✍🏻 Roberto Damico
Ieri è circolata una notizia che, come molte notizie scomode, non ha fatto alcun rumore. Un trafiletto, letto di fretta, già dimenticato.
Aleksandr Lukashenko — il dittatore bielorusso — ha contattato Emmanuel Macron chiedendo che fosse lui, non Giorgia Meloni, a fare da mediatore tra Russia e Unione Europea. Motivazione dichiarata, senza perifrasi: "Meloni è una donna."
Punto. Una donna non è all'altezza. Una donna deve lasciare spazio agli uomini. Detto apertamente, senza vergogna, da un capo di Stato che è a tutti gli effetti un vassallo di Vladimir Putin.
Ora: Giorgia Meloni è la prima donna presidente del Consiglio nella storia italiana. È una rottura reale, non simbolica — una donna ai massimi livelli della politica europea, in un contesto in cui il potere è stato storicamente maschile. E un dittatore l'ha esclusa esplicitamente da un ruolo diplomatico perché donna.
La reazione delle femministe italiane? Silenzio. Quella delle associazioni per i diritti delle donne? Silenzio. Quella della sinistra che riempie le piazze il 25 novembre? Silenzio.
Non una dichiarazione. Non un post. Non una parola di solidarietà per Meloni, non una di condanna per Lukashenko.
La spiegazione è semplice: per una parte della sinistra italiana — quella campista, quella che legge l'invasione russa come resistenza all'imperialismo americano — Putin non è un problema. È un punto di riferimento. E se Putin, attraverso Lukashenko, insulta una donna in quanto donna, questa parte della sinistra non si indigna. Tace. Perché la donna è Meloni. E Meloni è l'avversaria.
Vale la pena ricordare un precedente. Nel marzo 2021, durante la visita ufficiale a Mosca di Ursula von der Leyen e Josep Borrell, Putin fece accomodare Borrell sull'unica sedia disponibile, lasciando von der Leyen in piedi — un gesto deliberato, documentato, inequivocabile. Anche allora: nessuna reazione significativa dalla sinistra italiana, nessuna solidarietà, nessuna condanna. Perché von der Leyen non era "dalla parte giusta".
Il meccanismo è sempre lo stesso: il sessismo è un problema quando colpisce le donne che fanno comodo. Quando colpisce le altre, diventa rumore di fondo. "Sorella, io ti credo" — ma solo se la sorella è palestinese, non israeliana. Solo se è di sinistra, non di destra.
L'Unione Europea, in questo contesto, avrebbe uno strumento potente: insistere che sia proprio Meloni — la donna che Lukashenko ha esplicitamente escluso — a ricoprire quel ruolo di mediatrice. Non per ragioni politiche, ma come risposta diretta: non accettiamo che una donna venga scartata perché donna. Probabilmente non lo farà. Ma l'episodio resta. E dice qualcosa di preciso su chi, in questo momento, incarna davvero il patriarcato — quello che esclude le donne dai luoghi di potere, non quello che vede oppressione in un fischio per strada — e su chi, per ragioni di convenienza politica, sceglie di non vederlo.