Sedicimilanovecento euro lordi all’anno. Questa è la cifra che i tassisti italiani dichiarano in media al fisco. Tradotto: meno di mille e quattrocento al mese, meno di un operaio metalmeccanico, meno di una cassiera al supermercato.
Poi sali su un taxi a Roma, da Termini a Trastevere, e ti tirano fuori venti euro per quattro chilometri. Fai il conto di quante corse fanno in un giorno, moltiplica per i giorni lavorati, e capisci che quella dichiarazione è una barzelletta che raccontano allo Stato mentre noi tutti paghiamo le tasse fino all’ultimo centesimo.
Non è evasione, è proprio un altro livello. È furto legalizzato, con tanto di protezione politica. Salvini ogni volta che si parla di liberalizzare le licenze, di aumentare i controlli, di mettere un POS che funzioni davvero, si mette di traverso. Li difende come fossero una minoranza oppressa, quando sono una corporazione che tiene in ostaggio le città italiane da decenni.
E noi? Noi paghiamo. Paghiamo le loro pensioni, paghiamo la sanità che usano, paghiamo le strade su cui lavorano. Mentre loro dichiarano meno di chi pulisce i loro uffici.
La verità è che in qualsiasi paese serio questa cosa sarebbe già finita. Da noi invece diventa programma di governo.