzio Fortunato al clero di Parigi, secondo il quale, già al tempo di San Germano (554-556) la basilica della Città, possedeva l’organo. «Hinc puer exiguus attemperat organa cannis...» Un vaso sepolcrale scolpito nel miele Un torso di Venere corroso. Una venere dalla tunica piegosa e molle, come bagnata. Speculum Leporis almum, Ver, pande humum rigentem. Sine vere nil Diona est. Longo sepulta somno Natura jam resurgit Sine vere nil Diona est. Vere ingruente vita Rediviva luce Olympi est. Sine vere nil Diona est. Genitabiles Favonii Rerum excitant calores. Sine vere nil Diona est. Non ho cuore di venire a Bologna, mio caro fratello, nella terra ov’egli nacque ma ti prego di baciare per me la fronte veneranda. Oggi sembra che la mia Versilia sia illuminata da un giorno santo, e che il suo respiro vi sia perpetuato nella vastità di questo mare. Vorrei che tu mi fossi vicino e che potessimo insieme parlare di lui lungo i lidi o tra gli olivi. Ti abbraccio forte. Ricordami a (³) Il forno di compone di fornello - bacino e fondente - dove si mette il metallo freddo. Il tiraggio - la lingua di fuoco - canale - Strato di caolino poi terra refrattaria - il loto - Le colate - conduttori del metallo - e gli scappamenti dell’aria - sfiatatoi. Vignali sta sulla forma - sente il rumore del metallo e degli sfiatatoi. È regola la colata con la terra e il tappo. L’umidità il rumore la voce la musica del bronzo. Le vesti fumano - si abbronzano La pelle se ne va. Volto largo naso pendente occhi lunghi e stretti - baffi neri - capelli neri - voce grave (di Pistoia) Da bambino fondeva i piatti musicali e gli strumenti. Campanelli. L’anima della cera è di loto. Rughe orizzontali su la fronte - occhi lionati Cataste di legna - mucchi di terra. La fossa fusoria - capannone - Le travature - la tettoia I paranchi per sollevare i pesi - catene di ferro - La portantina per i crogioli. I pali per rincalzare la terra. Il lucernario - la fuliggine - I mattoni di terra refrattaria - La guglia di ferro che da [sic] aria per la fusione a crogiolo - Le buche nelle pareti - l’intonaco - le screpolature. Il gruppo che si scopre, come uno scavo. La terra mossa, tolta con le lime appuntite. I fuochi lungo il canale - Il bacino in cui opera la leva e il tappo - Le spine di ferro sostengono l’anima interna. Su i mucchi di rottame le funi - Il forno fasciato di ferro - Il centauro - Le pieghe sul ventre - Il petto che nello sforzo si fa cavo - i muscoli delle braccia. I due posteriori poggiati nel terreno dal nodello al garretto. Una zampa preme il cervo su la spalla - e lo zoccolo si stampa nella carne vellosa. (⁴) Nel museo di Mantova il cippo di un principe di Cilicia. Morabet - Zeinnedin - Mohammed Un cortile pieno d’erbe selvagge. GABRIELE D’ANNUNZIO (¹)E' il primo schema del capitolo 'Di un maestro avverso' nelle Faville del maglio, Vol. II. (²) Marzocco 10 marzo 1907 (³) E', con qualche variante, il telegramma che d'A. mandò al Pascoli quando il Carducci morì. Il telegramma continuava, Ricordami a Maria. (⁴) E' il primo schema del capitolo 'la resurrezione del Centauro' nelle Faville del maglio, Vol. II. #dannunzio #gabrieledannunzio #carducci #pascoli #Concilio
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I cento anni di ODILON REDON A grafo di Odilon Redon, si chiede al principio del suo esauriente studio sull’artista (O. R. - H. Fleury ed. Parigi, 1923) se un giorno l’illustratore di Edgar Poe nato a Bordeaux nel 1840 ma concepito a Nuova Orléans da madre americana e da padre francese, non sarebbe stato rivendicato dall’America come figlio suo. Certo si è che a questo grande isolato tra gli artisti moderni e nemmeno molto fortunato in Francia se non a tratti della sua vita (1840-1916) i musei pubblici e le collezioni private americane hanno serbato qualche attenzione: e se nessuno ha mai accennato a postume rivendicazioni è ben vero che per numero e rarità di opere le collezioni d’oltre oceano gareggiano con quelle francesi e olandesi e che a Chicago esistono gli unici esemplari di alcune incisioni eseguite da Redon prima del 1870: data, come si vedrà, di somma importanza nella formazione dell’artista. Ma da questi casi del gusto come dalle circostanze della sua nascita e dagli aspetti che lo avvicinano a Poe non si possono trarre che deduzioni generiche; tanto più che l’educazione di Redon fu quanto mai francese fin dall’infanzia e che l’artista smentì coi fatti di tutta la sua vita di patriota la poetica affermazione «avrei amato per caso o secondo il destino, di nascere in mezzo ai flutti… un luogo senza patria, su di un abisso…» a proposito del viaggio transoceanico affrontato da sua madre incinta di lui e commentato come tutti i fatti salienti della sua vita e le sue opinioni sull’arte in una raccolta di scritti, specie di giornale di bordo, rivolti da Redon a se stesso. (Odilon Redon - A soi même - Journal 1867-1915 - Paris, H. Fleury ed. 1922). Battutosi nelle giornate di dicembre del ’70 e uscito dal combattimento con un’idea grandiosa della personalità dell’uomo in guerra, riveltataglisi l’umanità sotto aspetti indimenticabili che egli non mancò di analizzare esaltandoli in numerose lettere a suo fratello Ernesto, Odilon Redon moriva il 6 luglio del 1916 privo di notizia del suo unico figlio in linea come aviatore che, dal giorno della partenza il padre non aveva mancato d’accompagnare con alti fiduciosi pensieri: «le idee formano battaglioni invincibili» e che attendeva, sforzandosi ancora di disegnare cavalli impennati: poiché il movimento delle truppe gli consentiva sovente di avvicinare gli animali che tante volte aveva idealizzati in mitici slanci. Un amore geloso egli serbò sempre per la terra di Peyrelebade dov’era una proprietà paterna che Redon abitò lunghi anni e dove tornò sempre, una volta stabilito a Parigi, a contemplare il paesaggio che aveva imparato a conoscere con occhi di fanciullo. «Si andava a Peyrelebade» racconta Redon «attraverso un paesaggio posto tra le vigne del Médoc e il mare dove si è soli. L’oceano che in altri tempi copriva quelle lande ha lasciato nell’aridità delle sabbie un soffio d’abbandono, d’astrazione. Di tanto in tanto un gruppo di pochi pini che rumoreggiano tristemente indica e circonda un casale o qualche chiuso pei montoni. Specie di oasi attorno ai quali tranquilli pastori su alti trampoli disegnano contro il cielo il loro strano profilo. Questi piccoli villaggi non hanno chiese. Ovunque l’umanità che vi abita sembra annullarsi, spenta e dissolta, con gli occhi accorati, nell’abbandono di sé medesimo e del luogo…». Uno sfondo melanconico per la formazione di un fanciullo che già non amava la compagnia dei suoi coetanei e che si appartava volentieri nell’ombra dei cortili e delle camere vuote. La prima volta che il piccolo Odilon vide Parigi fu all’età di sette anni e quel primo soggiorno parigino gli fu fatale, perché la vecchia bambinaia, alla quale era stato affidato, lo condusse invece che a passeggio per i giardini, a visitare i musei. La passione del disegno gli era nata d’istinto durante i primi studi seguiti svogliatamente a Bordeaux e i suoi parenti non gliela contrastarono, ma anzi gli procurarono lezioni private da certo professore Gorin, romantico entusiasta che condusse il ragazzo a vedere i Millet, i Moreau, che si esponevano in città. Rassodandosi la sua vocazione col passare degli anni, Redon trovò in suo padre quella comprensione e quell’aiuto economico che gli permisero d’essere artista a Parigi senza mescolarsi alla bohème del quartiere latino ma vivendo invece da equilibrato borghese e preferendo alle amicizie scapigliate la dimestichezza di qualche giovane provinciale bordolese. Suo padre che prudentemente lo aveva avviato allo studio dell’architettura cedette una prima volta al desiderio del figlio di dedicarsi esclusivamente alla pittura sempre però secondo la tradizionale formazione accademica ma poi finì di secondarlo quando Redon, insofferente dell’insegnamento di Gérôme, decise di formarsi da solo. Scriverà più tardi: «Sono stato condotto all’isolamento nel quale mi trovo per l’impossibilità assoluta di esercitare l’arte in modo diverso da come ho sempre fatto. Io non comprendo nulla di ciò che va sotto il nome di concessione…». Lasciata l’Accademia il giovane artista si applica allo studio dei maestri antichi nei musei eseguendone delle copie. Egli si rivela a poco a poco nelle proprie aspirazioni e nei propri limiti. Il gusto dello scrivere e le frequenti meditazioni giovano al chiarimento della sua personalità: ad un certo punto pensa di poter essere scrittore, tenta un’autobiografia e raccolte di pensieri scegliendo come pseudonimo il rêve. Prova anche la critica d’arte negli anni dei suoi primi contatti col pubblico (al Salon del 1867 figura la prima volta con una piccola acquaforte nella sezione dell’incisione…) e in un articolo di critica al Salon nel 1868 dichiara semplicemente il credo al quale obbedirà poi sempre. «Alcuni vogliono assolutamente limitare l’arte della pittura alla riproduzione di ciò che si vede. Coloro che rimangono entro questo limite si condannano a un ideale inferiore» … «Le esauste imitazioni dell’arte antica devono far luogo al dominio dell’espressione… » precisamente egli dice «au règne de l’expression de l’accent moral…». In lui si combattono opposti sentimenti e possibilità, la fervida immaginazione e insieme la tendenza all’analisi profonda durano ad amalgamarsi, a fondersi in espressione. «Si tratta d’un conflitto tra cuore e cervello? Forse ch’io posseggo un’ottica che non si accorda con le mie attitudini? » si chiede ed annota Redon inquieto per la difficoltà che trova ad esprimersi come vorrebbe. Siamo alla vigilia dell’infausto 1870. Redon è un uomo fatto, la sua personalità artistica si sviluppa faticosamente nello spesso bozzolo che si è costruito, che il destino, le circostanze gli hanno assegnato. La grande farfalla notturna prepara le ali e le sensibili antenne al miracoloso volo. Il silenzioso, appartato studente di Bordeaux s’appresta a dare la piena misura di sé, il frutto dell’ambiente in cui è cresciuto, del paesaggio divorato con gli occhi ancora bambini, del silenzioso studio seguito dalla stanza vetrata del suo primo maestro di Bordeaux… circondata di fiori, e soprattutto di due preziose indimenticabili amicizie provinciali: quella per il botanico Armando Clavaud e per un altro bordolese, l’incisore Rodolfo Bresdin. Amicizie rivelatrici, essenziali al giovane Redon che pure aveva già avvicinato cordialmente Corot e Coubert. Un botanico ed un incisore. Clavaud di tendenze enciclopediche, bibliofilo, di spirito aperto ad ogni induzione della scienza e della cultura, studioso al microscopio e di sanscrito, autore di una Flora della Gironda illustrata con anatomia sapiente e gusto di artista, difensore veemente di Delacroix, questo raro spirito che il giovane Redon ha la ventura di incontrare, gli diventa maestro di vita e gli rivela la letteratura moderna. Per lui scienziato e idealista, Redon conosce Flaubert, Poe, Baudelaire. Rodolfo Bresdin, spirito analitico, erborista appassionato, lui già vecchio deluso dimenticato, rivela al giovane amico i segreti dell’incisione e glieli lascia in eredità. Il primo, racconta Redon, «… lavorava nell’infinitamente piccolo. Egli cercava sui confini del mondo impercettibile quella vita intermedia tra l’animalità e la pianta, quel fiore, o quell’essere, quel misterioso elemento che è animale in qualche ora del giorno e solamente sotto l’azione della luce ». E Bresdin gli aveva detto un giorno: « vedete quella gola di camino…, che cosa vi dice? A me racconta una favola. Se avete la forza di osservarlo bene e di comprenderlo, immaginate il soggetto più strano, più bizzarro; se questo consiste e rimane nei limiti di quel lembo di muro, il vostro sogno sarà realtà. Questa è l’arte… » E aggiunge Redon: «Gli artisti della mia generazione, per la maggior parte, hanno veduta la gola del camino ma non hanno veduto che quella. Tutto ciò che si può aggiungere al frammento di muro proiettandovi la nostra immaginazione (par le mirage de notre propre essence) essi non ce l’hanno dato ». Redon ha ormai tanto dentro di sé da vivere autonomo, il suo gusto s’è ormai precisato, il lungo studio gli ha forniti mezzi sicuri per esprimersi ma alla sua anima occorre come uno strappo, a lui vissuto sino allora in una borghese studiosa comodità occorre d’essere travolto da qualcosa di più forte della sua volontà, di vivere un dramma al paragone del quale poter misurare la consistenza delle sue riflessioni: ed ecco prenderlo la guerra come semplice soldato, ecco il destino imporgli una vita diversa, costringere il suo animo sensibile ad una vibrazione altissima. Firmata la pace, l’artista torna al suo lavoro arricchito di più profonde certezze e d’una consolidata coscienza di sé. Scrive Redon all’amico Mellerio: « La guerra, un momento in cui la mia visione si decuplicò », «i più minuti schizzi, gli abbozzi più frettolosi che avevo lasciato partendo presero un nuovo senso ai miei occhi. La guerra! È la nascita della mia volontà ». È chiaro: il senso dell’al di là intuito dal giovane artista mistico nella sua solitudine, gli si era imposto grandiosamente. Le considerazioni sulle ragioni della vita e della morte arrischiate nei dialoghi con Clavaud, nella dimestichezza con Bresdin avevano resistito al banco di prova dell’eccezionale avvenimento. Redon torna dalla guerra vittorioso con le sue idealità intatte e moltiplicate, cosciente della validità delle sue prime intuizioni. Comincia allora la lotta per essere in Parigi contro il mondo accademico e la sistematica incomprensione. Redon si rifugia nell’arte litografica e pubblica nel 1879 il suo primo album di stampe intitolato Dans le Rêve. È già stato in Olanda a venerare Rembrandt; nell’81 e 82 prova a sfondare con due mostre personali e trova in J-K. Huysmans ed in Emilio Hennequin appassionati fautori. Comincia ad essere apprezzato per quello che vale. Nel 1882 pubblica la raccolta A Edgard Poe e nel 1883 quella intitolata Les origines. Nel 1885 segue l’Hommage à Goya. Ma è in Belgio ed in Olanda che la sua fama si consolida più agevolmente che non in Francia. Verhaeren sollecita la sua collaborazione, a Brusselle per le edizioni di Edmondo Deman vedono la luce dall’88 al 90 le Tentazioni di Sant’Antonio: dieci litografie per il testo di Flaubert e le nuove interpretazioni disegnate dei Fiori del male. Ma a Parigi, anche se era stato ammesso al Salone nel 1885, nell’86 e nell’88 e sempre con stampe modeste, doveva godere poca fama e scarsa diffusione se Andrea Mellerio che pure era un critico d’arte confessa d’essersi fermato la prima volta davanti ad una litografia di Redon nel gennaio dell’89 alla prima esposizione dei pittori-incisori. In questo torno d’anni l’artista è colpito da sciagure che l’abbattono: al dolore per la morte d’un primo figlio s’aggiunge l’angustia dei rovesci economici. La proprietà di Peyrelebade malamente gestita da un fratello deve essere venduta all’asta. Il puntuale e sognante gentiluomo che mai s’era immischiato negli affari si trova improvvisamente in strettezze economiche che lo atterrisscono. Sono ormai molti anni che Redon non tocca i colori ma è in questi tempi che il suo bianco e nero acquista i toni più profondi e misteriosi. Tuttavia amici fedeli gli sono di conforto e si chiamano Mallarmé, Huysmans, Vollard a cui si aggiungono più tardi alcuni dei giovani artisti riuniti all’insegna d’un «Movimento Idealista»: Denis, Bonnard, Roussel, Vuillard. Solo nel 1894 una sua «personale» completa riesce a sciogliere del tutto il cerchio d’ostilità che l’aveva sino allora oppresso facendogli ritrovare nell’equilibrio raggiunto tra la sua opera e la società alla quale si rivolgeva uno stato di serenità fino ad allora ignorato, riprendendo quella posizione di raffinato borghese che aveva tanto temuto di perdere, i lunghi soggiorni nelle amate campagne di Bretagna, i viaggi in Italia, in Belgio, in Olanda alla contemplazione dei suoi tre numi artistici: Leonardo, Rembrandt, Dürer. Gli era intanto nato un secondo figlio, Ari, che fu tenuto a battesimo da Genoveffa Mallarmé, figlia del poeta. Sul finire dell’800 il periodo delle fantasiose stampe si chiude e Redon, come rasserenato, ritorna sessantenne allo studio del colore