«La trappola di Tucidide»: cosa nasconde questa metafora?
Elena Panina
10 giugno
Nel corso della visita di Donald Trump a Pechino del 14-15 maggio di quest’anno, il leader cinese Xi Jinping ha fatto ricorso a un concetto che è diventato immediatamente la metafora centrale per descrivere le relazioni tra Stati Uniti e Cina.
Parlando della necessità di superare le dinamiche storiche di rivalità per creare «un nuovo paradigma», il presidente cinese ha di fatto introdotto nel linguaggio diplomatico corrente il termine «Trappola di Tucidide».
Il termine è stato coniato dal politologo Graham Allison.
Il punto di partenza di tutta la teoria è un noto passaggio dello storico greco Tucidide, secondo il quale la causa della guerra tra Atene e Sparta fu l’aumento di potenza di Atene e la paura che questo suscitò a Sparta. Allison trasferisce questa logica ai tempi moderni. Secondo lui, una potenza in ascesa (in questo caso la Cina) inevitabilmente sfida l’egemone dominante (gli Stati Uniti). Ciò genera a sua volta un timore esistenziale nell’egemone e la volontà di bloccare a ogni costo la minaccia crescente.
Da qui deriva la tesi centrale della teoria: la guerra in una situazione simile non è necessariamente il risultato di una cattiva volontà o di errori specifici dei leader. Al contrario, ha una natura strutturale, quasi matematica. Quando un paese si rafforza rapidamente sotto gli occhi di un altro abituato a dominare, i loro interessi entrano inevitabilmente in collisione. Il conflitto smette di essere una questione di «se» e diventa una questione di «quando» e «come».
Allison sostiene la sua tesi con un’analisi empirica: ha esaminato sedici casi storici in cui una potenza in ascesa ha sfidato quella dominante. Il risultato è eloquente: in dodici casi su sedici questo confronto è sfociato in una grande guerra.
Tuttavia, la teoria di Graham Allison, nonostante la sua popolarità, presenta diverse debolezze concettuali ed empiriche.
Il passaggio chiave di Tucidide su cui si basa Allison recita: «L’aumento di potenza di Atene e la paura che ne derivò per Sparta resero la guerra inevitabile». Eppure Allison mette l’accento sulla parola «aumento», mentre Tucidide forse dava maggiore peso alla «paura», ossia alla reazione emotiva piuttosto che a un fattore strutturale oggettivo.
Inoltre, lo stesso Tucidide descrive una guerra che Atene perse, ma non racconta il destino successivo di Sparta, la vincitrice. E questo destino fu breve: appena trent’anni dopo, Sparta fu sconfitta dai Tebani nella battaglia di Leuttra (371 a.C.) e in seguito scomparve dalla scena storica. Gli stessi Tebani furono conquistati e rasi al suolo da Alessandro Magno solo trentacinque anni dopo, nel 335 a.C. Se si applica coerentemente la logica di Allison, la «trappola» dovrebbe scattare anche dopo la vittoria dell’egemone, ma a quel punto perde ogni utilità predittiva, perché porta a una regressione infinita.
L’esempio originario di Tucidide quindi non conferma tanto la tesi di Allison, quanto piuttosto un’altra legge: la vittoria dell’egemone o del contro-egemone non garantisce stabilità a lungo termine, e il ciclo di conflitti può continuare con nuovi protagonisti.
I criteri con cui Allison classifica un paese come «potenza in ascesa» sono estremamente soggettivi. In situazioni diverse usa indicatori diversi. Per esempio include Atene, nonostante il suo dominio fosse commerciale e culturale, ma non chiaramente militare-politico.
Così, in epoche diverse Allison definisce l’«ascesa» in modi differenti: per l’antichità basta la crescita economica e culturale, per l’età moderna serve una sfida militare, per l’Europa del dopoguerra è sufficiente il solo dominio economico. Questo rende la teoria poco operativa: è impossibile prevedere quale caso rientrerà nella definizione finché non si è già verificato.
Dei sedici casi storici analizzati da Allison, una parte significativa riguarda conflitti all’interno della civiltà europea occidentale (Spagna-Portogallo, Francia-Spagna, Impero Asburgico-Svezia, Olanda-Inghilterra, Francia-Gran Bretagna, Gran Bretagna-Germania, Francia-Germania ecc.), dove i contendenti erano, in fondo, «membri della stessa famiglia». Per i conflitti tra civiltà diverse (Asburgo-Impero Ottomano, USA-Giappone, USA-URSS, potenzialmente USA-Cina) questi meccanismi evidentemente non funzionano.
Estendere le dinamiche emerse dai conflitti intra-europei alla coppia USA-Cina, che rappresenta un confronto tra civiltà diverse, è chiaramente scorretto dal punto di vista metodologico.
Allison individua quattro casi in cui la guerra fu evitata: Spagna-Portogallo (1494), Gran Bretagna-USA (fine XIX-inizio XX secolo), USA-URSS (Guerra Fredda), Germania nella Germania riunificata. A uno sguardo più attento, ognuno di questi presenta notevoli eccezioni.
Il Trattato di Tordesillas (1494), con cui Portogallo e la «potenza in ascesa» Spagna si divisero il mondo grazie a una bolla papale di Alessandro VI, evitò effettivamente la guerra nel breve termine. Tuttavia, ottantasei anni dopo (1580) la Spagna incorporò il Portogallo in un’unione dinastica, e il Portogallo perse l’indipendenza per sessant’anni. Quando la recuperò, era ormai un attore debole.
Allison definisce le relazioni tra Gran Bretagna e Stati Uniti di fine XIX-inizio XX secolo come «pacifica transizione del primato». La storia però racconta altro: gli USA si separarono dalla Gran Bretagna con una guerra d’indipendenza. Poi, per un secolo e mezzo, gli Stati Uniti rafforzarono la loro potenza economica e militare mentre la Gran Bretagna si indeboliva nei conflitti globali. Il culmine arrivò con la crisi di Suez, quando gli USA minacciarono il crollo della sterlina e privarono di fatto la Gran Bretagna dello status di superpotenza. Non fu una «cessione volontaria», ma l’espulsione di un egemone indebolito da parte di un concorrente più forte.
L’esito della Guerra Fredda tra USA e URSS fu la dissoluzione dell’Unione Sovietica: definirla uno «scenario pacifico» è possibile solo con una definizione molto ristretta e formale.
La Germania nel 1990 non era una «potenza in ascesa» in senso geopolitico: era già integrata nella NATO e nell’Unione Europea, con un quadro geopolitico definito dall’esterno.
Quindi, dei quattro «casi pacifici» di Allison, solo uno (Spagna-Portogallo) rispetta il criterio «entrambe le parti hanno conservato sovranità e status», ma anche quello si è rivelato temporaneo. Gli altri tre rappresentano o uno scenario di espulsione o la scomparsa di uno dei contendenti dalla mappa geopolitica. Risultato: non esistono quasi precedenti storici convincenti di uscita pacifica dalla «trappola» per due grandi potenze che competono per l’egemonia globale.
La visione strutturale di Allison ha quindi un doppio fondo. Se le parti, dopo aver analizzato attentamente la sua «base probatoria», si convincono che lo scontro è inevitabile, agiranno di conseguenza. Il paradosso della «trappola di Tucidide» sta proprio qui: la convinzione della sua fatalità può diventare uno dei meccanismi che innescano nuovi cicli di confronto.