Sempre. Ma solo se è nero
A Rogoredo un poliziotto ha sparato e un uomo è morto. L’ipotesi che si consolida è omicidio volontario. Le indagini dovranno stabilire se quell’agente chiedesse il pizzo agli spacciatori, se abbia costruito una messinscena con una pistola finta per giustificare il colpo, se abbia ammazzato un uomo disarmato. I fatti li accerterà la magistratura. Non i tweet, non le raccolte fondi, non i comunicati scritti col pilota automatico della propaganda.
Perché questo è successo. Nelle ore immediatamente successive, prima che emergesse un solo elemento investigativo, prima che si capisse qualcosa, Matteo Salvini ha scritto: «Sempre con la polizia». La Lega ha lanciato una raccolta fondi per pagare l’avvocato dell’agente. Si è ricominciato a parlare di scudi normativi, di norme che allarghino l’area dell’impunità per chi porta una divisa. Il copione è sempre lo stesso. Identico. Automatico.
Quel «sempre» è la parola che andrebbe scolpita e studiata. Sempre, a prescindere dai fatti. Sempre, anche se le accuse parlano di estorsione. Sempre, anche se il colpo è stato esploso contro un uomo che non aveva niente in mano. Sempre. Il problema è che quel sempre ha una costante che nessuno può più fingere di non vedere: scatta ogni volta che la vittima è un extracomunitario. Ogni volta. Quando muore un italiano in circostanze analoghe, il silenzio è assordante. L’enfasi scompare. La macchina della solidarietà preventiva verso chi ha sparato non si accende.
Lo schema è sempre quello. Vittima straniera: solidarietà immediata con chi ha sparato, raccolta fondi, invocazione di scudi normativi. Vittima italiana: silenzio, attesa, nessuna mobilitazione. Ripetuto abbastanza volte, questo schema smette di essere un caso e diventa una scelta. Ha un nome preciso. Si chiama razzismo. Quando viene praticato da un partito di governo, da un vicepresidente del Consiglio, si chiama razzismo istituzionale. Non è un’accusa lanciata per provocare. È la descrizione di un meccanismo che chiunque può verificare.
Salvini e la Lega hanno costruito un meccanismo che funziona così: prima si schierano, poi (forse) leggono le carte. Prima delegittimano l’indagine, poi invocano il garantismo. Prima raccolgono soldi per la difesa, poi si chiedono cos’è successo. Nel frattempo la realtà li ha già travolti. L’agente ha tentato un depistaggio e sono stati i suoi stessi colleghi a smentirlo, a smontare la sua versione pezzo per pezzo. La polizia vera, quella che lavora, non ha avuto bisogno di Salvini per fare il suo mestiere. Anzi. Mentre gli agenti facevano quello che dovevano fare (indagare, anche su uno dei loro), il vicepresidente del Consiglio raccoglieva fondi per difendere un uomo che i suoi stessi colleghi stavano scaricando. La scena è grottesca prima ancora che politicamente indifendibile: Salvini più leghista dei poliziotti, più realista del re, aggrappato a un «sempre» che ormai non regge nemmeno dentro la questura.
Ogni poliziotto onesto, ogni agente che rischia la vita per strada, dovrebbe pretendere che si faccia piena luce su un fatto del genere. La credibilità della divisa si costruisce con la trasparenza, non con l’omertà istituzionale. Difendere a priori chi è indagato per omicidio volontario, soprattutto quando la vittima è uno straniero, non protegge la polizia. La infanga. Trasforma la sicurezza in propaganda identitaria, la divisa in un’uniforme di impunità.
Qui non è in gioco solo un fatto di cronaca. È in gioco l’idea stessa di democrazia. Se l’appartenenza etnica della vittima decide il livello di indignazione, se il controllo giudiziario diventa un fastidio da neutralizzare, se un partito di governo si colloca sistematicamente dalla parte dell’illegalità (non per errore, per scelta culturale), allora la deriva autoritaria non è una formula retorica. È quello che sta succedendo. Un pezzo alla volta, un «sempre» alla volta, un morto alla volta.