con una predilezione a ritrarre fiori e bambini. Egli non mancò d’annotare nel suo giornale il significato di questo abbandono della materia nera affermando che ad esprimersi compiutamente col bianco e nero occorre la vitale pienezza che non è più dei vecchi. «In età avanzata si potrà sempre » egli scrive «mostrar della materia nera su di una superficie, ma il fusain resterà carbone, la matita litografica non esprimerà più nulla: la materia resterà cosa inerte e senza vita. » Ma nel 1914, a settantaquattro anni, Redon riprenderà ancora una volta il bulino per incidere un angoscioso commento all’ora che stava attraversando la Francia. Non più colore per l’ultima volta, non la materia litografica dai neri vellutati ma il bianco e nero del rame corroso dall’acido. Il vegliardo ritornava ai mezzi che a lui giovanetto Bresdin aveva affidati con l’illusione forse di poter reagire allo stimolo della sua addolorata fantasia come ai tempi del lontano noviziato. L’acquaforte: primo amore non abbastanza coltivato da Redon e soppiantato dal gusto preso per la litografia: in un primo tempo col solo scopo di riprodurre i propri disegni poi coltivata di per se stessa, nelle numerose risorse, come l’unico modo di rendere lo scuro voluto in opposizione alla luce voluta. «Ho guardati, scrutati i miei neri, ed è soprattutto nelle litografie che questi neri hanno integro il loro splendore senza alcuna intrusione. Il nero è il colore essenziale: bisogna rispettarlo. Niente può intaccarlo. Non piace all’occhio e non risveglia sensualità alcuna. Il nero serve allo spirito meglio del bel colore della tavolozza o del prisma… » Se Odilon Redon fece delle litografie stupende da riuscire a fondere in esse il senso dell’acquaforte e del fusain, con quanto amore ne scrisse per l’innato bisogno di spiegare la sua arte a sé stesso e agli altri in tutte le sfumature, le più riposte pieghe, le più segrete raffinatezze! E per difendersi dal rischio d’esser considerato un illustratore… « La parola illustrazione non si trova nei miei cataloghi. Io non l’ho mai adoperata. Altra parola ci vuole: trasmissione, interpretazione? Nemmeno: termini troppo generici per definire ciò che diventa una mia lettura grazie ai miei neri… » E per combattere la diffidenza, l’ironia, l’incomprensione dei litografi di mestiere, per distinguersi da loro: «So che essi parlano della grana, d’una pietra con aria di mistero. Tutti i litografi conoscono e considerano rispettosamente questo elemento essenziale d’una buona pietra: ma il risultato che ne deriva non è la mèta. Io credo d’aver messo la mia immaginazione in grado d’esigere tutte le possibili risorse della litografia. Tutte le mie tavole, dalla prima all’ultima, non sono state che un’analisi curiosa attenta inquieta appassionata del potere d’espressione della matita litografica aiutata dalla carta da riporto e dalla pietra… ». Per dichiarare infine le sue delicatissime reazioni, come ad ogni fatto naturale, così alle cose del suo mestiere. « Oltre che alle influenze del mondo in cui vive, l’artista cede anche all’esigente potere della materia che egli impiega: matita, carbone, pastello, pasta oleosa, neri da stampa, marmo bronzo terra o legno, tutti questi ingredienti sono degli agenti che l’accompagnano, che collaborano con lui e dicono qualchecosa nella sua creazione ». « … La pietra litografica è impressionabile, subisce l’influenza delle variazioni del tempo. Sia che piova o che nevichi o che la temperatura aumenti o diminuisca, sempre la pietra reagisce diversamente in modo favorevole o no, dettando la diversa cura di cui bisogna circondarla quando si stampa ». « Mi stupisco che quest’arte così ricca e docile, così ubbidiente alle più sottili impressioni della sensibilità sia così poco diffusa. I tempi in cui sono vissuto dovevano ben essere preoccupati di imitazione e di naturalismo diretti, se questo procedimento non ha sedotto più di frequente gli spiriti inventivi e non li ha tentati a spiegare le suggestive ricchezze che racchiude… Esso provoca e fa apparire l’inatteso. » Provoca e fa apparire l’inatteso. Questo è il punto essenziale specie se si tien conto che tali inaspettate rivelazioni Redon le attribuiva più alla docilità della carta da riporto ad afferrare ogni minimo segno di matita che alla pietra litografica. Così innamorato egli era del suo mestiere, così fiducioso nella rispondenza dei mezzi alla sua grafia, da confondere l’alchimia di quelli con l’arte quasi che i segni di matita non fosse lui a tracciarli ma gli si rivelassero dalla pietra per incantesimo. Ma nemmeno deve stupir troppo questa opinione dell’artista tenendo conto di quanto di scrittura automatica intervenisse nella sua creazione, di come egli potesse agire in uno stato di semicoscienza o di sonno nel tracciare le linee essenziali di qualche sua litografia, quelle appunto sulla carta da riporto, prima che intervenisse e vi si sovrapponesse tutta la scienza chiaroscurale grazie ai più complessi accorgimenti tecnici. Ma a base della sua perizia litografica, del suo magistrale potere nell’evocare con luce ed ombra immagini, mondi, che gli nascevano dal profondo della coscienza stava la lunga consuetudine del disegno a carboncino, il potere della sua mano a valersi della lieve materia che basta un soffio a far svanire, che basta un tratto che non sia ispirato a fargli perdere ogni delicato sapore: e Redon prediligeva questa materia per disegnare, la sua notturna sensibilità si affidava sicura ad essa come ad un oscuro polline, ad un magico fumo e certi suoi fusains sono come sfiorati da elitre, segnati da antenne d’insetti, carezzati dalle lunghe ciglia vibratili di occhi fluttuanti; e questi segni palpitano crescono si dilatano svaniscono in spazi dove dal più chiaro al più scuro si avverte come il trascorrere del giorno e della notte. Ora, se è vero che Redon rasserenato in tarda età lasciò da parte i chimismi dell’incisione per riposarsi nel ritrarre coi colori fiori, bimbi, volti di amici, non crediamo che la sua fama più durevole debba essere affidata alla produzione pittorica, personalissima sí, ricca ancora di intuizioni tali da nutrire schiere di seguaci in uno speciale ordine del gusto, ma in secondo piano in confronto dell’opera disegnata incisa litografata che è quella che vale a distinguerlo da tutti i suoi contemporanei; anche da coloro che rientrano nell’ambito d’un’arte simbolista come Feliciano Rops od Enrico De Groux. Nessun legame tra i caratteri mistici, introspettivi, nutriti d’indagine scientifica ma in fondo palpitanti di speranza di Odilon Redon e la tormentata sessuale necrofilia di Rops o il goyesco orrore dei massacri d’un De Groux. Le pitture di Redon, specie quelle eseguite ad olio, restano dignitosamente appartate al cospetto del gigantesco movimento pittorico dell’800 francese e se si vuol ravvisare dall’opera disegnata a quella dipinta un logico nesso di stile è più alla serie dei pastelli che occorre rivolgere l’attenzione: dove la materia pulverulenta obbediva meglio alle sue mani che dovevano muoversi fra le matite colorate come in cerca di farfalle rare, di petali di fiori. Nel periodo che vide fiorire l’impressionismo, Cézanne, i Fauves e ancora il primo cubismo, negli anni che il culto dell’aria aperta ebbe i suoi templi, i suoi officianti, quando tutta una civiltà del colore si consolidò dilatandosi vittoriosa nel mondo, l’arte d’un uomo che non dalle apparenze della natura traeva materia, ma dal profondo del sogno, dagli echi lontani, dai lampeggiamenti del subcosciente e quella materia organizzava coi mezzi meno immediati distillando le proprie illuminazioni secondo le alchimie più disusate ed impopolari, emerge tuttavia in uno splendido isolamento. Chi conobbe Redon l’ha descritto tutt’altro da come lo si potrebbe grossolanamente immaginare secondo l’idea stereotipata d’un poeta maledetto, stupefatto o peggio. Nemmeno egli s’ornava d’alcunché nelle abitudini o nel tratto che somigliasse a qualche civetteria da sacerdote di rito esoterico: ma, uomo cordiale, padre e marito affettuoso, cittadino irreprensibile, amava vivere nell’ordine e nella comodità alternando nella sua giornata l’esercizio dell’arte e il culto della musica, la frequentazione di qualche salotto intellettuale, le passeggiate in campagna, le visite quasi quotidiane al giardino Monceau dove attorniato dai ragazzini distribuiva briciole di pane agli uccelli ivi raccolti. Avendo in orrore qualsiasi legame che potesse nuocere alla sua indipendenza di giudizio si astenne dal fare parte del già citato «Movimento Idealista» che pure riuniva alcuni dei suoi amici e si difese con insistenza dall’accusa mossagli da qualcuno d’aver fatto parte d’un gruppo di artisti Rosa-Croce; di questa confraternita e della sua attività ci duole di non aver trovata alcuna traccia oltre la notizia citata. Comunque, è dall’esame diretto della sua opera più che dalla conoscenza delle influenze ambientali che il significato della vita di Redon si rileva nella sua eccezionale portata. Che la consuetudine dei poeti simbolisti l’abbia influenzato è fuor di dubbio: che egli abbia dato a chi gli stava intorno più di quanto abbia da essi ricevuto è fors’anche da considerare nel regime degli scambi intellettuali tra uomini che si frequentavano grazie alla stima che reciprocamente nutrivano; ma dei pittori del suo secolo egli rimane il solo partecipe d’un ciclo poetico che non si è ancora chiuso, non come un illustratore quanto mai penetrante di testi altrui, ma come una forza originaria, inedita, con una chiaroveggenza che tuttora ci stupisce ed un apporto di sensibilità che ancora oggi vibra sottilmente con immutata frequenza. Il pendolo al quale Redon diede per primo l’avvio continua ad oscillare con la medesima ampiezza della prima volta, la sonorità profonda delle sue campane suscita sempre nuovi echi, gli anelli concentrici che il suo ciottolo ha creati in un’acqua morta continuano miracolosamente a moltiplicarsi. Il sentimento del tempo delle cause delle origini ha avuto per suo tramite la prima plastica estrinsecazione moderna. Quest’uomo che come Edgardo Poe tentò vittoriosamente l’assunto di piegare la logica del visibile al servizio dell’invisibile e che, precursore d’una sorta di poesia parascientifica, si provò ad «imitare la natura» costruendo quei mostri, quei complessi osteologici che Pasteur ammirava per la loro razionalità è oggi, a un secolo dalla sua nascita, molto vicino e propizio ai pochi artisti che nutrono l’ambizione e la speranza di esprimersi personalmente. Jeanne Doin in uno studio su O. R. (Mercure de France, luglio 1914) prevedendo che un giorno il giudizio della posterità sull’opera del nostro poeta si dichiarerà nei termini dovuti alla sua reale importanza, scrive: «Chiaroveggente, ordinato e cortese il demone di Redon attende quell’ora tranquillamente… » Chiaroveggente ordinato e cortese il demone di Redon ci è sempre stato presente: fin da quando, ancora bambini, lo avvicinammo grazie a quegli albi e cartelle di Vittorio Pica che, se non erriamo, fu il primo critico italiano ad occuparsene con amore: quasi cinquant’anni or sono. ITALO CREMONA #Primato #OdilonRedon #ItaloCremona
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OLTREMANICA Come sempre, o quasi sempre, nel passato, la cultura britannica ruota su un proprio asse, si muove entro un’orbita propria. È inesatto dire che essa fa parte, senza più, della cultura europea; altrettanto inesatto sarebbe affermare che non ne fa parte in alcun modo. Quasi tutto ciò che è europeo finisce a diventare, un giorno o l’altro, britannico; ma il quando, e il come, e attraverso quali mutamenti di sostanza e di forma, non si può dire se non caso per caso e a vicenda conclusa. Assai meno frequente è che un prodotto culturale britannico riesca in qualche modo a diventare europeo, se non attraverso effimere e superficiali scopiazzature. Malgrado tutte le apparenze in contrario, è più facile agl’Inglesi assimilare da altri che non agli altri dagl’Inglesi. Certi aspetti, canoni e forme della loro tradizione di vita signorile sono imitati con un rigore commovente, e talora con inconsapevole parodia, da taluni ristretti ceti sociali di molti paesi, non esclusa la Germania; ma non mettono radici, non si diffondono. Fuori dal tè pomeridiano, che ha attecchito in certe classi un po’ dappertutto, e da certe forme sportive, si può dire che nessuna costumanza britannica riesce a trapiantarsi su altro suolo etnico e storico, perché non trova il presupposto necessario, ossia lo spirito caratteristico, originario, che sta dietro quel fatto di costume o di cultura. L’Inghilterra, dunque, assorbe dagli altri più che gli altri non possano assorbire da lei. La stessa propaganda culturale britannica all’estero, fattasi più attenta e più attiva negli ultimi anni, urta contro l’imponderabile ostacolo rappresentato dalla scarsa comunicabilità o fungibilità dei propri valori nazionali. Una compagnia scelta di attori inglesi può attraversare tutto il Continente, raccogliendo ovunque larga messe di ammirazione e di plausi. È, nel suo genere, una cosa perfetta; arriva come una meteora, e come una meteora se ne va, lasciandosi dietro una fugace striscia di luce. Non altro. Non è possibile imitarla, tentar di rifare ciò che essa ha fatto, mettersi, per qualche rispetto almeno, alla sua scuola. Per far questo bisognerebbe diventare inglesi: il che non significa assorbire, innestare in sé, con fecondi risultati, un elemento di una cultura straniera (come l’Inghilterra ha saputo fare, mille volte, lungo tutta la sua storia); significa sommergersi e perdersi in quella cultura straniera. Persino l’Ottocento, grande secolo inglese, durante il quale gli occhi e gli spiriti di tutto il continente erano appuntati su Londra, persino l’Ottocento, dico, malgrado certe apparenze in contrario, ha visto pochissimi spunti sani e vitali attraversare la Manica facendo cammino inverso a quello del sole. Germania, Francia, i Nordici, persino la Russia, persino l’Italia, pur così dominata da un travaglio interno che non è ancor oggi compiuto, hanno dato all’Inghilterra, in quel secolo, più che non ne abbiano preso. Ho detto: malgrado certe apparenze in contrario. L’Ottocento europeo, infatti, importò largamente da Oltremanica il costituzionalismo e l’economismo, e più tardi anche quell’estetismo che attraverso molte sfumature va dai Preraffaelliti a Oscar Wilde. Di quel costituzionalismo c’è ormai poco da dire: portato fuori dalla sua sede di origine, dal suo clima morale e politico, dalla sua storia e preistoria, non ha dato né poteva dare che frutti di cenere e tosco; oggi, dopo aver prodotto molte rovine, è esso stesso in rovina dovunque. Ha servito da spunto e da appiglio per molti risorgimenti e sviluppi nazionali, anche artificiosi; in ibrida unione con idee e motivi democratici e ottantanoveschi, ha stimolato e accelerato sviluppi storici sani e malsani, evoluzioni e involuzioni; ma per se stesso, in ciò che esso è e rappresenta nel suo paese originario, non si è affermato, non ha giovato, non ha vinto in nessun luogo. Analogo e più lungo discorso si dovrebbe fare per l’economismo classico britannico, oggi ancora imperante in molte scuole di economia del Continente, ma nelle scuole soltanto. Utile metodo di ricerca, importante contributo nella storia delle scienze; ma come corpo di dottrina (e di una dottrina che voleva essere anche normativa), fallito, e fallito dopo aver forse recato più danni che vantaggi. Il segreto di tutto questo è assai chiaro a chi conosca non superficialmente l’Inghilterra. L’uomo politico dei costituzionalisti inglesi, l’uomo economico degli economisti inglesi, erano sempre e soltanto, in modo inconsapevole ma esclusivo, l’uomo inglese. Generalizzazioni tratte da una realtà umana specifica, unica, i cui confini non andavano oltre le costiere bianche dell’Isola; che anzi non includevano nemmeno tutta l’Isola, poiché il Galles e la Scozia non erano e, in qualche senso, ancor oggi non sono, a questi effetti, Inghilterra. L’uomo economico lambiccato da quegli economisti poteva essere, e in Inghilterra era, ottimo e tranquillo compagno di vita di un certo ben definito, ben caratterizzato uomo sociale e morale; diverso aspetto di una stessa persona, di quella persona. Trapiantato fuori da quella persona e da