Il mago del Cremlino, il nuovo film di Olivier Assayas presentato lo scorso settembre al Festival di Venezia, avanza lontano dalla rigidità del racconto storico tradizionale e sceglie un’altra strada: quella dell’atmosfera, delle vibrazioni, dei corridoi del potere osservati più come scenografie teatrali che come aule di tribunale.
Il film racconta l’ascesa di Putin senza appesantirsi con la struttura del documentario, lasciando da parte la cronologia meticolosa per concentrarsi sul clima politico e culturale di una Russia in trasformazione, sospesa tra le rovine dell’Unione Sovietica e l’abbagliante caos del nuovo capitalismo. La Russia che scorre sullo schermo ha contorni quasi psichedelici: televisioni sempre accese, feste opulente, oligarchi che sembrano usciti da un circo decadente e una politica che assume la forma di uno spettacolo continuo. Il film illustra questa transizione come un’esperienza sensoriale, un vortice in cui ideologia, propaganda e intrattenimento si mescolano fino a diventare indistinguibili.
Al centro della storia si muove il personaggio interpretato da Paul Dano, un consigliere ambiguo e affascinante che attraversa il potere con la leggerezza di un illusionista. La sua figura richiama una versione moderna e caricaturale di Rasputin: un uomo capace di sedurre e manipolare con le parole, più vicino a un regista di spettacoli che a un politico tradizionale. Dano lo costruisce con un’interpretazione genuine e magnetica, fatta di sguardi trattenuti, esitazioni calcolate e un senso costante di mistero. Accanto a lui Jude Law offre un Putin glaciale e inquietante, una presenza che cresce scena dopo scena fino a diventare il centro gravitazionale di tutto il film. Il suo volto immobile, la postura rigida e il tono misurato trasformano il personaggio in una figura quasi astratta, un simbolo del potere che prende forma davanti agli occhi dello spettatore. . In questo teatro di manipolazioni e strategie si inserisce anche la figura interpretata da Alicia Vikander, presenza femminile inevitabile che porta nel film una tensione diversa, più intima e imprevedibile. Il suo personaggio affascina e respinge allo stesso tempo, come una partner degna di un mago: una donna che comprende il gioco del potere, ma che non si lascia mai assorbire del tutto, mantenendo un’aura di mistero che la rende tanto seducente quanto inaccessibile. Il film diventa così un racconto sulla costruzione dell’immagine politica, sulla nascita di un leader come prodotto di un sistema mediatico e culturale in continua mutazione. Il potere emerge come una narrazione, una messinscena collettiva in cui ogni gesto e ogni parola contribuiscono a creare un mito. Il mago del Cremlino si presenta quindi come un’opera politica che di politico, in fondo, non ha molto: facendo interfere lo spettatore nella storia russa, che affascina dal lato estetico e psicologico del potere ma con la capacità di trasformarla in un affresco visionario e inquietante, dove le immagini contano quanto gli eventi e i personaggi sembrano usciti da un sogno febbrile destinato, purtroppo, a diventare una glaciale realtà come l’inverno in Russia.
#IlmagodelCremlino (
#LemageduKremlin) arriva nelle sale il 12 febbraio.