Pastore: “La partita l'avete vista tutti e c'è poco da commentare: sono stati eroici” (Gabriele Gravina). “Erano anni che non si vedeva un'Italia con un cuore così” (Gennaro Gattuso). La mattina del 1° aprile, il giorno deputato agli scherzi, la Nazionale Italiana si scopre più kafkiana del popolo kafkiano per eccellenza, i ceki che almeno loro al Mondiale, dopo 20 anni, ci sono tornati. Se un tuo caro amico nega ripetutamente la realtà spesso soffre di una qualche patologia; però, quando la cosa si accompagna alla malafede e sa di presa in giro, la tentazione di bloccarlo per sempre su Whatsapp è molto forte. Ma come si fa a bloccare la Nazionale?
Bisognerebbe impedirle di nuocere a sé stessa, accompagnando all'uscita certe facce, certi modi di dire, certe usanze calcisticamente preistoriche. Sapere per esempio che essere stati tre fuoriclasse sul campo come Gattuso, Buffon e Bonucci – alfieri della retorica del Gruppo e della politica delle Cene a cui abbiamo misericordiosamente dato credito in queste settimane – non significa automaticamente essere tre fuoriclasse della dirigenza sportiva. Che portarsi Raspadori, Scamacca e Cambiaghi senza mai poterli o volerli utilizzare è un discreto nonsense se alla fine devi fare gol, o anche solo battere un rigore. Che non basta mettere Dimarco a tutta fascia in un 3-5-2 per ottenere lo stesso rendimento dell'Inter, se poi lo fai giocare stabilmente nella tua metà campo, perché nell'Inter è cinque anni che non gioca mai nella sua metà campo (e ci sarà un motivo, abilmente svelato dalla Bosnia: perché va in affanno ogni volta che viene puntato da un qualunque esterno). Che convocare Calafiori primo in classifica in Premier League per impiegarlo in questo modo è come invitare un tennista a giocare a ping pong: sì, magari per cinque minuti si diverte, ma insomma... Eccetera, eccetera, eccetera. Fallisce, di nuovo e ancora più splendidamente, l'Italia dei senza-coraggio e dei senza-carisma, l'Italia della retorica e dell'improvvisazione. L'Italia che nel calcio come ovunque sa solo avere paura, e pretende pure di spiegarti che nel 2026 avere paura è segno di intelligenza. L'immagine simbolo della disfatta di Zenica non è Kean che si mangia lo 0-2 o Bastoni che prosegue nella sua opera di auto-sabotaggio: è il buon Barbarez, un ex pokerista prestato al mestiere di ct, che spazientito fa il segno dell'orologio per le perdite di tempo di capitan Donnarumma al minuto 41, quando eravamo ancora in parità numerica. Tempo venti secondi e saremmo rimasti in dieci: come diceva il poeta, era già tutto previsto”.