quella società, diventava un mostro: un mostro che ha potuto massacrare milioni di uomini in Russia, in Ispagna, e che ancora minaccia la civiltà. Ma chi avesse detto, alla massima parte dei vecchi economisti inglesi, che la loro dottrina, portata in altri climi, avrebbe germinato una nuova e sanguinosa eresia materialista, li avrebbe visti illividire per la meraviglia e l’orrore! Con questo si viene forse a concludere che la mente inglese, o per congenita natura o, più probabilmente, per le circostanze specialissime, circoscritte, insulari e tradizionali, della propria formazione e del proprio normale funzionamento, raggiunge la visione del generale (del generale proprio) forse meglio di qualunque altra; ma non l’universale. Il suo errore, e spesso involontaria colpa, è di confondere il generale proprio con l’universale, e come tale volerlo diffondere o imporre. E tutto ciò spiega altresì, almeno in parte, la gran virtù, che gl’Inglesi hanno, di prendere idee o spunti culturali da ogni popolo, e assimilarli, e spesso perfezionarli, in quel loro clima spirituale e sociale in cui tutto è spontanea, implicita, misteriosa collaborazione e integrazione; in cui anche il più crudo e rigoroso edonismo, l’individualismo più stretto o più scapigliato, per vie oscure ma spontanee confluisce nell’ethos, e lo fa ricco di sé. Gl’Inglesi sono ottimi perfezionatori di motivi altrui, e utilizzatori di altrui esperienze; e ciò che essi hanno perfezionato, ciò che non è un prodotto e un risultato esclusivo e tipico del loro mondo, può anche ritornare ai propri paesi di origine, e rappresentare per questi un arricchimento, un progresso. Del che la storia fornisce molte illustrazioni ed esempi, grandi e piccini, insigni e modesti. Se in quello che siamo venuti dicendo si contiene una discreta proporzione di verità, è facile vedere come sia duro e pericoloso il momento storico che l’Inghilterra attraversa; poiché ora si tratta, per lei, di affrontare problemi universali che si propongono in termini universali, e che sono nati, o maturati, completamente fuori del suo ambito mentale e sociale. Essa possiede un organamento tecnico in molti sensi e settori perfetto, una compattezza morale e sociale a tutta prova; ma non riesce a trovare in se stessa, o ad esprimere da se stessa, il criterio o l’idea, la norma o il principio, che in questa grande crisi della civiltà la possa orientare. È un combattente magnifico, il quale però non conosce o non riconosce la propria bandiera. Potrà anche vincere questa guerra, ma non per ciò superare la crisi, che sta dietro questa guerra; non risolvere un problema, che la trascende, e dal quale, nolente o inconsapevole, è trascinata e quasi travolta. Gli elementi vitali di una nuova cultura, per quanto oggi è dato vedere, sorgeranno altrove. E a tempo debito io penso che gl’Inglesi li faranno propri, e li sapranno anche restituire migliorati e accresciuti. CAMILLO PELLIZZI 1940 - 1 Aprile #CamilloPellizzi #Primato #Inghilterra
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Garibaldi a Chiswick Stimatisimo signor Tivoli, Non è per richiamarvi alla memoria l’album giornalistico che io vi scrivo. So a prova quanto voi siate cortese per dubitare che non vi siete data tutta la premura per soddisfare quel mio desiderio che anche al Gen.le Garibaldi parve sì previdente per aver memoria del memorabile avvenimento. Oggi vi domando un altro favore, che riguarda un episodio del viaggio, e che vi sarà più facile, spero, l’accontentare. Avrei bisogno di quei brani di giornale che parlano della visita di Garibaldi alla tomba di Ugo Foscolo. La visita avvenne il penultimo giorno in cui Garibaldi fu in Londra; ma la data precisa non la ricordo. Tuttavia anche con questa indicazione vi sarà agevole trovare dove se ne parla. Il Morning Post mi pare e il Globe ne parlarono più dettagliatamente. Mandatemi il brano che ne parla. Inoltre avrei bisogno di qualche notizia sopra Chiswick luogo dove Foscolo è sepolto e più specialmente la popolazione del luogo. Se la chiesa accanto al cimitero è cattolica o protestante. Se nel cimitero vi sono altre tombe notabili. Quale sia il nome del celebre Pittore che vi è sepolto e il cui monumento sorge accanto al Sepolcro di Foscolo. Qual’è il nome della persona o delle persone che mutarono la pietra di Foscolo in un sarcofago. Se intorno a Chiswick vi sono notabili tradizioni. Scusate il tormento: ma il Generale amerebbe assai di serbar dettagliata memoria del luogo e del fatto. Il Generale ebbe qualche piccolo incommodo ma ora sta veramente bene. Egli vi ricorda e vi saluta. Io vi stringo con affetto la mano. Caprera, 10 Giugno ’64 Vostro aff. mo G. GUERZONI _____________________________________________________ La lettera del Guerzoni — sinora inedita — si riferisce al viaggio compiuto da Giuseppe Garibaldi in Inghilterra. Se gli scopi di tale viaggio e i motivi che indussero il Generale a lasciare Caprera il 26 marzo 1864 per sbarcare il 3 aprile successivo a Southampton, appaiono tutt’ora incerti, tuttavia la lettera, scritta dal Guerzoni pochi giorni dopo l’arrivo a Caprera, illumina con efficacia un aspetto poco noto della natura di Garibaldi. Un aspetto, si badi, che non è secondario rispetto agli altri, ma in certo senso li completa e li definisce meglio. La lettera è diretta a Vitale De Tivoli, di Roma, emigrato in Inghilterra subito dopo la caduta della Repubblica Romana dove visse stentatamente dando lezioni private d’italiano, finché nel 1861 gli venne affidata la cattedra di lingua e letteratura italiana ad Oxford già tenuta da Aurelio Saffi. A lui, appunto, il Guerzoni si rivolge per avere notizie intorno a un episodio di quel tempo durante il quale Garibaldi non trascurò, in mezzo al fervore delle accoglienze e alla gravità dei colloqui, di recarsi in pellegrinaggio alla tomba di Ugo Foscolo. A distanza di mesi, spenta l’eco delle feste, dei discorsi, dei brindisi, pare che il ricordo di quella visita assuma un valore essenziale. Già la cronaca del soggiorno in Inghilterra aveva registrato l’incontro di Garibaldi con un poeta: alla Brook House, la villa del deputato Seely nell’isola di Wight, dove fu ospitato, il generale ricevette Gladstone e Lord Palmerston mentre i forestieri accorsi per vederlo banchettavano in mezzo alle strade. Poco dopo giunse anche Tennyson e il Generale volle personalmente restituirgli la visita: di più, aderendo al desiderio del poeta, si prestò a piantare nel giardino di questo una Wellingtonia gigantea che gli ammiratori entusiasti s’incaricarono di spogliare per conservarne le foglie come ricordo. Vi fu, pochi giorni più tardi, un celebre incontro in casa di Alessandro Herzen, il famoso rivoluzionario russo; seguirono i colloqui con gli emigrati italiani, le conversazioni con Mazzini, le polemiche rinfocolate dal Times che offrirono il pretesto per troncare con una repentina partenza gli inizi di una popolarità che cominciava ad essere giudicata pericolosa in un paese di moderati entusiasmi e di tradizionali riserbi. Si giunse così alla dichiarazione del Generale che ammise, non senza ironia, di essere obbligato «per il momento a lasciare l’Inghilterra» e infine alla partenza avvenuta il 22 aprile. Il 9 maggio successivo Garibaldi era a Caprera. Di tutto il viaggio, pare che a un solo mese di distanza egli non serbi che un ricordo confuso. Quel che gli importa veramente, quel che a distanza di tempo vuol precisare e riscontrare con cura è l’episodio della visita a un poeta italiano al quale egli aveva reso, in un pomeriggio deserto, un omaggio silenzioso e devoto. #Foscolo #Garibaldi #Chiswick
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LA COMETA DEL SURREALISMO di Vitaliano Brancati Agnelli sul cielo della stanza. Un bambino, nella strada, prende a calci una scatola di latta. Allevo da tempo, nella fantasia, un bellissimo porco selvatico nel quale vorrei mutare qualcheduno. Mi occorrerebbe un personaggio segnalato; perché è stupido sostenere le fatiche di una simile metamorfosi e l’onere di venir chiamati surrealisti per un uomo qualunque. Dove troverò un personaggio di razza che possa venir trasformato felicemente in un cinghiale di razza? Ché l’animo di quel ch’ode non posa Né ferma fede per esempio ch’aia La sua radice incognita e nascosa Né per altro argomento che non paia. Non riusciremo mai a spiegarci i misteri della società italiana. D’improvviso un vento di follia passa sugli scrittoi col nome, un po’ vecchio, di surrealismo e subito assistiamo a fatti meravigliosi. Nessuno resiste più alla tentazione di far volare un commendatore dal balcone, o di scoprire, al termine di una gamba di donna, una zampa di lepre. Persone rispettabili, che hanno sempre descritto fatti comuni e di cronaca, e passato tre quarti della vita con perfetta normalità, vengono fuori d’un tratto in atteggiamenti indecorosi di donne barbute che si specchiano in un pezzo da due lire, o sotto pelli di capre e di leoni. Che succede, santo cielo? Già una ventina di miei conoscenti sono stati trasformati in pappagalli, gatti soriani, canarini, tafani. Vi assicuro che eran tutti persone per bene, padri di famiglia, onesti lavoratori. Ma che le vostre metamorfosi non varcino le soglie delle nostre amicizie! Guai a voi, se, in un vostro esercizio, un solo ciuffo di pelle caprina spunta sulle spalle di una persona a cui vogliamo bene! Qui non era l’umanità che espelleva la bestia dal suo interno: erano gli oggetti che uscivan fuori della loro forma e natura. Addio penne, calamai, bastoni, suppellettili, comodità! Le sedie ci lasciano sotto forma di cani barboni; e i letti escono dalle finestre. Questo diventare tutti in una volta, e a tarda età, surrealisti ha l’aspetto sinistro di una cometa. Fra poco, un tavolino che rimanga tavolino farà morire dallo spavento. Dio sa quello che ciascuno crede di fare quando mette un pescecane in bocca a un bambino... È l’irrazionale che, scacciato dalla porta, torna dalla finestra. La letteratura italiana si è iniziata nel nome della Ragione e dell’Intelletto (... oggi si chiama Buon Senso). Ed è possibile che, dopo tanto irrazionale slancio vitale, quando si vuole essere moderni si scelga nel mucchio di queste cose logore? In questo modo, abbiamo troppe volte rinunciato ad essere moderni. Smettiamola. VITALIANO BRANCATI #brancati #maccari #primato #surrealismo
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La Leggenda della giovine Odele e del lebbroso racconto di Aino Kallas Odele figlia di Valdemaro, la giovane moglie straniera del consigliere di Tallinn, Jürgen Schutten, lasciò cadere nel grembo la coperta dell’altare che essa per espressa volontà del marito aveva ricamato per la chiesa dell’Ospedale dei lebbrosi di San Giovanni. Si era ricordata in quel momento che era atteso un nuovo ammalato e si mise a preparargli il paniere, come pure desiderava suo marito, che dirigeva l’Ospedale. Da una cassetta di quercia cerchiata d’oro prese delle fasce di lino e le stese sul fondo del paniere, per le piaghe del malato; sopra a quelle fasce mise due oggetti di lana bianca in forma di mani, da portarsi dal paziente in segno della malattia; e sopra a tutto stava una fetta di prosciutto fresco, cui si attribuiva virtù curativa: era il dono del Consigliere per ogni nuovo malato: il quale invece doveva portare con sé un feretro. Quando tutto fu pronto, Odele chiamò una ancella; ma in casa non c’era nessuno, tutti i servi erano corsi al mercato per vedere un giocoliere. Allora Odele prese dalla culla il suo bambino di dieci mesi, il suo primogenito, che si era appunto svegliato, e tenendolo in braccio si avviò al giardino. Si mise a sedere al suo posto favorito, sulla panca di pietra, dietro cui crescevano sul muro dei cespugli di rose. Un brivido le corse per le membra. Aveva sempre freddo, anche d’estate, per lei non c’era mai abbastanza sole. Terra nordica, fredda e buia, pareva che anche il sangue si sbiancasse per mancanza di sole! Le sembrava talvolta di sentire nostalgia per il paese, dal quale i suoi genitori avean un giorno veleggiato, su di una nave carica di mercanzie, verso la foce della Dvina. Il paese che essa non aveva mai visto se non da piccina piccina; e ne chiedeva notizie alle navi anseatiche di passaggio. Di certo laggiù c’era sole e laggiù viveva gente più allegra e gaia. Laggiù verdeggiavano boschi di faggi, biondeggiavano banchi di sabbia, biancheggiavano collinette di tufo lavate dal mare. Gli uomini parlavano una lingua dolce, fischiettante, simile a un balbettio di bambini ed erano biondi, bianchi e rossi. Ma in fondo al cuore di Odele ardeva un dubbio segreto che quello non fosse altro che un miraggio e che, al solo guardarle, quelle visioni si dissolverebbero come figure di ogni giorno. Sedeva essa, col fine collo piegato indietro, la bocca dischiusa come bacca, il volto pallido come fiore palustre. Odele si faceva acerbi rimproveri in quel momento. Aveva il cuore grave e indurito, lontano dalla pietà e dal tenero affetto. Vi albergava il disgusto e l’avversione e nessuna compassione o tenerezza umana, come conveniva a una figlia della Chiesa cristiana e moglie di Jürgen Schutten. Forse perché era stata obbligata a mettere in ordine il paniere e a ricamare la tovaglia dell’altare, per i lebbrosi? Ah, Odele aveva ribrezzo di quei miserabili, che, in conseguenza dell’ufficio di suo marito, così spesso le toccava di vedere. Ne sentiva parlare continuamente, ma non sapeva perdonare al marito di aver preso in mano la direzione dell’Ospedale. Nei primi tempi lo aveva in mano la direzione del l’Ospedale. Nei primi tempi lo aveva pregato di dare le dimissioni, ma invece l’entusiasmo di lui cresceva di giorno in giorno. Ultimamente egli preferiva di occuparsi delle cose dell’Ospedale di San Giovanni piuttosto che di tutto il suo ufficio di consigliere del Comune. Senza posa egli progettava migliorie di ogni sorta per l’Ospedale; egli ambiva a far sì che la sua direzione rivaleggiasse con quella dell’Ospedale di Gerusalemme, dove ai malati era data carne fresca di porco tre volte la settimana. Appunto poco prima aveva messo in costruzione una nuova chiesa dell’Ospedale e di lì a poco intendeva fabbricare un tubo (1) per l’Ospedale di San Giovanni ed anche una stanza da bagno al posto di quella di prima, distrutta quattro volte da un incendio. Egli faceva esperimenti con ogni sorta di decotti e di medicine. Era un uomo attivo e intraprendente, sempre in faccende. Poco mancava che non trascurasse la sua propria casa, la giovane moglie e il suo bambino per quegli odiosi miserabili. Odele al contrario non riusciva a vincere la sua repugnanza. Già le faceva male il solo vedere i muri dell’Ospedale di S. Giovanni fuori di città e le quattro colonne scavate postegli dinanzi, con le cassette per le elemosine, che i frati serventi di tempo in tempo vuotavano. Era malata di paura ogni volta che udiva da lontano il debole rumore dei bubboli di legno, che i lebbrosi agitavano perché i viandanti si scostassero. Si allontanava dal marito, quando egli ritornava da una visita di lebbrosi, sfuggendo alle mani di lui, per il ribrezzo di quelle stesse mani, che poco prima si eran loro accostate. Finì per diventare tanto paurosa che quasi non si azzardava più nemmeno a toccare il miele delle api, per timore che portassero l’infezione dalle corolle dei fiori che crescevano nel cortile dei lebbrosi. A Jürgen Schutten non osava di confessarlo, ma di nascosto non faceva che esaminare il suo proprio corpo e quello del suo bambino, terrorizzata per la più innocente macchiolina della pelle, e mettendolo in un bagno di acqua profumata. La ripugnanza per i malati era invincibile ed essa la dimostrava sempre, quando non le riusciva di evitare di averci a che fare; e ciò non ostante le esortazioni e i severi rimproveri di suo marito e le sue proprie ardenti preghiere, che non cessava di rivolgere alla Vergine Maria, supplicandola di intenerire l’indifferenza del suo cuore. L’animo della forestiera consorte di Jürgen Schutten si era fatto pauroso e sognante in un paese straniero e in prossimità di gente condannata a morte. Se usciva talvolta dalla città per qualche breve viaggio, le faceva paura questa Maariamaa di recente conquistata, vedovata di uomini, dove fra le paludi e le foreste erano ancora sparsi gli avanzi di fortificazioni