Esperti in Ai e analisi forense. Analisi generate da IA sono ipotetiche, non ufficiali. No responsabilità per inesattezze.

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Today’s case is not the story. It is the warning. Europe must assume that future AI access can be restricted, priced politically, or withdrawn at the worst possible moment. If that happens, regulation will not save us. Only talent, compute, and capital will. That is why Europe should do exactly what Antirez says: bring back European AI researchers with real salaries, put serious money behind GPU-rich labs, and concentrate them where they can build at frontier scale. The euro must become industrial power, not just monetary stability. Either Europe pays now to build its own AI capacity, or it will pay later as a dependent customer.
What Europe should do right now: 1. Call all the European researchers working on AI and return them back with same salary (or they can stay but switch career). 2. Fill EU places having GPUs with money, and put those people there. 3. AI partnerships with China India.
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#Garlasco #quartarepubblica Il punto più interessante del discorso di Palmegiani, peraltro molto dettagliato, è il modo e il momento in cui Alberto e Chiara si sono scambiati i video intimi prodotti: un'operazione che, come ci ha fatto capire dalla ricostruzione, richiese anche un certo ingegno ed un lavoro non trascurabile, indice, a mio avviso, di una determinata volontà di condivisione reciproca dei filmati creati. Difficile non notare il contrasto con lo scandalo che dovrebbe aver vissuto la vittima [secondo l'accusa] per quei quindici secondi di visione di immagini pornografiche da cui è poi scaturita una lite furibonda che poi ha portato all'omicidio.
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#garlasco L'impronta di Garlasco e il piede di Sempio: perché la consulenza della difesa prova meno di quanto annuncia La difesa di Andrea Sempio parla di una "prova formidabile": il suo piede sarebbe troppo largo per la scarpa che ha lasciato l'impronta insanguinata in casa Poggi, quindi incompatibile. I numeri citati: l'impronta è larga circa 9,5 cm (con mezzo centimetro di margine), la pianta di Sempio 11,3 cm, e la scarpa — una Frau numero 42 — sarebbe progettata per piante di massimo 9,2 cm. Sembra schiacciante. In realtà l'argomento incolonna misure diverse e dimostra meno di quanto promette. Punto per punto. 1. "Porta il 44" non vuol dire che il suo piede sia un 44. La taglia che compriamo non coincide con la lunghezza del piede: contiene per progetto uno spazio funzionale davanti alle dita, in genere 1,5-2 cm. Il numero europeo nasce dal sistema del "punto di Parigi" — ogni taglia vale due terzi di centimetro — ed è lì che quel margine è incorporato. Il piede di Sempio, misurato nella perizia, è circa 27 cm: tradotto, fa un 42-43, esattamente la taglia dell'impronta e la stessa stima dei carabinieri. Il "44" è solo ciò che acquista, e chi ha il piede largo spesso prende una lunghezza in più proprio per guadagnare spazio in larghezza. Usare il "44" come prova di estraneità, quindi, si ribalta contro chi lo cita. 2. Stanno confrontando tre cose diverse come se fossero la stessa. 11,3 cm è la larghezza dell'avampiede a piede nudo, tessuti molli inclusi, misurata sulle teste del primo e del quinto metatarso. 9,2 cm è il sottopiede interno della scarpa. 9,5 cm è il disegno della suola stampato a terra. Sono misure di tre oggetti diversi. È come confrontare la larghezza della mano, la fodera interna di un guanto e l'impronta che quel guanto lascia nell'inchiostro: numeri che non si possono incolonnare. Non a caso, in ambito forense una stessa misura di suola può corrispondere a un intervallo di taglie di calzatura: la suola non fissa una larghezza di piede univoca. 3. Il piede non è un blocco rigido, e una calzata di prova non risponde alla domanda giusta. Nel test del 4 giugno la difesa ha fatto provare a Sempio due paia di Frau in camoscio, taglia 42 e 43, concludendo che il piede "non entra". Ma una prova di calzata non è la domanda forense. Un conto è "questa scarpa gli sta comoda oggi"; un altro è "quel piede poteva produrre quell'impronta in un singolo appoggio, sotto la dinamica di un'aggressione". In una scarpa stretta ci si infila per qualche minuto, e l'impronta si forma lo stesso. Anzi: che la prova sia stata fatta in morbido camoscio, e non in un guscio rigido, semmai indebolisce l'idea di una barriera "fisica" — è tessuto che cede, non acciaio. 4. Dall'impronta non si misura la larghezza del piede con quella precisione. Nell'analisi delle impronte la lunghezza è il dato di riferimento; sulla larghezza la ricerca specifica è scarsa e le discrepanze sono note. Proprio perché è un terreno con letteratura limitata, costruirci sopra un'esclusione "fisica" è un salto che il metodo non regge. Più che una prova "formidabile" da una parte, qui c'è incertezza su tutta la linea — ed è esattamente perché serve una misurazione terza, non una calzata in trasmissione. Fonti: ISO 7250-1 (larghezza dell'avampiede); sistema del punto di Parigi e ISO/TS 19407/2025 (taglia europea ricavata dalla lunghezza del piede); ISO 9407 / Mondopoint; studi di morfologia del piede calzato vs scalzo.
