Nel dicembre del 2023 mi trovavo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Ero lì per lavoro, e nella mia unica domenica libera ho deciso assieme a due colleghi di andare a caccia delle curiosità assurde del luogo che nelle settimane precedenti avevamo salvato su Instagram o nel segnalibro del browser.
Abbiamo scelto come prima tappa Ski Dubai, l’unico impianto sciistico del Paese. All’interno del Mall of the Emirates, uno dei centri commerciali più grandi al mondo, è stato costruito un impianto funzionante, con cannoni sparaneve e climatizzatori a simulare il clima montano. Nessuno di noi tre aveva né intenzione di pagare per l’ingresso né le conoscenze necessarie per evitare di schiantarsi, con degli sci ai piedi. Dopo un maldestro tentativo di ottenere una passeggiata in pista gratuitamente come giornalisti interessati a scriverne («avreste dovuto avvisarci prima», ci ha detto un gentile impiegato mediorientale vestito da elfo) ci siamo accontentati di guardare la struttura dalle enorme vetrate che la separano dal resto dei negozi. Persone imbacuccate di tutte le etnie si divertivano nella neve, sempre aiutate dai dipendenti/elfi.
Sul tetto della struttura la temperatura poteva raggiungere tranquillamente i 50°C, mentre all’interno restava stabilmente sotto lo zero. Io e i miei colleghi eravamo in trasferta a Dubai per seguire COP28, l’incontro negoziale sul clima delle Nazioni Unite ospitato in città. Quella pista da sci rappresentava, per noi che la guardavamo con lo sguardo dei reporter ambientali, un esempio estremo della capacità dell’uomo di sfidare i limiti degli ecosistemi. «Dell’uomo o del capitalismo?» ha chiesto una delle mie compagne di scampagnata mentre cercavamo di simulare l’esperienza del freddo con un gelato emiratino (buono!). Per portare i pinguini nel mezzo del deserto arabico erano serviti i soldi del petrolio su cui Dubai basa la sua ricchezza, un pubblico disposto a spendere per andare a vederli e un sistema legale, politico, mediatico che non abbia nulla da eccepire su quella maniera di usare un bene prezioso ed ecologicamente delicato come l’energia.
Usciti dal Mall of Emirates, siamo andati verso la seconda tappa della giornata. A Dubai, gli emiratini sono una minoranza. La gran parte della popolazione è composta da immigrati asiatici, come gli elfi di cui sopra, che di giorno lavorano in centro, ma la notte vanno a dormire in periferia. Siamo andati a vedere una di quelle periferie. Dopo due settimane spese nella città più ricca del mondo - tutta grattacieli e luci - ci trovavamo in una zona non necessariamente tra le più povere che avessimo mai visto, ma sicuramente modesta. In ogni grande centro urbano del Pianeta si può passare dal lusso al disagio sociale con poche fermate di metro, ma in nessun posto il contrasto mi è sembrato forte come a Dubai. Ci siamo fermati in una piazzetta piena di bandiere emiratine per bere un the bengalese (buono!), pagandolo una cifra con la quale al Mall of Emirates non avremmo potuto nemmeno respirare, e poi siamo ripartiti.
Arrivata la sera, sono tornato all’ostello dove alloggiavo. Nella mia esperienza fino ad allora, la fauna che popola gli ostelli - sottoscritto compreso - è sempre abbastanza simile: giovani viaggiatori low cost o lavoratori che aspettano il primo stipendio per trovare una sistemazione migliore. Lì invece ho incontrato una nuova categoria: i milionari in temporanea difficoltà. L’ostello in cui avevo trovato posto era popolato da persone di tutte le età e le nazionalità, unite in maggioranza dal fatto di essersi trasferiti a Dubai con l’idea di far soldi. C’erano influencer o aspiranti tali, piccoli broker che passavano le giornate al computer a spulciare grafici di borsa, professionisti di ogni sorta. Il posto letto da pochi euro a notte era, per loro, solo il primo passo di una opulenta carriera.
Quella sera mi sono fermato a parlare con un est-europeo un po’ brillo nel piccolo balcone vista mare di cui disponevamo. Mi ha offerto diversi bicchieri di rum al cocco (buono!), e mi ha raccontato cosa lo portava in città. Mi ha detto di essere un chirurgo estetico, e che si era appena trasferito negli EAU per poter guadagnare quanto più possibile dal suo lavoro. Una volta messo abbastanza da parte, aveva intenzione di trasferirsi da qualche parte in America centrale - perché le cose costano meno e, cito, «le donne sono più belle». Non ha nascosto la sua delusione quando ha appreso che non mi trovavo a Dubai per una ragione simile, così come quando gli ho dovuto spiegare che nel corso della mia permanenza in città non era ancora andato a letto con nessuna ragazza («le centroamericane le trovi anche qui», si è però premurato di consigliarmi). Dopo un po’ si è congedato, e sono rimasto solo nel balcone dell’ostello. È in quel momento che ho deciso di occuparmi di capitalismo selvaggio.
«Capitalismo selvaggio» è il nome che in questo libro usiamo per descrivere la variante del capitalismo che si è imposta più o meno in tutto il mondo (e sicuramente nella nostra parte di mondo) a partire dal crollo dell’Unione Sovietica. Il primo capitolo racconta in cosa consista e perché nasca; il secondo come abbia conquistato rapidamente i Paesi occidentali; il quinto chi siano i protagonisti di questo nuovo sistema economico; l’ultimo capitolo prova a capire che cosa pensino.
In mezzo la storia di come un manager delle bibite gassate sia diventato un protagonista della politica estera statunitense, il ruolo di un piccolo gruppo di oscure realtà private nella gestione della pandemia da covid-19, le soluzioni fantascientifiche alla crisi climatica, l’ascesa dei tecno-oligarchi a là Elon Musk e Peter Thiel, l’esplosione dei grandi fondi d’investimento, la colonizzazione di Marte, una giovane operaia del Tennessee che finisce nei guai per una brutta storia di criptovalute e un suo coetaneo di Seattle che vuole farci fare amicizia con la sua intelligenza artificiale.
Se avrò fatto un buon lavoro, dopo averlo letto vi sentirete come mi sono sentito io quando sono rimasto solo sul balcone dell’ostello a riepilogare la giornata emiratina appena conclusa: un po’ affascinato, un po’ spaventato, molto curioso.