distrutte e dove ad ogni passo le si facevano incontro donne meste e dolenti che lamentavano i caduti in battaglia e portavano al petto una nuova generazione già fatta schiava prima ancora di nascere. Né le riusciva di liberarsi dal timore che le vecchie divinità del popolo, affannate nella vana attesa del sangue dei sacrifizi, si vendicassero seminando per ogni dove i germi della pestilenza e della lebbra, per la rovina degli uomini. A Odele piaceva di star seduta col bambino in braccio e di fantasticare, ma la vita di cui si occupavano i suoi pensieri non esisteva in nessun luogo. Non in questa terra fredda e soggiogata, ma forse nemmeno altrove. Se chiudeva gli occhi, Odele credeva di vedere soltanto uomini belli che si muovevano come re o come dèi e sentiva di essere pari a loro, in una terra ancora increata e di appartenere ad una umanità non ancora nata. Intorno a Odele non si parlava che di guerra; tutti gli uomini che essa conosceva, avevano preso parte alla crociata contro gente pagana. Essi conversavano incessantemente di catapulte o di nuovi ordigni d’assedio: seduti accanto ai loro boccali di birra, rossi in viso, menavan vanto delle loro gesta sanguinose. Essi avevano abbattuto quella razza stolta e selvaggia che non aveva voluto accogliere la grazia del Santo Battesimo e cedere le loro terre e i loro boschi. Li avevano scannati come bestie, scovandoli dai loro nascondigli nei pantani e nelle macchie; li avevano rinserrati a centinaia, uomini, donne e bambini tutti insieme, nella caverna di un monte e acceso un gran fuoco alla bocca della caverna, sì che il fumo aveva asfissiato quei cani di pagani come zanzare. Oppur discutevano a serate intiere se fosse superiore l’Ordine della Spada o l’Ordine dei Vescovi. L’uno e l’altro aveva i suoi partigiani e la disputa durava tutta la notte. Discussioni siffatte erano disgustose, noiose e ripugnanti per Odele; a lei non piaceva la guerra, anzi la aborriva. Ma quando al posto dei cavalieri e dei militi alla tavola del consigliere sedevano membri del ceto ecclesiastico, e di tanto in tanto al suo orecchio di donna giungeva un frammento dei discorsi dei frati e dei preti, non ne intendeva di più. Anch’essi discutevano e nel disputare si accendevano e diventavano rossi in viso; le loro controversie riguardavano argomenti così fatti: se gli angeli dormissero e mangiassero: del che alcuni dubitavano, mentre altri avrebbero scommesso la salvezza dell’anima loro sulla verità o meno di tali fantasie; ovvero ancora circa la composizione dell’anima immortale, a formare la quale occorrevano calore, umidità, aria; e di altre cose ugualmente inconcepibili. Mai Odele aveva sentito parlare di altro che di guerra e ancora di guerra, o presente o futura, di discordia o di odio, oppure di argomenti ultraterreni. Ed ogni cosa era colma di malignità e contesa, come se stesse per iscoppiarne, i Cavalieri della Spada contro gli uomini della Chiesa e i Tedeschi contro i Danesi e viceversa. D’altra parte a nessuno è venuto in mente, se non altro per cambiare, di parlare delle rose, che crescevano sul muro: solo le api se ne accorgevano. I preti coltivavano le erbe solamente per distillarne unguenti o per mescolarne alla miracolosa acqua benedetta. Ed al calar del sole la gente prognosticava la pioggia o il sereno per i loro campi e vento propizio per i loro velieri mercantili e talvolta, dall’accendersi in cielo di un gran bagliore, ancora morbi pestiferi o il sopravvenire di nuove guerre. Ma nessuno si fermava ad ammirare estatico il cielo nel miracolo serale, dimenticando le profezie del sereno e della pioggia e guardando soltanto lo stupendo giuoco dei colori del cielo e dei nuvoli. Eppure l’animo della giovane Odele era colpito soltanto da cose vane e utili a nessuno. Tutto ciò che fioriva ed appassiva per la sua propria gioia: i bambini, per i quali il tempo non aveva mai fine e perciò non avevano mai fretta, essendo piú vicini al primo mistero della vita; le libellule, delle quali si divertiva a contare le venature delle ali azzurrine; i colori nell’acqua della vasca, che si formavano e dileguavano come di un arcobaleno; le rose sulla parete del muro. Ma essa sentiva che di tutte queste cose doveva tacere. Solo al bambino di dieci mesi avrebbe potuto parlare di queste cose vane e quotidiane eppure deliziose, in momenti di dolce solitudine, come ora sulla panca di pietra intiepidita dal sole. Nemmeno il bambino avrebbe potuto intenderla qualche anno piú tardi, seduto nella scuola con nelle mani la grammatica latina di Elio Donato, già dimentico delle parole della mamma circa il cielo crepuscolare e le rose. E in un certo giorno egli sarebbe pronto a comparire dinanzi a lei armato di tutto punto, con la sciabola al fianco e in cammino per opere di sangue. I cuori delle madri furono create per essere trafitti da una spada a doppio taglio, cominciando da quella che aveva dato alla luce il Figlio Divino. Il bambino di Odele le si mosse in grembo. Essa spiccò dal muro una grande rosa vermiglia, ne tolse le spine e la pose nelle mani al bambino. Si sentí bussare, per due o tre volte. Segno che i servi non erano ancora tornati di fuori. E cosí Odele stessa si alzò e col bambino in braccio andò a aprire la porta che metteva in giardino. Era un po’ stanca e illanguidita dal lungo sedere al sole: sulle labbra le tremava il consueto sorriso, timido e dolce. Odele aprì la porta, fuori della quale, dinanzi a lei, stavano due uomini, uno vecchio a piedi nudi, l’altro ancor giovane, nell’uniforme di lebbroso, ma senza i bubboli e guanti di lana. «Sei tu Odele figlia di Valdemaro, moglie del Consigliere?» chiese lo scalzo. «Sì» rispose Odele. «Il paniere è pronto.» E senza la sciare il bambino tornò al palazzo, prese il paniere allora appunto preparato e lo portò al giardino. «Mio marito, il Consigliere Jürgen Schutten, ti manda questo per i tuoi primi bisogni», disse senza guardare il lebbroso. E stava per richiudere la porta, sentendo quella stessa invincibile ripugnanza, come sempre in vicinanza di un lebbroso, quando ad un tratto una voce rotta, ma ancora giovane, pronunziò queste parole: «Donna, tu cui chiamano Odele, sii buona e pietosa, come fu la Madre del nostro Santo Signore. Il lebbroso ti chiede la rosa». Ad onta della preghiera di poco fa Odele fu presa da una intollerabile angoscia. Mai si abituerebbe a questa vista. Mai arriverebbe a servire quei maledetti da Dio. E tutta turbata, con gli occhi bassi, rispose:«La rosa? perché tu chiedi una inutile e volgare rosa? che vuoi farne?» Il lebbroso rispose: «Niente. Ma neppur tu ne hai bisogno. Nel tuo giardino ne crescono a centinaia». Odele, sempre piú confusa, replicò: «Una rosa? Perché proprio una rosa? Vedi, ti ho portato il paniere. Piú tardi avrai di piú ancora perché mio marito ha cura di voi, come un buon babbo dei suoi figliuoli. Ecco delle fasce finissime per le tue piaghe, tutte di lino il piú delicato. Ed ecco della carne di porco, ché tu ne mangi e guarisca». E Odele sentí un subito acuto desiderio di ringraziare suo marito e il suo ufficio nell’Ospedale di San Giovanni. Le sembrava che soltanto ora ella stessa avesse visto ben chiaro che uomo operoso e incomparabile fosse il Consigliere. E di nuovo il lebbroso disse con la stessa voce rotta dalla malattia: «Io ti ringrazio, Donna. Odele è il tuo nome? Tu vieni da una terra straniera? Tu facesti tutto bene. Ma dammi la rosa che il tuo bambino tiene in mano». Odele cominciò a sospirare affannosamente, e un’inquietudine le serpeggiò fra le vene. «Io non ti capisco» disse. «Io non capisco perché tu vuoi la rosa. Io ho sentito gli uomini parlare di guerre e di catapulte, ma non di rose. Se tu vuoi, manderò a dire a mio marito, che egli aumenti la tua razione quotidiana di cibo. Egli è Consigliere e il migliore degli uomini. Aveva intenzione di darti il prosciutto tre volte la settimana, come si fa a Gerusalemme. Non ti basta? Vuoi che io lo distolga dal fabbricare una prigione di rigore nell’Ospedale, per i ribelli e i fanatici? Il Consigliere è giusto, sebbene iracondo. Vuoi tu ch’io gli chieda di farti avere vesti migliori e piú spesso il bagno?» Le api ronzavano nel giardino, del resto tutto era tranquillo e il lebbroso continuò: «Donna, ci fu un tempo in cui io desiderai tutto ciò che è buono sulla terra. Voluttà non c’era, che i miei sensi non conoscessero. Ho dato al mio cervello tutta la scienza che la nostra età conoscesse, ho portato la corazza: le donne mi hanno offerto l’amore, dalla principessa alla sguattera; tutto questo è passato, su di me grava l’ira del Signore; né piú altro desidero, se non la rosa che tiene in mano il tuo bambino. Neppure ho desiderio di te stessa, Odele, sebbene con questi poveri occhi io veda la soavità del tuo corpo e la profonda gentilezza dell’anima tua. Ma abbi compassione e dà a me, in punto di morte, ciò di cui nessun altro ha bisogno». «La pace sia con te, Odele figlia di Valdemaro, moglie di Jürgen Schutten» interruppe il vecchio scalzo. «Compi, figlia mia, la preghiera del maledetto dal Signore, mostra pietà e dàgli quella rosa inutile. Oggi in chiesa hanno celebrato per lui la messa dei morti, come si fa per i lebbrosi, il falegname gli ha fatto la bara, ed ormai egli non appartiene piú ai vivi. Sii dunque giusta, dà a lui come daresti a un defunto.» E Odele, ricordando la sua preghiera alla Vergine Maria ed infine vincendo la durezza del suo cuore, strinse la mano del bambino e con quella gettò la rosa al lebbroso. Essa ebbe allora questa visione: La infezione, che ricopriva l’infermo in piedi dinanzi a lei, si staccò come fosse composta di scaglie bianche; le ferite aperte si richiusero senza lasciare cicatrici; al posto delle dita [necrotizzate e] cadute, nuove dita si saldavano alle giunture, le ulcere si appiattivano fino a diventare invisibili, gli occhi velati riacquistarono il loro splendore, la pelle la freschezza di prima, le sopracciglia la loro curva armoniosa, il portamento ritornò altero ed energico. Essa vide che l’uomo che aveva tenuto per un lebbroso, era di una stirpe di forti e generosi: il cuore del Creatore aveva palpitato di gioia alla sua nascita e le stelle avevano danzato con aureo ritmo. E la giovane Odele, la sposa del Consigliere di Tallinn e direttore dell’Ospedale di San Giovanni, Jürgen Schutten, venuta dalle terre lontane dei verdeggianti faggeti, fuggì di corsa nel giardino, con in cuore un turbamento e una strana confusione, nei capelli un’ape d’oro inebriata di miele e pronta a pungere. (1) attraverso il quale i gas in combustione si sprigionano nell'aria da un bollitore Traduzione dal finnico di PAOLO EMILIO PAVOLINI #Primato #Kallas #AinoKallas #PaoloEmilioPavolini #Finlandia #racconto
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Note su Aino Kallas NEL primo volume delle Valitut Teokset (Opere scelte) di Aino Kallas questo racconto è il primo e certo anche fra i primi in ordine di merito, per la intensa drammaticità, la semplicità della narrazione e dello stile. L’autrice appartiene ad una famiglia in cui la scienza e la poesia hanno un’ininterrotta tradizione: il padre Julius Krohn fu il primo a studiare scientificamente il “Kalevala”; il fratello Kaarle, illustre folklorista, fu il continuatore dell’opera paterna, insieme all’altro fratello, Ilmari, raccoglitore e editore delle Suomen Kansan Sävelmiä (Melodie del popolo finno); e la sorella Helmie, fine scrittrice e lodata interprete di opere straniere. Aino sposò nel 1900 il folklorista estone Oskar Kallas e da tale data s’inizia il nuovo indirizzo dell’arte di lei. Nel tormento di molti secoli di schiavitù germogliarono in Estonia infinite storie e leggende: e le superstizioni permasero piú a lungo che altrove. Aino Kallas, emigrata nella sua nuova patria, rivestí le une e le altre di forma nobilissima e le presentò insieme alle creazioni della sua fantasia. Ella è un po’ la Deledda dell’Estonia, con un ingegno però anche piú originale e una visione del mondo intimo e esteriore piú comprensiva e possente. Le è propria infatti una di quelle felici combinazioni di forza cerebrale e di profondità e raffinatezza psicologica che solo di rado s’incontra nella donna. Presa dal Romanticismo ai primi suoi passi, si volse via via a un sano realismo, specialmente in quella serie di opere di argomento o ispirazione estone che dovevano assicurarle la celebrità: come le novelle Meren takana (Oltre il mare), Vieras veri (Sangue straniero) e Lähteviën laivojen kaupunki (La città delle navi che salpano). Dobbiamo ricordare, anche perché ne possediamo un’ottima traduzione italiana, i due romanzi La sposa del lupo e Barbara von Tisenhusen, storia d’amore e di superstizione il primo (un doloroso caso di licantropia), breve ma possente dramma il secondo che descrive i pregiudizi e gli odi di casta i quali conducono a morte una nobile e innocente fanciulla. Tuttora inediti, ma, sperabilmente ancora per poco, restano due altri romanzi: Reigin pappi (Il parroco di Reigi) e Pyhän Joen Kosto (La vendetta del fiume sacro). Sono, questi, romanzi di irresistibile fulminea passione amorosa, troncata dalla morte, vera protagonista della tragedia. Se le vecchie cronache dell’Estonia hanno dato lo spunto a qualche materiale episodico, tutta sua è l’arte di scolpire i personaggi con pochi tratti, di esprimere i sentimenti con brevi frasi, in una lingua di sapore arcaico perfettamente intonata all’ambiente cupo e doloroso. P. E. PAVOLINI #Pavolini #Kallas
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IMMAGINAZIONE E CANTO IN FINLANDIA Di Giacomo Puccini Mai come quando si penetra in un paese straniero, il peso e la pena dei minuti che fuggono attorno, si fanno più palesi. La rapidità del viaggio e l’avvicendarsi di cose nuove delle quali non si possiede la chiave, t’impediscono una «penetrazione» autentica e approfondita, o te la ritardano; o te l’ingarbugliano, quasi fossi preso in un labirinto. Sovente, al contrario, un incontro o più incontri, magari casuali, rapidi, con la gente, possono aprire la strada giusta: meglio che l’occasione difficoltosa del viaggio di poche settimane. Il mio primo contatto umano con la Finlandia, quantunque in un certo modo indiretto, mi riuscì in sommo grado ammaestrante; mi offrì così semplicemente una chiave che ritrovai preziosa. Conobbi la scorsa primavera, a Copenaghen, una signora finlandese; la parola di lei, la sua presenza, l’atmosfera che l’era d’attorno, di colpo chiarirono e le idee e le impressioni che io, e non tutte sotto nitida luce, nutrivo. Essa amava l’Italia, c’era stata; era una di quelle creature nordiche capaci di custodire nella memoria una citazione di Dante, o, ancora più sorprendente, di Manzoni, accanto a un verso del Kalevala, a un fraseggio di Kivi, a un finale di Sillanpää. La sua casa spaziosa m’accolse, sull’ingresso, con la vista subito stimolante d’una pelle d’orso bianco messa a tappeto; sulla parete, un arazzo fatto con le penne d’un uccello del Nord estremo, di cui non rammento il nome, e una bandierina di seta che portava i colori di Suomi. Vedi come le impressioni si associano misteriosamente: ho ancora nelle dita il fruscio di quella seta, cui diedi inconsciamente un valore di paesaggio sconosciuto e sul quale sognare: il rumore pareva di vento, vento che incombesse sulla pianura tersa, in una notte di neve, in Finlandia. E le penne dell’arazzo: erano morbidissime, quasi al tatto suonavano; e non parevano piume ma carne, sì da suggerire immagini di un mondo in qualche modo selvatico e primordiale ancora. M’andavo dicendo, pur mentre seguitavo a sorridere e a discorrere i sorrisi e i discorsi del primo ingresso in una casa nuova, che il popolo di laggiù forse conosceva ancora la beatitudine: sonni innocenti, promiscui; sogni di fate e di boschi incantati per la presenza dei personaggi della fantasia; vagabondaggi interminati - mentre intanto note e tacite immagini della poesia, sovvenendomi rapide, mi ricostruivano in un ordine questo vago pensare. La signora era minuta di membra e di fattezze, graziosa: se non pareva anche lei una pallida figura notturna dei laghi e dei boschi (d’un tratto, quando la bocca le si fece amara per un ricordo triste, mi venne di pensare addirittura alla Vergine Pallida di una leggenda raccontata da Alexis Kivi nei «Sette fratelli»). I suoi occhi, chiari, e, a prima apparenza, scialbi, ma nella conversazione pigliavano continua vivezza. Il suo linguaggio era ricco di immagini e di comparazioni, di stacchi e riprese volubili, improvviso. Nello studio, vicino a una fotografia di Paavo Nurmi in atto di spiccare la «falcata» memorabile, una stampa del Piranesi; nella biblioteca, libri finlandesi mescolati con italiani e francesi. Così erano gravemente rappresentati, su uno stesso piano d’affetto, se non, logicamente, d’eguaglianza, amore allo sport di Finlandia, a Roma, alla cultura suomica e a quella italiana ed europea. Discorrendo si riscaldava: nei punti più alti, dondolava il capo ritmicamente: se fosse stata nel suo paese — all’aperto, seduta su una panchina che guardasse dall’alto di un colle una boscaglia e lontano un lago, invece che dentro una stanza — sarebbe arrivata al canto, facilmente. La fantasia lavorava e tesseva: il suo viso arrossiva; cresceva la voce; poi un’occidentale abitudine al controllo la riconduceva a un parlare quieto, normale. E che memoria curiosa la sua! Chiamando per una volta «memoria» qualcosa come un sito sconosciuto dove l’uomo conserva i ricordi: la memoria di questa gente è uno stipo dove si custodiscono immagini fiabesche e accorate, pezzetti di natura viva, musiche perenni. Cuore e fantasia nutrono di aliti calorosi ogni cellula o legame tra passato e presente, tra vita reale e sogno, tra vissuto e letto o fantasticato. Così i passaggi sono improvvisi e appassionati: per noi, il più sovente, inconsueti. Due mesi fa ricevetti una lettera di lei, in italiano con qualche parola francese: eccone un brano: «La vita è dura negli scogli del Nord… siamo pochi… aiutateci moralmente. La parola “scoglio” (comme c’est singulier!) è “kallio” in finnico e “kalju” in estone. Vorrei procurarmi un volume dei «Promessi Sposi» in italiano: io sapevo citare par coeur, ma si dimentica presto. Sapete voi citare il luogo dove il povero Renzo diceva “ci dev’essere giustizia nel mondo anche per la povera gente!”