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AI & Forensics Italia retweeted
Each time we release a model, we run the same test: give it code that trains a small AI model, ask the new model to speed it up. It takes a skilled human 4-8 hours to reach 4x faster. In May 2024, Claude Opus 4 averaged a ~3x speedup. This April, Mythos Preview achieved ~52x.
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#Garlasco La signora Lucarelli mi ha bloccato (me ne rammarico), quindi non posso citare il post. (Allego foto). Va sottolineato, che sull' aplotipo Y la genetica ci dice anche quanto è raro: un uomo a caso, non parente di Sempio, che combaci con quel cromosoma è circa 1 su 476 (Europa occ.) o 1 su 2153 (mondo). [DATI PERIZIA ALBANI] Cioè lo 0,05–0,2%. Ma questa è la probabilità "da sola", senza contesto. Per quella vera serve Bayes: parti da quanto il contesto già punta a una persona, e la genetica moltiplica. Il numero genetico non cambia mai: cambia solo su cosa lo moltiplichi. Per Esempio. La genetica dà lo stesso identico numero a Sempio e a suo padre (o avo portoghese), perché l'aplotipo Y è uguale in tutta la linea paterna: il test non li distingue. Il padre: niente lo collega a Chiara o alla scena. Punto di partenza = zero. Anche moltiplicato, resta zero. Nessuno pensa al padre, ed è giusto così. Sempio: il contesto lo mette già nel quadro per altri motivi. Punto di partenza più alto. Lo stesso dato genetico, moltiplicato, lo alza parecchio. Stesso DNA, due risultati diversi. Non perché dica cose diverse — dice la stessa cosa — ma perché parte da contesti diversi. Ecco perché "è raro" e "è suo" non sono la stessa frase.
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#Garlasco Ho ascoltato questa ipotesi (che avevo già sentito in altre trasmissioni) e merita una risposta serena e con il massimo rispetto, perché è un'intuizione comprensibile che però, alla prova dei reperti, racconta qualcosa di diverso. Il ragionamento è questo: un uomo robusto e prestante avrebbe ucciso Chiara con uno o due colpi; visto che invece i colpi sono stati molti, allora poteva trattarsi di una donna o di un anziano, non di un uomo che l'avrebbe uccisa molto più in fretta. È un'idea suggestiva, ma poggia su un'assunzione che la medicina legale non conferma. Una precisazione, en passant: l'autopsia conta dodici *lesioni*, non necessariamente dodici colpi. La perizia avverte chiaramente che dal numero di lesioni — o di frammenti ossei — non si può risalire in modo affidabile al numero di colpi, e ne stima soltanto un minimo. Il punto che ridimensiona tutto, però, è un altro: Chiara era viva, cosciente e si è difesa. Lo dicono i reperti. Ci sono almeno cinque lesioni da difesa su braccia e mani, segni di colluttazione e un'aggressione durata 15-20 minuti. Una persona che si muove, para i colpi e tenta di fuggire non si "spegne" con un colpo netto: ed è proprio per questo che i colpi sono stati molti e nessuno subito risolutivo — non per la forza, o la presunta debolezza, di chi colpiva, ma perché il bersaglio reagiva. Colpire una sola volta in modo mortale qualcuno in movimento non è questione di muscoli, ma di sede e angolo d'impatto: e quello nessuna prestanza fisica lo garantisce. C'è poi una ragione anatomica precisa. I colpi al volto e alla fronte hanno prodotto fratture e ampie lacerazioni — la lesione 8 frattura persino il seno frontale — ma, come annota la perizia, nessuna è di per sé immediatamente mortale né invalidante: non spingono frammenti dentro l'encefalo e non raggiungono le strutture vitali. Diverso il complesso occipitale: lì colpi reiterati e ad alta energia, verosimilmente con il capo contro un piano rigido che impediva all'osso di cedere, hanno generato una frattura infossata e pluriframmentaria — almeno tredici frammenti — con schegge sospinte nel cervello. È questo lo sfacelo che ha portato a morte in pochi minuti, mentre i colpi al vertice possono aver causato la perdita di coscienza. Non "un colpo fortunato", dunque, ma una sede critica colpita più volte. E c'è l'aspetto decisivo: l'arma. Con un corpo contundente pesante e metallico, tipo un martello, l'energia che arriva all'osso dipende soprattutto dalla massa dell'attrezzo e dalla velocità del braccio, non dai bicipiti di chi lo impugna. L'attrezzo è un "moltiplicatore di forza": anche un soggetto non particolarmente robusto può fratturare un cranio. Per questo "molti colpi" non equivale a "persona debole", e non orienta né verso una donna né verso un anziano. La reiterazione, semmai, tende a essere letta come un fatto soprattutto comportamentale — impeto, rabbia, panico — più che come un indizio sul fisico dell'autore. In conclusione: il quadro delle lesioni è compatibile con moltissime persone diverse. Non punta verso una donna o un anziano, ma non li esclude — e non esclude affatto un uomo robusto. Non a caso la perizia, dettagliatissima, non deduce mai sesso o età di chi ha colpito: sarebbe scientificamente insostenibile.