? Con quale ironia Manzoni dice ciò! Adesso c’è neve. Neve è una grande gioia per noi d’inverno, fa l’aria sì pura, sì odorante. Per il Natale mi hanno dato una bellissima edizione nuova di Kalevala con le bellissime illustrazioni del pittore Gallén-Kallela. È grande come una bibbia. Quando ero fanciulla, non sapevo che il mio paese era un’isola, c’è più di dodici parrocchie ed altrettanti costumi differenti che si portano di nuovo in occasione della festa nazionale. Ho avuto un sogno poetico; nel giorno ho fatto lavoro a maglia facendo un paio di guanti con i disegni delle api. Ed a notte, nel mio sogno, queste api volavano verso un bosco, incontravano unalepre e gli chiedevano d’essere il loro re. Ma la lepre portava una “maschera contro il gas” e rispondeva con una voce di sottoterra che non voleva essere il loro re». Non m’è parsa una citazione inutile. In queste frasi che si succedono senza regole logiche, seguendo veramente un’«ispirazione» di momento in momento, correndo dietro ai moti del sentimento e dell’immaginazione, in queste frasi costruite a blocchi sconnessi e fatte di ripetizioni e incertezze emotive, c’è in un certo senso come un’introduzione alla scoperta del carattere poetico di questa gente. Un esempio-natura era questo: la signora non è una scrittrice. Ma tra le voci inconsapevoli, risuonano anche le voci dei poeti del popolo: che non si limitano a tramandare gli antichi versi, ma probabilmente giorno per giorno ne inventano di nuovi. Forse, al pari dei versi danesi del contadino Jacob nell’«Erasmus Montanus» di Ludvig Holberg, in essi «qualche linea non ha pedes abbastanza, cioè piedi per camminare», siccome il contadino studente, Montanus, rimprovera al suo rosso ma sveglio fratello-poeta; però si potrebbe rispondere con Jacob: «Piedi! In fede mia, quei versi in pochi giorni hanno corso per tutto il Paese». A questo proposito, si può osservare come il fenomeno del canto popolare — valido per tutta la Scandinavia —, della sua nascita e diffusione, stesse a cuore al Holberg, il più grande scrittore scandinavo del ’700, detto anche «il Molière del Nord». Egli parteggia chiaramente, come noi, per la risposta di Jacob, volendo sottintendere, per l’appunto, che non è solo questione di piedi. Il popolo finlandese è il popolo dell’immaginazione e del canto. Immaginazione, canto. E amore della natura; e senso epico, cioè sintetico e lampeggiante, delle cose reali o fantastiche. Questi, grosso modo, sono caratteri comuni a tutti i nordici: e fu la natura pesante dell’inverno a dare il primo tocco, la prima bulinata; poi venne, indicibile contrasto, la bianca estate illuminata di contorni, un contrasto che si rinnova ogni anno come un miracolo — e il colpo di pollice arrivò a fondo, lasciò un’impronta sanguigna, eternamente ritrasmettibile. Ma il popolo di Finlandia etnicamente è diverso dagli altri scandinavi, più rozzo e contadino di tutti, isolato in una solitudine anche maggiore. Questo popolo si tiene più barbaramente attaccato alle sue abitudini; più orientale, confonde di continuo il suo amore alla minuta realtà con le sue credenze magiche; dal sogno alla veglia si giunge senza pausa, senza legame, ci si passa di colpo. Ma i finnici non soggiacciono mai all’oscuro richiamo dell’Est che è nel loro sangue, richiamo all’indolenza e al sonno: nelle vene pulsa l’anelito nordico all’equilibrio, alla forza, all’azione paziente e continuata. I muscoli, sciogliendosi nella corsa, della quale come si sa i finlandesi posseggono il segreto, placarono sempre tumulti e incertezze. Il loro «misticismo nordico» è di carattere forse meno religioso, più pagano e più fisico di quello d’altri nordici: potrai ritrovarlo soltanto nei segni che la natura ha lasciato loro sul viso, negli occhi. La natura incombe sempre su di loro, il contatto è reciproco, l’impronta della neve, del freddo, del verde senza fine, dell’ansia di sole resta a solchi concentrici sulla faccia e sul collo degli uomini; gli occhi pare siano sempre pronti a socchiudersi per scoprire, lontano, all’orizzonte, il nascere del nuovo sole; un che di interrogativo su tutto il viso, indica l’aspettazione del rimbombo lontano che annunci il disgelo. In quest’attesa, sopportazione, pazienza, c’è un che di mistico veramente: misticismo estatico e quieto, braccia aperte verso le divinità della natura, o verso le divinità cristiane paganamente adombrate. Durante l’inverno lunghissimo, dorme il canto, o si prepara sordamente; rinasce col sole di primavera. È il popolo che più degli altri possiede il senso del canto poetico. Senso del canto, impulso a spiegare la voce, a dar parola alle speranze e immagini meno determinabili eternamente. Nutriti tuttora dello spirito pagano antico e della loro mitologia millenaria, conservano ancora un’aura pagana e vichinga nei costumi e nelle credenze. Animano di immaginazioni ancor oggi fresche come ai tempi del Kalevala la lunga solitudine loro. Le figure della religione cristiana assumono virtù e nomi paganeggianti. Maria colpí specialmente il cuore del popolo finnico, ancor oggi la si decanta. Non dispiacerà una breve esemplificazione. Come Mater dolorosa diviene per essi, Maria, Kivutar (la vergine delle pene), colei che s’invoca nelle malattie, in quanto, avendo «raccolto le pene nel suo seno, i tormenti nel suo petto », meglio di chiunque sa comprendere e lenire la sofferenza. Essa è chiamata anche Päivätar (la vergine del sole) e Ilmatar (la vergine dell’aria) e così implorata: «Poni il tuo capo sotto la nuvola, - passa il tuo bel collo attraverso! - Alzati fino agli ombelichi del cielo, - lanciati lungo i lati dell’aria, - sopra la luna, sotto il sole! - Vieni quaggiù presso la famiglia dei peccatori, - vieni sul vento della primavera, vieni sul fumo del sole, - vieni sulla nuvola o sulla nebbia! » (da Kaarle Krohn, Suomalaisten runojen uskonto, Helsinki, 1915). Tutto quello cui s’è accennato, presuppone come sfondo determinante la natura. Il paesaggio finlandese è tale che parla quasi da solo ai sensi degli uomini: per così dire, suggerisce le parole a chi voglia descriverlo, e, insieme ai sentimenti, l’espressione di essi. La piùparte invece dei paesaggi naturali delle altre terre, posseggono in sé le condizioni elementari soltanto della «trasfigurazione», ovvero della bellezza artistica; contengono certi segni e sagome e riflessi di luce che proporranno all’artista un’interpretazione di essi, un’interpretazione che sorge dall’interno: cosìpotrà l’artista liberare dal proprio petto immagini le quali giacevano, abbisognanti di un agente esterno per potersi trarre dal buio, sollevare dall’inconscio e giungere all’espressione. Si potrebbe aggiungere, perfino, che ogni uomo, di fronte a un paesaggio siffatto, arriva a chiarirsi e a determinarsi, grazie appunto a quel probabile processo interpretativo individuale, di cui anche l’uomo non artista è certo, oscuramente, capace. Ma il paesaggio finlandese no, esso suscita: coro: è, in un certo senso, eguale per tutti coloro che lo contemplano. O insomma: ci saranno ore contraddittorie, figure della natura che a Paavo suggeriranno un’inespressa immagine lirica e a Heikki un improvviso risveglio del cuore. Ma le grandi linee del paesaggio, e le ore culminanti della sua apparenza, rispondono a sentimenti comuni a tutti gli uomini del Paese; meglio: li formano, li provocano. È appunto perché la terra suggerisce da sola, quasi, le emozioni e le parole stesse dell’espressione, che tanti poeti istintivi nascono in Suomi. Per questo, pure, la poesia del popolo si diffonde con rapidità e unanimità incomparabili, superando le grandi distanze del territorio e i confini tra i dialetti o le pronunce diversi. Lo straniero perfino, che si trovi in Finlandia di passaggio, i suoi sonni si fanno inquieti, le sue emozioni piùstrane, e gli spettacoli della natura gli mettono nelle vene un mirabile formicolio (annuncio di canto?). Eppure è un paesaggio monotono, a noi può anche sembrare, certe volte, fiacco, scialbo. È un concerto che si ripete in un’infinità di momenti quasi eguali. Opera come un ritmo ripetuto e incalzante. Ci sono ore e «atmosfere» segnate, per quegli uomini: difatti i personaggi terrestri di Sillanpää, tanto Juha («Santa miseria») che Kustaa e Silja («Silja»), risolvono i passaggi piùdecisivi della loro vita in una notte d’estate, che è eguale alle altre mille e mille notti estive del Nord, eppure contiene una vibrazione segreta, un pulviscolo magico nella sua luce candida e allargata, i quali ne fanno «quella» notte «fatale», ricorrente ogni tanti anni - e non si sa quando. Una notte che fa perder la testa! In quella notte gli agenti esterni soliti compiono forse piùapertamente, piùdecisamente, la loro funzione perenne. Tutto questo non è detto naturalmente per stabilire un’attribuzione minore ai poeti. Beato paese, se ce ne son tanti! Ma poi converrà ancora e di nuovo distinguere tra schietta poesia del popolo e poesia culta (ovvero gli accomodamenti, e spesso fortemente ispirati, di letterati sugli schemi e le tradizioni bardiche) e poesia culta in genere. Tra poeti corali e poeti individuali. I poeti contadini sono anonimi e senza numero: se li prende vaghezza, cantano, come ebbri. Non mi si toglie dal capo un’immagine: quella dei due cantori finnici che cantano dondolando avanti e indietro, seduti di faccia, con le dita incrociate a vicenda - immagine di solenne e melanconica efficacia sonora: par quasi di poter intendere, come in sogno, le voci commosse dei due, dalla melodiosità or bronzea or liquida: come: «Mieleni minun tekevi, - Aivoni ajattelevi, - Lähteäni laulamahan...» all’inizio del Kalevala. Tutti i popoli hanno la facoltà elementare e suggestiva del canto; ma non tutti i popoli conoscono il sottile «vizio» del poetare accalorato e inebriante dei finnici, dicendo vizio per un richiamo qualunque all’ebbrezza del vino piú volentieri diffusa altrove. L’alpino che canta in coro, il «Wanderer» tedesco che trasmette due versi d’un canto di strada e li lega a un terzo venuto in bocca a un occasionale compagno di cammino, subiscono e sentono l’ebbrezza leggera di questa loro quasi fisica ispirazione. I finnici sanno sapientemente suscitare quella gioia spirituale e animale insieme, con un’insistenza paziente e ieratica, un poco orientale. È come una consuetudine. Ma una consuetudine, questo pure sarà chiaro, che sussiste negli strati inferiori soltanto della popolazione; il letterato vorrà regolare e squadrare la sua istintiva, nativa fonte del canto. Quando Runeberg, ispirandosi ai canti popolari, scrisse il «Re Fjalar», restò in qualche luogo freddo imitatore, in altri raggiunse una chiarezza e una forza di puro epico: «La gloria del nord, il re del mare io ero chiamato, - io percorrevo il mondo, come il percorre la tempesta, - io colpivo l’insolente, proteggevo il debole nella sua debolezza, - ai principi prendevo corone, e corone donavo». Fu un giorno fruttuoso, nella letteratura finnica, quello che vide sorgere la figura di Alexis Kivi: in quel momento la letteratura culta era di forme severe e maestose oppure romanticamente intrisa di «Schwung». Quel popolo cantore e immaginoso veniva osservato dagli scrittori da un punto troppo astratto di visuale: la rinascita era in atto grazie alla battaglia degli artisti, e i personaggi di Runeberg e di Topelius erano colti dalla massa a rappresentare in forma di uomini le idee e le aspirazioni nazionali ed eroiche nutrite dai poeti stessi. Ma Kivi era figlio di contadini, dei contadini conosceva linguaggio e costumi, l’estro grosso e l’umore bacchico. Nelle sue opere entra il popolo vero e greggio: penetrano tutti insieme, nei «Sette fratelli», realtà giornaliera, sogni, amore e senso del paesaggio, umore e «sisu» degli uomini: «sisu», ovvero qualcosa di piú che cocciutaggine e forza di reazione; «sisu», pigmento che fa di costoro grandi campioni dello sport e guerrieri, ma anche rissaioli di prim’ordine, gente impulsiva, con un fondo generoso. E da Kivi, scrittore pagano, fantastico e realista nello stesso tempo, nascono Juhani Aho, Linnankoski e infine Sillanpää: l’immaginazione e il canto si sono trasferiti dalla poesia popolare alla letteratura, con il peculiare apporto stilistico e umano di scrittori individuali che hanno il senso sano e ruvido della vita quotidiana e terrestre. Accanto a questa tradizione che diremmo «popolaresca», la tradizione raffinata e classicheggiante, educata su modelli greci e latini, viene ai nostri giorni nobilmente servita da Veikko Antero Koskenniemi: anche Koskenniemi, come già Runeberg, parte con barbaro slancio, immaginazione e canto violenti, e, nutrito di cultura italica, si estenua nel classico: realizzando un’aspirazione perenne della gente colta di Finlandia, una lotta secolare. Desiderio di linee quadrate e fisse mai spento, di circoli e sfere, di classicismo. Temendosi «romantici» e «irregolari», si abbeverano volentieri alle fonti mediterranee, vengono a Roma per aprirsi lo sguardo velato. Ma resteranno toni segreti a parlarci tuttora di quell’atavico canto nordico, di quell’immaginazione singolare: ecco «Il vaso etrusco» di Koskenniemi (pur nella rozza traduzione), siamo a questo punto di raro equilibrio tra le due forze egualmente possenti e contrarie: «Per l’amata mi creò un uomo una volta - e scrisse tre parole sul mio fianco. - Sono cancellate. Del suo popolo stesso si può - una traccia appena trovare nel tempo. - Ma chi oggi scioglierà il senso del mio enigma? - Di suono ignorato io son circuito. - Stirpi dopo stirpi muoiono, - solo la mia muta bellezza vive tuttora».Avrà un senso a questo punto notare che la fonte prima di tale poesia «classica» finlandese viene da rive greche e latine. Oggi che la Finlandia si volge all’Europa tutta, perché l’Europa testimoni il suo diritto di esistenza nell’ambito europeo, non si può dimenticare che, accanto alla poesia «boreale» di Suomi, e allo spirito barbarico e odinico della sua gente, c’è la poesia perfettamente europea e occidentale di Runeberg e di Koskenniemi, nata dal ceppo medesimo che dette greci, latini, Petrarca e Leopardi. #Primato #GiovanniPuccini #Finlandia #Kalevala #
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APPUNTI PER UN RITRATTO Buona Parte della letteratura della Sardegna è fatta di simboli, colori, tipi. Un giovane letterato sardo tenta un più reale ed umano ritratto del suo paese. Di Giuseppe Dessì In Sardegna, quando, dopo un periodo di crisi le miniere riprendono la loro attività, un gran numero di lavoratori lasciano i campi. Giovani specialmente: gente che s’adatta a un lavoro più duro in vista di un guadagno più abbondante e immediato. La manodopera rurale diventa più ricercata, con le conseguenze che ne seguono. Il danaro che i minatori portano a casa rende più agevole la vita nei paesi rurali, sia che venga speso settimanalmente, sia che venga, in parte almeno, faticosamente accumulato. Sorge qualche casa nuova. Sono le solite case rustiche dei paesi sardi, non vere e proprie case rurali come quelle della Romagna, della Toscana, dell’Emilia, del Veneto. Il contadino sardo costruisce quasi sempre con le sue mani la propria casa. Scava le fondamenta un poco alla volta, come può, con lo stesso piccone che gli serve per i fossi da vigna, rubando le ore al riposo festivo; fabbrica i mattoni di terra e li lascia seccare al sole, poi li ammucchia e li copre di paglia e di frasche. Quando ha un po’ di danari chiama un muratore che gli getti le fondamenta in pietra e calce, poi, su quella traccia continua lui il lavoro, una o due stanze ogni anno: due o tre a pian terreno e altrettante corrispondenti al piano superiore. Quando ha finito, chiama di nuovo il muratore, per ricoprire il tetto. Intorno alla casa, il cortile cinto da muro, con la legnaia, le tettoie per la paglia, le bestie, gli attrezzi agricoli, il forno. In ogni casa si fa il pane, ogni famiglia semina il grano per la provvista, qualunque mestiere faccia il capo di casa. Quello del contadino, in fondo, non è un mestiere ma un modo di essere del sardo. Anche il minatore trova il tempo per seminare un po’ di grano e mieterlo: a sarchiarlo, scerparlo e zappettarlo pensando le donne e i ragazzi. Lo seminano nelle terre che prendono in affitto dal Comune o da qualche grosso proprietario. Queste casette sono disposte di solito dietro le case più civili che fiancheggiano la strada principale del paese; qualche volta anch’esse vi si affacciano, quasi a mostrare, coi loro muri color terra e una striscia di calce intorno alle strette finestre e alla porta, la vera sostanza di cui questi paesi sono fatti. Anche il minatore fabbrica la sua casa simile in tutto a quella del contadino, perché neanche il minatore, tranne in casi rarissimi, si stacca definitivamente dalla terra. Chi la percorra dal tallone all’alluce, può credere di riconoscere nella Sardegna, a tratti, un pezzo di campagna romana, le boscose colline della Maremma, strapiombi dolomitici di un tenero rosa. La linea retta della corsa in ferrovia dispone alberi siepi colline secondo un ordine fittizio, compone scenari che cadono se il treno si ferma. L’immobilità ti rivela un paesaggio sempre uguale, pur nella varietà delle sue forme. Trovo giusto, in fondo, quel che mi diceva, con letterario candore, un dotto ungherese. A lui, che era partito in aereo da Ostia, anzi, come amava insistere, dalle foci del Tevere, la Sardegna era apparsa come l’isola del Purgatorio. Mi parlava dell’improvviso sorgere dal mare dell’Isola, delle sue coste a picco, delle grandi ombre azzurre dei monti, dei suoi cieli marini. Un piccolo mondo nuovo, conchiuso, diverso dal resto del mondo. Al simbolo ci s’arriva senza volerlo, e dalle impressioni più modeste e comuni. Lontano, dal mare, l’apparecchio punta decisamente contro le montagne, sovrasta per un buon tratto, con volo fermo e imperturbabile la linea tortuosa delle coste, se ne stacca insensibilmente. Sono librato su basse colline coperte di una vegetazione bassa e rada che fa pensare al pelame di una bestia malata. Sotto intravedo la terra arsa. Qua e là il letto grigio di un torrente secco, qualche colonna di fumo, qualche incendio. Poi strade, case isolate, stazzi, qualche paese; poi improvvisamente le colline finiscono, e si apre la distesa del Campidano. La poca acqua dei pozzi o quella che qua e là affiora naturalmente è distribuita con arte sapiente: fa verde, a chiazze, come di muffa. Dov’è più abbondante indovini una vegetazione rigogliosa come quella di un’oasi: canne verdi, gonfie d’acqua. Intorno è il giallo dei grani o delle stoppie, un’aria che trema come sulla cupola di un forno. A destra le montagne del Linas, i boschi di querce e le pinete di Villacidro. Poi, improvvisamente, le torri di Cagliari, il golfo. Mi rimane il ricordo di una Sardegna simbolica. Nell’immaginazione si sviluppano, da quel tratto che ne ho visto dall’alto, le coste, compongono la forma ben nota del sandalo, come si vede nelle carte geografiche. Purtroppo ci si arriva con facilità, al simbolo. È una cosa molto comoda. Guardi la realtà, e nei suoi mille aspetti ti sforzi di vederne uno solo che li riassume tutti; bruci la realtà, o più spesso te la lasci dietro senza crearne un’altra. Buona parte della letteratura sulla Sardegna è fatta, ahimè, di simboli. Nella letteratura la Sardegna è ridotta a tipo, il Sardo è ridotto a tipo. Lawrence, quando è andato in Sardegna, è riuscito a vederne certi aspetti con più aderenza e naturalezza, se non con più penetrazione: aspetti, e niente di più: un uomo che arrostisce un capretto pillottandolo con grasso di porco, voci in una stanza chiusa, a pian terreno, di notte, la ricchezza di colori del mercato di Cagliari. Colori, suoni, tipi colti in un gesto, frammenti di realtà in cui l’occhio intento scopre la realtà nella sua interezza, nella sua essenza. Ma chi ti dice poi che quei tipi non siano più messicani che sardi? Oppure né sardi né messicani ma abitanti di quel particolare paese che è il mondo di Lawrence? Degli italiani non saprei citare nulla di meglio dopo il padre Bresciani. Proprio così: letteratura, nient’altro che letteratura. Spesso mi sono chiesto se non valesse la pena di sostituire al tipo letterario di Sardo che si è venuto formando un tipo o meglio il tipo dell’homo œconomicus sardo. Si potrebbe farlo senza troppo allontanarsi dal vero, limitandosi al piccolo proprietario-bracciante, cioè all’uomo della terra sardo, a quello che si chiama comunemente il contadino sardo. Il quale è sempre lo stesso in tutti i paesi della Sardegna, è la vera sostanza del popolo sardo.(Trattando quest’argomento bisogna andar cauti e sorvegliarsi. C’è nelle parole Sardo e Sardegna quel tanto di tristezza, di romantica malinconia che basta a riempire e a far mandare per buono ogni discorso generico scritto con un certo garbo.) A proposito di tristezza. L’uomo della terra sardo è triste quando è lontano dalla Sardegna, perché si trova in una terra che non conosce. Il Sardo ha bisogno di conoscere intimamente la terra su cui posa i piedi, ha bisogno di poterla sentir vivere, di sapere quanto il vento la rasciuga, quanto la pioggia la ravviva, che cosa può dare e quanto può dare. Quando il Sardo sa tutte queste cose, la sua tristezza sparisce, e subentra una serenità che nulla può turbare: la serenità dell’uomo che sa di potersi accontentare di poco. Però ridiventa triste, anche in Sardegna, nella sua terra, quando si trova di fronte a cose che non sente o non capisce, specialmente quando gli si vuol far credere che la sua terra è diversa da quella che è. Comunque la sua tristezza non ha niente di ancestrale, niente di irrimediabile, non si perde nella notte dei tempi. Io ho visto da vicino questa tristezza e l’ho sentita parlare. Il Sardo possiede la terra in quanto la conosce. Questa è la vera forma di possesso possibile in Sardegna, la sola forma di possesso concepibile dall’uomo della terra sardo. Il Sardo ha fama di essere gelosissimo della sua proprietà, e questo è vero; ma tale sentimento ha una storia, è frutto di un diritto conculcato. Ogni Sardo possiede un pezzetto di terra; la terra, in Sardegna è divisa in tanti pezzettini, e ogni pezzettino appartiene a un Sardo. Ogni pezzettino è come una prigione per chi lo possiede, ma nessuno ci rinuncerebbe: è come un simbolo, un pegno che nessuno può cedere senza sentir menomata la sua dignità di uomo. C’è una ragione storica bene individuabile. La formazione di questo tipo di proprietà risale a un editto del 1820. Prima d’allora ogni paese possedeva un vasto territorio coltivato collettivamente dagli abitanti. C’erano, accanto a queste, le terre della Corona, i feudi, i possedimenti della Chiesa e dei conventi, ma la gran massa dei contadini viveva indipendente sulle terre della collettività. Giustamente Giuseppe Medici, in un suo studio sugli Aspetti della proprietà fondiaria in Sardegna (Roma, 1932-XI) fa un parallelo tra queste comunità sarde e il mir russo. Tale regime collettivo non fu modificato mai né dalla dominazione pisana né da quella aragonese. Quando nel secolo XVII si allentò il regime feudale, le comunità rifiorirono con più vigore e «nel suo complesso — scrive il Medici — l’economia agraria della Sardegna nella prima metà del secolo scorso non era sostanzialmente diversa da quella del periodo giudicale». L’Editto del 1820, meglio conosciuto col nome di legge delle chiudende, distruggeva quest’ordinamento. I Signori Relatori della R. Udienza, onesti conservatori temperati d’illuminismo, all’oscuro del vero ordinamento economico della Sardegna, presupponendo, da parte dei contadini che vivevano sulle terre della collettività, una proprietà sia pure imperfetta delle terre che sfruttavano, stabilirono che ognuno dovesse chiudere con muro o siepe la propria terra. L’antico diritto delle comunità cadde di colpo di fronte al nuovo diritto degli individui sostenuto dalla legge. Legge assurda, che urtava contro la tradizione, che creava un nuovo ordine di cose incomprensibile, che paralizzava ogni attività. I contadini ricinsero di siepi o di muri, come veniva ordinato, il loro pezzo di terra, che non doveva superare i 2500 mq. Pochissimo, se si tien conto della povertà della terra sarda. Ci piantarono tre o quattro alberi, ci seminarono i legumi per la provvista invernale, poi, morendo, lasciarono il loro pezzetto in eredità ai loro figli. Così quei piccoli poderi vennero ancora suddivisi. C’è gente che possiede sì e no qualche centinaio di mq. di terra, e non li cede a nessun costo; perché il diritto di proprietà, imposto, è venuto a coincidere con un istinto feroce. Il grano, il contadino, lo va a seminare nelle terre che sono rimaste al Comune, che prende in affitto, oppure in quelle di qualche grosso proprietario. Co ne s’è detto, vi sono anche estese proprietà private, le quali però, in questo clima economico si sono fermate anch’esse a un regime precapitalistico. Tentativi per porre rimedio a questo stato di cose sono stati fatti, e spesso con buoni frutti. Prima si formarono società di pastori e di proprietari, dette Comunelle, che avevano il fine di organizzare lo sfruttamento collettivo, con una rotazione di pascolo e di semina dei terreni frammentati; poi furono fatti altri tentativi di commassazione (si veda a questo proposito G. Sirotti: Un tentativo di commassazione di Sardegna, Roma, 1932-XI), con lo stesso fine. Per uscire dunque dalle condizioni attuali, si tende a creare, non una proprietà privata, a danno del diritto dei singoli, ma uno sfruttamento collettivo della terra. Nessuno, meglio dell’uomo della terra sardo è dunque in grado di apprezzare l’opera svolta del Regime in questi ultimi anni. Bisogna tener però conto di un fatto importantissimo. Ed è questo. Le bonifiche del tipo di quella di Terralba sono possibili solo con la irrigazione artificiale, e questa deve necessariamente restringersi a zone limitate. L’acqua del Tirso irriga solo i 20.000 ettari della bonifica di Terralba. La pianura sottostante al Coghinas si limita solo a qualche migliaio di ettari. La pianura del Campidano di Cagliari, dove esistono già, malgrado tutto, forme di agricoltura progredita e contadini in grado di sfruttare i vantaggi dell’irrigazione, non è irrigata, come si sperava che avvenisse, dalle acque del Flumendosa. Le bonifiche del tipo di quella di Terralba sono assolutamente necessarie; sono, oltre che un fatto economico, un fatto di ordine etico. Ma non bastano, non possono servire come esempio, come modello. Bisogna trovare un tipo di agricoltura progredita che si adatti al clima dell’Isola, bisogna parlare sardo alla terra sarda. E soprattutto bisogna sfruttare le qualità morali del contadino sardo, la sua profonda conoscenza della terra, la sua tenacia, o addirittura ostinazione nel lavorarla. Virtù che esistono, anche se estenuate, anche se rattratte in se stesse, e nascoste sotto quella tristezza che i letterati hanno creduto di vedere in lui. Bisogna aiutarlo a sciogliersi da questa immobilità. 1 Aprile 1940-XVIII #Primato #GiuseppeDessì #Sardegna
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Lorenzo Delleani Torino, marzo. I limiti dell’arte di Lorenzo Delleani risultano chiari dalla mostra che il quotidiano La Stampa ha allestito per celebrarne il centenario della nascita (17 gennaio 1840); limiti modesti d’una attività artistica senza conseguenze positive, favorita da una fama sproporzionata. Ma se il giudizio della critica si è limitato all’esame delle cose più riuscite del pittore biellese per metterne in valore il vivace istinto e per affermarne la preminenza nel quieto panorama dell’ottocento piemontese, non possiamo, adesso che un’esposizione di oltre cento quadri ce ne offre il modo, tacere del Delleani meno noto, intestato a riprodurre in grande quello che azzeccava in brevi tavolette con risultati che, bisogna convenirne, nuocciono alla stabilità della sua fama più di quanto non le giovino. Infatti le manchevolezze che nei quadri grandi acquistano una facile evidenza, negli studi di pochi decimetri di superficie si confondono e sfuggono nel piacevole gioco della pennellata, sotto le frange e le sbavature della pasta trattata con la spatola e grazie all’uso di spazi della tavoletta lasciati scoperti o appena velati: mezzo assai diffuso presso i paesisti ai tempi di Delleani. Resta salva però una certa pulitezza di toni, un’ariosità notevole, quella sbozzata saldezza delle cose che invece le grandi tele rifiutano. In quelle di Delleani si legge bene lo sforzo del pittore per ritrovare il colpo di mano che il lavoro di reminiscenza più non gli consente, per ispirarsi al bozzetto eseguito dal vero con l’illusione che questo sostituisca il diretto contatto con la natura; e soprattutto quel suo affidarsi alle sfregature, alle vernici, alle velature, ai gradevoli effetti che l’uso della tavoletta gli offriva: ma col solo risultato di affievolire anche il ricordo della prima nitida emozione. Ma, a veder bene, i difetti di fantasia del pittore sono i medesimi, sia nei piccoli quadri che gli hanno conservata la fama, sia in quelli grandi: né potrebbe essere altrimenti per un artista che, messo in valore dalla critica antiromantica appunto pel suo non-romanticismo, non aveva occhio e giudizio che per le più immediate apparenze della realtà.Eppure sarebbe piaciuto a Delleani d’esser poeta, poeta almeno alla maniera di quelli piemontesi che gli vivevano a gomito e che gli prestavano i loro versi da mettere a commento dei quadri, oppure come qualche paesista e soprattutto marinista nordico che egli aveva avuto modo di conoscere viaggiando, od alle Biennali veneziane. Ci si provò, infatti, prendendo qualche lume anche da Fontanesi: ma le indulgenze ai momenti crepuscolari, al favoloso senso di qualche mareggiata, rimasero come sporadiche debolezze della sua vita di uomo alla buona, di poca o nessuna coltura e di comune intelligenza. Italo Cremona #Primato #Lorenzodelleani #pittura #ItaloCremona
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Gli ultimi anni di Pasquale Paoli di Ettore Rota L’anno 1793 fu tra i più melanconici per Pasquale Paoli, che perdeva allora il fratello Clemente, il santo fratello, il combattente, il mistico isolano che aveva chiuso la sua ultima giornata di lavoro e di fede nel convento dei francescani di Rostino. Un lutto insanabile; intorno, oltre il cielo della Corsica, nuvolaglia e rumori di guerra. In pieno sviluppo, il duello mediterraneo tra Nelson e Napoleone: la Corsica era la posta. Ma Pasquale Paoli aveva il dovere di credere che l’Inghilterra combattesse per liberare, non per conquistare l’isola tormentata. Agli occhi del vecchio combattente, dopo una lunga consuetudine di delusioni, l’Europa appariva tutta moralmente eguale, al di qua e al di là della Manica: una famiglia di malfattori. Diceva: «noi siamo sempre in una continua diffidenza che possano essere nemici quelli che sono nostri protettori». Il dubbio fu presto realtà. Le navi alleate iniziarono il bombardamento sotto il comando di Orazio Nelson: Calvi, San Fiorenzo, Bastia, furono assalite per mare e per terra: prima si arrese San Fiorenzo, il 15 febbraio. Più dura fu la resistenza di Bastia che capitolò solo il 21 maggio; e di lì a due mesi cadde Calvi, ultimo presidio tenuto dai francesi. Ma la sorte dell’isola era già stata segnata. Dopo San Fiorenzo, i due plenipotenziari del re Giorgio III, Hoord ed Elliot, avevano invitato Paoli, con un messaggio, dal loro vascello Vittoria (21 aprile), a convocare il popolo per aggiungere «una formale sanzione» al programma precedentemente esposto da Paoli, di «unire la Corsica all’Inghilterra sotto un comune sovrano per assicurarne l’indipendenza perpetua». Paoli pubblicava il 1° maggio un manifesto, diretto al suo popolo, per spiegare i motivi che l’avevano indotto a chiedere un soccorso straniero ed i benefici che si riprometteva dall’unione con la Gran Bretagna, convocandolo a Corte l’8 di giugno per concertare la forma dei rapporti che meglio sarebbero convenuti tra le due nazioni. Caduta Bastia, vi accorse e venne a colloquio con i due plenipotenziari, per assicurarsi che il governo inglese non desistesse dal piano convenuto di farsi protettore dell’indipendenza corsa. Paoli era cauto anche nel diffidare. L’amore alla Corsica dava momenti di tenerezza al suo cuore. Egli si era fatto ancora buon credente, o artificiosamente credente, nel destino isolano e in quello d’Europa: « La Corsica è riguardata dalle Potenze d’Europa come libera e può decidere liberamente di assicurarsi un governo durevole e l’unità nazionale ». Quanto ai francesi, «quando hanno il Reno, i Pirenei, e le Alpi per confine, non potrebbe essere che un eccesso di follia, ruinosa nelle sue conseguenze, desiderare di spingere più avanti i confini ». Apertasi la nuova Consulta a Corte, Paoli invita a riflettere «se conviene la separazione assoluta e decisiva dalla Francia, e in questo caso se conviene al bene della Corsica di passare sotto l’immediata protezione e governo del re della Gran Bretagna con una costituzione che assicuri la libertà corsa ». I delegati del popolo (mancava solo la rappresentanza di Calvi, ancora fedele) decretarono la rottura di ogni vincolo con la Francia e giurarono fedeltà a Giorgio III e alla nuova costituzione ispirata da quella francese del 1791. L’isola si costituiva in regime monarchico con un viceré che rappresentava l’unione personale col sovrano inglese. Paoli concludeva: «ora la Corsica c’è ». Una deputazione di quattro membri, incaricati di recare a Giorgio III l’omaggio dei nuovi sudditi, ritorna con la nomina del viceré: non già Pasquale Paoli, ma Gilberto Elliot. Questi aveva scritto a Londra: «i corsi sono appassionatamente attaccati al generale...; io non credo che ci sia stato un solo uomo, una donna e un bambino, tra le migliaia di corsi che l’ha veduto, che non abbia gridato: viva Paoli ». Nelle sfere politiche di Londra, un tal uomo fu giudicato non utile, ma pericoloso. A Pasquale Paoli la Consulta di Corte aveva decretato un busto in marmo nella sala del Parlamento; ed egli argutamente commentava: «Incenso per i morti! »Ambiva alla reggenza della Corsica? Fu addolorato di non averla? Non si può rispondere con certezza. Ma Paoli a settant’anni (morì a 84) non sentiva di ridursi a vivere come semplice cittadino e di rinunciare per sempre alla direzione della Corsica. Certo è che egli ricusò di essere eletto fra i deputati del nuovo Parlamento, forse per protesta; e quando l’Assemblea, adunatasi a Bastia nel febbraio del 1795, lo volle suo presidente, Paoli oppose ancora un rifiuto. Era il risentimento di uno spirito offeso? Non v’ha dubbio che Paoli considerasse il governo britannico in Corsica come un’altra immensa delusione. Eppure, egli fu costretto ad accettarlo. Anche l’uomo che piange sulle rovine della propria casa, sente una voce che canta, vicino o lontano da lui. Quella voce veniva dal Tamigi e fu per Paoli l’ultima sirena. Egli aveva dell’Inghilterra la stessa concezione ottimistica dei filosofi del Settecento, — considerandola la Mecca della libertà, — e non comprendeva la giusta opposizione degli italiani non filosofi: «gli Italiani hanno torto a mostrarsi scontenti degli inglesi, e particolarmente cotesti nostri di Livorno ». Era invece il giusto scontento del mondo mercantile che subiva l’invadenza dell’imperialismo economico britannico. L’Inghilterra, in Corsica, non era più il romantico paese della Magna Charta; ma l’Inghilterra mercantile e prosaica delle colonie, odiata dai livornesi. Lo scontento dilagò in tutti i ceti e si manifestò in vari modi. Anche Paoli non seppe tacere; parlò e scrisse con calore, e all’ordine di starsene zitto, reagì: «vorrebbero che io fossi muto sugli affari, come il mio busto nella camera del Parlamento! ». Circondato dalla potenza che irradiava dal suo passato, esercitava ancora un forte ascendente: i patrioti accorrevano alla sua casa per ascoltarlo, Rostino divenne il lacrimatoio del patriottismo isolano, Elliot cercava un aiuto, corrompendo, nella corruzione parlamentare. Nulla sfuggiva al Paoli che, dal piccolo rifugio, lanciava aperte sfide: «Voi lo sapete, quando credo di aver compiuto il mio dovere, le difficoltà non mi disanimano ». «Il mio zelo e la mia innocenza mi fanno il petto di bronzo ». «Sono determinato a difendermi e ad attaccare...; finché vivo non soffrirò in silenzio che il popolo sia oppresso ». «Desidero che questi traditori siano lontani ». I prezzolati del nuovo governo risposero con meschine vendette. Così non era possibile continuare: piccoli movimenti locali del partito paolista facevano temere a Londra una più ampia insurrezione. L’Inghilterra, a cui il Paoli aveva aperto la via della conquista, aveva pure qualche obbligo di riconoscenza verso il vecchio guerriero, e non volendo tenersi il nemico in casa, scelse una via di mezzo: l’esilio sotto forma di aurea ospitalità. Paoli ricevette una lettera dal sovrano inglese: «La vostra presenza in Corsica rende arditi i vostri amici ed inquieti i nostri nemici. Venitevene a Londra, e noi rimunereremo la vostra fedeltà mettendovi a parte della nostra famiglia ». Un invito che era un comando. Paoli si arrese, in silenzio, non potendo lottare contro le forze cieche dell’inganno e dell’odio di parte. Aveva fatto l’abitudine al suo destino: «per una crudele fatalità ho dovuto sempre partire... ». Tre volte esule: fanciullo, uomo, vecchio. Questa volta lasciava la propria terra più tristemente, senza speranza di ritorno. Di sé aveva già scritto ad Elliot, pochi giorni prima, nobilmente, difendendosi dalle accuse politiche:«Nato da un padre che espose se stesso ai più evidenti pericoli e sacrificò una parte della sua fortuna per sottrarre la nazione dall’oppressione dei suoi antichi tiranni, i primi elementi della mia educazione non furono diretti che a questa grande opera...; se alcuni si credessero più interessati di me al bene della mia Patria ed alla gloria del sovrano, li tratterei da presuntuosi e meritevoli del mio disprezzo ».Partì da San Fiorenzo il 13 ottobre, su nave britannica. Portava seco il rancore verso Elliot, di cui predisse, e fu buon profeta, che sarebbe divenuto «oggetto di satira ». Ma dovette ricambiare la sua stretta di mano, a bordo della nave da guerra Delfino, dove il viceré l’attendeva con tutta l’ufficialità della squadra britannica, ivi accorsa a congedare festosamente, con le salve d’uso, l’importuno eroe. Sostò a Livorno, trovandovi un’accoglienza che rivelava lo spirito della città avversa agli inglesi. Di lì a un mese, con una carrozzella sgangherata, che si era preso a Livorno per 130 zecchini, Paoli giunse a Cuxhaven, e di là traghettò per toccare le coste inglesi. La vigilia di Natale entrava in Londra, d’onde non sarebbe più uscito. Il re lo accolse graziosamente e gli assegnò una pensione annua di duemila sterline, la Corte gli fu sempre aperta. Molti uomini politici biasimarono la condotta di Elliot, e l’opposizione fu con Paoli. Magra rivincita di un soggiorno forzato. La situazione dell’isola si aggravò, invece di migliorare, proprio mentre l’Europa cominciava a sentire la presenza di Napoleone. Paoli continuò anche da Londra la sua opera di critico, sempre giudizioso, contro le illegalità che si susseguivano in Corsica, intese ad annullare, ad una ad una, le guarentigie costituzionali. Ma l’Inghilterra non poté durarvi; da Londra venne l’ordine di abbandonare l’isola. Elliot partì frettolosamente, seguito dalle truppe, e la Corsica ritornò ai francesi. Ma in una forma diversa dalla precedente: insieme con un buon tratto d’Italia che, a poco a poco, sembrava entrare tutta nell’orbita francese con un programma, almeno nominale, di libere repubbliche confederate. Paoli non era sotto l’alto patronato del Direttorio parigino. Paoli non era scontento: un’altra tirannide finiva. La inflessibile dirittura morale lo lasciava sereno nei suoi giudizi: «il mio amore per la libertà è stato sempre l’istesso; l’ho fatto conoscere esente da ogni interesse personale. La patria è ora libera come il resto della Francia; perché non devo essere contento? Da qualunque mano derivi, sia benedetta... ». L’Italia era il rifugio dei corsi, vecchi profughi e nuovi giacobini; fraternità di italiani e fraternità di corsi, sotto il segno di una stessa nazionalità, paiono al vecchio sognatore liberale un buon auspicio per l’unione politica d’Italia; ma unità non dentro le strettoie della Francia, sibbene per opera del Piemonte. Geniale intuizione, a cui è condotto dal ricordo dell’amicizia sabauda e della ricambiata simpatia fra le due isole vicine. E vorrebbe che Napoleone fosse benevolo verso il re di Sardegna per un riguardo, soprattutto, all’Italia; e vorrebbe ancora che Napoleone pensasse ai vantaggi che gli verrebbero da un’alleanza coi Savoia e dalla ricostituzione di una Italia libera e perciò amica ai francesi. In Italia, avrebbe voluto tornare per morirvi, per essere seppellito accanto al padre suo, a Napoli; e avrebbe voluto rientrare in Corsica, con i corsi che avevano combattuto contro la Francia, amnistiati e riammessi in patria come tutti figli di uno stesso ideale. Napoleone non fu così generoso da tenergli aperta la via del ritorno. Paoli non gli serbò rancore, seppe anzi farsene una ragione, socraticamente: «Non devo lagnarmi del nostro Nazionale...; egli opera come capo della Repubblica francese contro la quale sono uno di quelli che hanno fatto guerra e le hanno cagionato danni. Fu senza colpa la nostra rivolta, e fu necessaria difesa: pur egli non deve, né può, far torto al suo governo». Quanto più si approssima alla fine, la voce della passione si attenua: paoli tocca la sommità di un mondo evangelico, ove tace ogni collera e tutto sa di perdono, di rassegnazione, di santità. Perdonò tutto, anche gli ultimi oltraggi alla sua casa di Morosaglia invasa e spogliata: «Non ho odio con alcuno e condono quanto mi fu tolto nel saccheggio. Vorrei conservati gli scritti e la spada che mi fu regalata dal Prussiano ». Declinava lentamente, prodigandosi per i suoi corsi, dando loro tutto quanto gli era possibile del suo sapere, della sua esperienza, del suo patrimonio: «il denaro se ne va come l’acqua; ma quando restassi in camicia, ogni cosa soffrirei volentieri per l’interesse della Patria ». Era un modo per rivivere entro i suoi confini spirituali. Come le foreste della Corsica si smagrivano per tradursi nella carena delle feluche o delle galee, in viaggio sul Tirreno, così il glorioso vegliardo, nella solitudine dei ricordi, sentiva di potersi riconfondere con l’animo della sua isola e di ritrovarsi nel moto delle sue tempestose passioni, cedendole quanto gli restava di proprio. Tali, ancora, le sue disposizioni testamentarie: lasciò per la «fondazione e mantenimento perpetuo di tre cattedre universitarie» in Corte; lasciò, aveva scritto, per «contrassegno della mia particolare affezione e riconoscenza alla pieve di Rostino che mi ha veduto nascere..., provvedendo alla fondazione di una scuola normale nel suo seno ». Significativo il carattere delle tre cattedre universitarie: teologia naturale, morale pubblica e privata, principi di logica e metafisica. Insegnamento di idee religiose e di virtù civili: qui è tutto Paoli, il legislatore credente ed onesto, il mistico condottiero di popolo, perennemente illuso che nella vita del mondo prevalgano le forze morali e gl’istinti buoni. Attese, con ansietà, di saper tradotto in atto il suo desiderio; avrebbe potuto, scrisse, «chiudere con soddisfazione gli occhi nel Signore ». Morì il 5 febbraio 1807, e fu sepolto nella chiesa di San Pancrazio. Un busto gli fu eretto nell’abbazia di Westminster. Ma il suo peregrinare non era ancora finito: tornò in patria nel 1889 e fu tumulato nella sua casa di Morosaglia. I Corsi la tennero come un santuario. In quella società, fra civile e religiosa, l’eroe ebbe una duplice adorazione. Non sono frequenti, nella storia, queste figure. Pasquale Paoli visse lottando per convertire un’idea in diritto; ebbe fede nella vittoria, sempre, nonostante l’abitudine a non vincere mai. Collocò tutta la vita della Corsica su nuove basi: le diede una coscienza civile e le prime nozioni moderne di diritto penale; la rivelò nazione a se stessa; la fece più umana; creò le prime fasi della sua libertà; l’accompagnò fedelmente fino alla loro conclusione nella servitù francese. Per amore della sua terra si sentì in ogni età egualmente capace di lavorare; e perciò la sua azione fu sempre giovanile. Quando il corpo pareva cedere agli anni, lo spirito si riaccendeva più gagliardo sotto l’impeto crescente della volontà. La sua vita fu tutta ispirata da un’idea che solo si spense con lui. Il suo amore di libertà, concepito come legge naturale della convivenza politica, divenne un’abitudine mentale; ma visse di sacrificio, di disciplina, di ubbidienza. Ubbidienza al destino che gli fu avverso; ubbidienza all’ideale che gli fu padrone assoluto fino a renderlo, talvolta, irragionevole. Attraverso la poesia della Corsica, Paoli sentì la poesia del Mediterraneo; ed essa lo portò lentamente ad una visione italiana del problema corso: la libertà dell’isola fu apprezzata in rappresentanza della libertà d’Italia. Con animo grande resse un piccolo paese, ma seppe respingere lontano da sé le vanitose attrattive della grandezza. In tarda età poté ricordare, a proprio onore, questa sua perenne forma di resistenza: «quante volte mi fu offerta la sovranità dell’Isola per tentarmi! ».La sua attività spirituale prese sempre norma dai più fulgidi eroi del mondo greco-romano; tanto sentì la forza dei grandi caratteri, nelle vicende delle nazioni, che a Bonaparte, mentre questi si accingeva a scrivere una storia della Corsica, diede per avvertimento: «La nostra storia deve rilevare la sua importanza dalla qualità dei caratteri che vi hanno figurato ». #primato #EttoreRota #Corsica #PasqualePaoli
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UOMO IN AFRICA racconto di Dino Buzzati Nell’albergo di Addis Abeba egli si confondeva con gli altri. Sdraiato su una poltrona, consumava le ore, spesso solo, senza alcuna possibile conclusione, lieto se il prossimo gli sedeva accanto a chiacchierare. Nessuno sapeva a quel tempo che cosa esattamente facesse, perfino il suo nome non era riuscito a stabilizzarsi in termini di certezza: Bondini, o Bondrini, o Brondini. I più curiosi si tranquillizzavano pensando si occupasse di autotrasporti, ma senza alcun dato positivo. Era giovane, alto, di complessione atletica, il volto in un certo senso popolaresco ed aperto. Doveva aver già conosciuto la ricchezza e a quel tempo si lasciava crescere strani baffi cascanti, di foggia alquanto caucasica e di colore biondiccio. Per quanto disponesse di una certa somma — il conto settimanale veniva da lui pagato regolarmente — portava sempre l’identico vestito: un completo grigio, sul cui gomito destro un rammendo andava gradualmente guadagnando terreno (grazie agli instancabili interventi della cameriera di stanza). Ogni sera, prima di coricarsi, egli doveva avere per il suo unico abito attenzioni addirittura materne, ché nessuna stoffa al mondo avrebbe potuto resistere da sola a così ininterrotta prestazione. Sedeva sulle poltrone del vestibolo, assomigliando agli uomini in attesa nelle anticamere dei dentisti, ignaro evidentemente circa il contenuto del proprio destino. Beato voi! diceva a chi stesse partendo per l’Italia, oppure: Che barba, qui ad Addis Abeba, non vedo l’ora di tornare. E allora ci si chiedeva quale cura mai lo tenesse; pareva infatti non facesse assolutamente nulla della vita, eccezion fatta per la dissipazione dei soldi. La similitudine con l’uomo che attende nell’anticamera del dentista si adattava benissimo, con questa differenza però: che non c’era un odontoiatra in camice asettico dietro la porta desiderata, bensì l’Africa stessa, che non si era ancora accorta di lui e lo teneva in sospeso, tediandolo, al mediocre ritmo dei pasti alberghieri. Non parlava quasi mai di sé, o lo faceva in tono di pessimismo scherzoso. Si accomunava tuttavia con molti altri nel desiderio, ripetutamente espresso, di poter ritornare in Italia. Questi discorsi anzi lasciavano credere che soltanto da un sollecito rimpatrio potesse derivare la sua fortuna, che un ulteriore indugio lo avrebbe compromesso per sempre, che l’Africa era stata per lui una erronea parentesi, senza profitto di sorta. E quanto più intenso si manifestava il desiderio di partire, tanto più riusciva enigmatica l’incapacità sua a staccarsi dalle poltrone dell’atrio. Ogni tanto, a gente che lo salutava passando, rivolgeva un sorriso rassegnato e profondamente allusivo, quasi a dire: «Eh sì, ancora qui sono, che cosa volete? Sconfortante, ma è proprio così». A lungo andare l’abitudine a vederlo lo aveva completamente svuotato — presso gli altri — di ogni interesse umano, la curiosità si era stancata di giocargli attorno, i camerieri, anche indigeni, lo servivano ormai con eccessiva disinvoltura. Nessuno si accorse, alla fine, quando egli scomparve. Se n’andò senza salutare, probabilmente all’alba, con l’importanza di un’ombra. La sua camera venne ripulita, il letto rifatto e destinato ad altri la sera stessa. Di quando in quando tuttavia la sua simpatica immagine ci tornava alla mente, a titolo di problema. E fu un piacere rivederlo a Dessìè, parecchi mesi dopo. Anche questa volta sedeva in una poltrona nell’atrio di un albergo, come di solito; assai più animato tuttavia, come se nell’intervallo avesse subìto una iniezione di vita. Ci disse che aveva fino allora lavorato (non specificò con quali funzioni) insieme con un «cottimista», appaltatore di un tratto della strada dancala. Il lavoro finito era tornato al consorzio civile, abbastanza soddisfatto, anche dal lato finanziario. Giù nelle piane dancale aveva preso la malaria, poi era guarito, si era perfino ingrassato, il sole gli aveva bruciato le mani e la faccia. Di identico a una volta aveva solamente il vestito, il suo affezionatissimo completo grigio, con un rammendo al gomito destro più esteso che mai.— Adesso mi prendo un po’ di vacanza — diceva. — In fin dei conti però era una bella vita laggiù!— E parti per l’Italia quando? — gli chiedemmo, al ricordo dei suoi abituali rimpianti.— Per l’Italia? Ah, non ci vado mica in Italia. Ah no, andrò all’Asmara, forse; in Italia ritornerò quest’altr’anno. Che cosa mi servirebbe adesso? Del resto all’Asmara ci si diverte, così mi hanno detto, almeno. Sono due anni che ci manco.— E poi avrai altri lavori di strade?— Ah, non so. Per adesso non so. Non ho proprio nessuna idea, per adesso. Aveva lavorato, non c’era dubbio, aveva ritrovato ai 50 gradi all’ombra un po’ di fiducia in se stesso, era mutato considerevolmente, non si poteva negare. Qualche cosa di provvisorio permaneva tuttavia in lui, nella sua soddisfazione, nella sua veloce ricchezza, nei suoi progetti asmarini. Lo vedevamo già ripiombato nell’apatia di prima, ciondolante nei vestiboli degli alberghi, in attesa che l’Africa si accorgesse ancora una volta di lui, sia pure per poco, e gli aprisse la porta. Intanto gli anni passavano (quaggiù più veloci che mai), tra qualche tempo la sua giovinezza sarebbe finita. Bondini, o Bondrini che fosse, si sarebbe trovato solo, senza uno scopo di vita, nel mezzo dell’Africa, col suo generico desiderio di tornare in Italia e nient’altro. Gli anni lo avrebbero scavalcato, lui non sarebbe stato più buono di tenere il loro passo infernale e sarebbe rimasto indietro, tra la polvere della strada, fermo, guardando i suoi vecchi compagni sparire nel fondo. Era già tardi e lo salutammo per andare a dormire. Al mattino successivo partivamo da Dessìè senza averlo rivisto. Guardate adesso quella specie di piatta valle coperta di boscaglia verde. Tutt’attorno, a perdita d’occhio, c’è ugualmente boscaglia, la meravigliosa boscaglia d’Africa, ma è più rada, più bassa, molto più gialla. Giù nella valle le acacie ombrellifere crescono invece sotto forma di autentici alberi, grossi come i nostri, a migliaia e migliaia. Vedete adesso quell’uomo in casco e sahariana che ci ha fatto segno di fermare? È ancora lui, naturalmente, Bondini o Bondrini, non lo sappiamo ancora bene (e probabilmente non lo sapremo mai). Ce ne eravamo del tutto dimenticati, a essere sinceri. Se non si fosse fatto avanti lui, in mezzo alla pista, e non avesse fatto segno di fermare, noi saremmo passati avanti. Tutt’al più gli avremmo rivolto un saluto romano, come si fa ad ogni bianco incontrato in località solitarie. Stentammo a riconoscerlo perché sotto i baffi caucasici si era lasciato venir su una barba da selva, pure biondiccia. Non portava più il completo grigio, come si è detto, ma una sahariana, piuttosto indecente. Non c’era dubbio però che il vecchio vestito riposasse, in attesa di tempi migliori, entro il bauletto-armadio, sotto la tenda che Bondini abitava, eretta nel cuore del bosco. Si trovava laggiù da due mesi a tagliare alberi e a farne carbone, unico bianco. Gli era tornata la malaria, più forte che non in Dancalia. Questo però non aveva depresso il suo animo. Mai lo avevamo visto più vivace ed allegro. Fu il primo ad ammettere la rara bruttezza della sua barba, ci trattò come antichi compagni d’infanzia e siccome non aveva assolutamente un buco da farci dormire ci strappò la formale promessa (mai mantenuta) di una nostra più lunga visita per il mese successivo; a quell’epoca infatti sarebbe stata pronta una baracchetta di legno, capace di accogliere perfino tre uomini in una volta sola. Ci parlò, non del suo lavoro, ma dei negri che lo aiutavano, in termini umani e affettuosi. Ci parlò dei facoceri che abitavano il bosco, ci disse come all’imbrunire, terminato il lavoro, egli spesso si arrampicasse su un albero, sulla riva di un fiumiciattolo, ad osservare le loro manovre (le cignalesse — raccontava — erano di una prudenza infinita ed ispezionavano i dintorni metro a metro, per timore di insidie, prima di avviare i facocerini sul terreno scoperto, verso l’abbeverata). Ci disse infine come attendesse un camion che lo doveva portare a Diredaua, per alcuni giorni di riposo. Mano mano che l’Africa si andava impadronendo di lui e della sua vita, i desideri di Bondini parevano ridurre progressivamente il loro respiro. Una volta era il ritorno in Italia ad apparirgli l’unica speranza. Poi fu l’Asmara che risplendeva alla mente sua — giù nelle solitudini dancale — come un conturbante miraggio, per nulla dissimile dalle grandi città dei romanzi, popolate di occasioni e di amori. Oggi niente più di Diredaua bastava ad appagare i suoi sogni mondani. Ch’egli si fosse veramente dimenticato l’esistenza dell’Europa, dell’umanità diversa ed immensa, accalcata tra meravigliosi palazzi (anche se tetri) lungo strade fiammeggianti tutta notte di candide luci? Erano le aspirazioni sue divenute in un certo senso provinciali e meschine? Oppure si era compiuta una sempre maggiore rinuncia, un fondo mutamento d’animo, lui stesso inconsapevole? — Dovresti averlo incontrato per la strada, il mio camion — ci disse. — È partito questa mattina, nella stessa direzione tua — e si manifestava nella sua voce un’improvvisa inquietudine. — Dimmi: non l’hai visto? A quest’ora dovrebbe essere arrivato. Sí, l’avevamo visto, infossato di sbieco in una buca profonda, con attorno una decina di negri vocianti, che cercavano inutilmente di smuoverlo; mentre l’autista, disumanato dal caldo e dalla fatica, dirigeva l’assurda manovra con lo scarso impegno di chi agisce solo per scrupolo, tanto era evidente che nulla si poteva fare senza un aiuto meccanico. — No — mentimmo per evitargli il dispiacere in nostra presenza. — Non abbiamo visto nessun camion per la strada. Ma ci sono tante deviazioni, prima del fiume. Potremmo benissimo averlo superato senza accorgerci.— Deve essere così. — fece lui. — Deve essere così, altrimenti non si spiega. E io che dovevo essere a Diredaua domani! Il mancato arrivo del camion cominciava ad avvelenargli la gioia del nostro incontro; e nei suoi occhi leggemmo una supplica, affinché noi lo conducessimo a Diredaua con la nostra automobile (intanto la luce tra le piante si faceva più stanca e molti uccelli ricominciavano a cantare). Crudemente facemmo finta di niente: avevamo dopo tutto il nostro programma, l’itinerario fissato ci conduceva esattamente dalla parte opposta, accontentare Bondini voleva dire perdere una intera giornata. — Tra poco sarà qui, vedrai — osammo insistere. — Se lo abbiamo sorpassato vicino al fiume non ci potrà mettere tanto! — Questa maledetta carbonaia! — imprecò lui all’improvviso. — È un mese che non vedo un bianco, avrò pure il diritto di andare a fare un bagno! E quei porci là, capaci di non averlo neanche mandato il camion! Come se lo facessero gratis! Già, qui potrei crepare dieci volte prima che arrivi qualcuno! Era chiaro che anche questa storia della carbonai non sarebbe potuta durare. Qualche biglietto da mille ne sarebbe uscito, ma poi? Doveva esaurirsi là il cammino della sua vita? Non avrebbe egli ricominciato, entro breve termine, a spendere le residue giornate di giovinezza in un vestibolo d’albergo, fissando con sguardi atoni la porta a vetri aprirsi e chiudersi, passare su e giù gli uomini e le donne, la gente a lui sempre più estranea, fortemente ancorata alla vita? — E dopo? — gli chiedemmo. — Dopo, che cosa pensi di fare? — Dopo cosa?— Mah, non potrai mica rimanere sempre in questa fossa. Sarà questione di un anno al massimo, penso. Ah, già — rispose lui interdetto, come se gli avessimo richiamato alla mente uno sgradito debito da pagare. — Ma per adesso non ci penso. Per la terza volta lo dimenticammo, per la terza volta la sua immagine fu travolta dalle mille altre sopraggiungenti, e noi ce n’andammo per diversa strada (senza tener testa neppure noi all’irreparabile fuga del tempo). Bisognerà fare un discreto cammino attraverso l’Etiopia, lasciare le vie bitumate e piegare lateralmente, giù per quella pista rossa; e poi ancora scegliere la via più stretta e disagevole quando saremo arrivati al bivio; e in seguito sempre così, per parecchie volte, là dove la strada si biforca scegliere sempre delle due la peggiore e più infida. Resistendo alle lusinghe del meglio, bisognerà allontanarsi molto dagli uomini che portano cravatte e si fermano al bar. E alla fine, quando saremo fermamente convinti di aver oltrepassato ogni confine possibile e di essere i primi, assolutamente i primi, a calpestare la terra, allora si incontrerà una specie di capanna fatta di canne e di fango. Essa sorgerà ai limiti del deserto, pendendo sopra di lei a perpendicolo, ignara di pietà, la massa incandescente del sole. E l’uomo che l’abita sarà lui ancora, Bondini o Bondrini, come voi preferite. Questa volta egli sarà ufficiale dell’esercito, chissà mai come, regio residente della sperdutissima plaga. Non avrà più la barba né i baffi, così da riuscire difficilmente riconoscibile; e nella sua cassetta d’ordinanza sarà inutile cercare il celebre completo grigio col rammendo sul gomito destro, vestito dileguato per sempre. I suoi occhi avranno una dolcezza ferma, come mai avevano avuto. Verso di noi egli sarà sempre buono e cordiale, ma senza alcuna intemperanza di gioia, come chi sa che è inutile farsi illusioni e tra poche ore ritornerà ad essere solo. Eccolo finalmente arrivato. Presto o tardi, come ufficiale di complemento, egli sarà messo in congedo, dovrà andarsene e cercare una sorte nuova. Ma non c’è più motivo di darsi pensiero. Qualche cosa di provvisorio ed ansioso era in lui, una volta, e adesso è scomparso. Non più ragione di tormentarsi. Inutile anche dire: oggi è così ma così non potrà continuare. L’attesa è finita, la porta famosa si è aperta da un pezzo e lui ha potuto entrare. Ha oltrepassato la soglia e gli è parso per un momento di essere stato tradito, di avere sprecato la vita, che al di là non ci fosse nulla, nessuno ad attenderlo, soltanto una specie di vuoto immobile e caldo. Eppure spento è il desiderio di fuga, stanchi i futili sogni, abbandonata la via che avrebbe dovuto condurre alla grande occasione. Nei precedenti incontri ci era parso (senza pensare male di lui) che ogni volta avesse sceso un gradino, sempre più in basso, verso la miseria dell’animo. Adesso non più, adesso risultava un uomo armonizzato col mondo, per guardarlo stavolta noi dovevamo alzare gli sguardi. Si era accorto in tempo di non poter camminare bene fino a che gli imbelli fili della nostalgia lo tenevano legato alle spalle; e li aveva tagliati, lasciando dietro di sé per sempre i paradisi borghesi. Sì, anche nelle solitudini dell’Africa, sulle foreste, sui monti corrosi, sopra le steppe e paludi, il tempo continua a passare, come in ogni parte del mondo, ma è un pensiero che non fa male. Andare lontano o no, il conto tornerà lo stesso, si sarà pur sempre arrivati il giorno che qualcuno ci toccherà lievemente una spalla avvertendoci che il gioco sta per finire. Siccome era sera, ci sedemmo all’aperto, dinanzi alla capanna, in nodo da ripararci dai raggi del sole, che erano quasi orizzontali. Il tenente Bandini era vestito assai male, pressapoco come al tempo della carbonai. Ma i suoi ascari non pareva se ne accorgessero, loro così vanitosi e maniaci delle belle divise; si sarebbe detto al contrario lo considerassero una specie di dio, assolutamente a parte della restante specie. Ciò traspariva dal meraviglioso rispetto per lui, dai saluti e dagli attenti perfettissimi, degni di corazzieri, nonostante la lontananza da ogni organizzazione umana. — È un caso se mi hai trovato — disse lui, mai staccandosi dalle sue labbra il bonario sorriso degli uomini vicini alla natura. — Oggi doveva arrivare un collega a sostituirmi per una ventina di giorni. Sei almeno di viaggio, dieci a Gimma e sei di ritorno. Invece non è venuto. Da canneti non lontani salivano, con l’approssimarsi della notte, velami di nebbia, non densa, lieve; ma bastavano ad offuscare i profili di certe montagne gibbose, color leone, che emergevano parecchi chilometri al nord. Voci isolate di bestie cominciarono a udirsi, rauche e nuove per noi. La cupola nera della notte si chiudeva sul mondo. — Deve essere per via delle piogge. Sui monti è cominciato a piovere, i fiumi sono già grossi, per due mesi almeno da quella parte non si potrà più passare. — E tu come fai allora? Chi ti porterà da mangiare?— Oh, da mangiare ne trovo qui anche troppo. È pieno di bestie, qui. L’idea di non poter più partire, di dover restare isolato forse per mesi (difficile che lo rifornissero per la via donde noi eravamo giunti) non lo inquietava. Altro che una volta! Egli accese una sigaretta. Gli chiedemmo: — E in Italia? Quando pensi di tornare in Italia? — In Italia? — fece lui con un certo stupore. Si quel nome gli ricordava molte cose care, non c’era dubbio, ma egli avrebbe preferito non udirlo. Perché risvegliare gli ultimi rimpianti, duri a morire, che lui era riuscito a addormentare? — Sì, in Italia. Tornerai bene in Italia una volta o l’altra!— Chi lo sa? — disse, sereno. — Non so proprio. Che cosa ci andrei a fare oramai? — E accentuò il suo sorriso, pacificato, senza la più lontana amarezza. Anno Primo - N. 2 - 15 Marzo 1940 #primato #dinobuzzati #etiopia #addisabeba
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