"Mi sono chiesto.. anche guardando la scena del crimine, è possibile che una persona prestante.. con un certo fisico sia stato costretto a colpire più volte? Quindi ho immaginato si trattava O DI UNA DONNA O DI UNA PERSONA ANZIANA.. F. Amendolara @Vibraz_Lucane 22/5/26 #Garlasco
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#garlasco @bugalalla Non so se esista una parola abbastanza grande per stare accanto a un dolore così. Però c’è un pensiero che porto dentro, e che vorrei lasciarti piano. È solo quello che penso io, ma lo sento profondamente. Noi passiamo la vita a cercare di abbracciarci. Ci stringiamo forte, ci teniamo, ci tocchiamo come possiamo. Eppure la materia conserva sempre un suo piccolo segreto: tra due corpi resta una distanza invisibile, un margine sottilissimo che nemmeno l’amore riesce del tutto ad annullare. Ma tu, prima ancora di venire al mondo, hai conosciuto un abbraccio diverso. Il primo. Non un abbraccio dato con le braccia, ma con la vita stessa. Un istante in cui ciò che veniva dal tuo babbo e ciò che veniva dalla tua mamma non si è soltanto avvicinato: si è unito, si è mescolato, è diventato inizio. Per la prima volta. L’unica davvero senza distanza. È diventato te. Io penso che da quel momento il tuo babbo non sia stato solo qualcuno da amare fuori di te. È diventato anche una parte della materia con cui sei fatta. Una sillaba nel tuo sangue. Una traccia nel tuo sorriso. Una luce antica scritta nel corpo. Per questo credo che quel primo, unico vero abbraccio non finisca mai. Gli abbracci dopo possono mancare. Le mani possono non esserci più. La voce può diventare memoria. Ma la materia no: la materia resta, cambia forma, continua il suo viaggio dentro ciò che ha generato. E allora forse il tuo babbo non è soltanto andato via. Forse è tornato nel luogo in cui era stato fin dall’inizio: dentro di te. Nel tuo modo di vivere, di resistere, di amare. In quella parte profonda che nessuna assenza può cancellare. Perché il primo abbraccio che ti ha dato non ti ha soltanto stretta. Ti ha dato la vita. E ciò che ci crea, resta per sempre. Sentite condoglianze, David.
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Come dico da un anno a questa parte (e chi mi legge me lo può riconoscere), si possono fare tutte le ricostruzioni alternative di questo mondo per ogni dato oggettivo e ne abbiamo sentite tantissime e delle più disperate, DNA sui telecomandi, marche da bollo, podcast commentati e asini volanti. Poi arriva la procura ed in seguito, un giudice. E la scienza dimostra che gli asini, purtroppo per loro, non volano. #garlasco
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#Garlasco La perizia Dal Checco: Chiara Poggi vide il video di Sempio il 7 Agosto. A quasi vent'anni dal delitto di Garlasco, il giallo sull'omicidio di Chiara Poggi si arricchisce di un tassello che potrebbe riscrivere parte della narrazione processuale. Al centro dei riflettori c'è l'attesissima consulenza informatica firmata dal Dott. Paolo Dal Checco, depositata presso la Procura di Pavia nell'ambito del nuovo filone di indagine. I dati forensi, analizzati nel dettaglio nel video di @bugalalla Crime, svelano un fatto finora inedito e privo di condizionali: il 7 agosto 2007, a soli cinque giorni dalla sua tragica fine, Chiara Poggi aprì e visualizzò sul proprio computer un video che ritraeva Andrea Sempio a scuola con alcuni compagni. L'accesso, registrato precisamente alle ore 13:15, dimostra un'azione volontaria e diretta da parte della ragazza, che in quel momento si trovava da sola in casa. Nel video-approfondimento, la conduttrice, insieme all'ingegner Porta e al dottor Occhetti, analizza passo dopo passo i tre pilastri della perizia: il percorso di questo misterioso file video, i nodi irrisolti sull'archivio intimo "Albert" e i dettagli sulla "cartella militare" di Alberto Stasi. Un'analisi tecnica imprescindibile per capire come i metadati stiano offrendo una nuova chiave di lettura su una delle vicende di cronaca nera più complesse d'Italia. Link nel commento, vi consiglio la visione.
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"Dentro la penna", il caso podcast @GianlucaZanell2 @bugalalla: il dettaglio del caso #Garlasco che lo smartphone può chiarire Tempo di lettura: 3 minuti Tra gli elementi più discussi della nuova inchiesta sull'omicidio di Chiara Poggi c'è una breve frase pronunciata da Andrea Sempio il 14 aprile 2025, durante un'intercettazione ambientale in auto: "dentro la penna". Per la Procura di Pavia il riferimento sarebbe alla chiavetta USB su cui, secondo la nuova consulenza tecnica, sarebbero transitati per alcune settimane — e per giunta senza alcuna protezione, accessibili a chiunque ne avesse avuto possesso — i video intimi di Chiara e Alberto Stasi: un dettaglio che, sostiene l'accusa, soltanto chi avesse avuto accesso a quei file avrebbe potuto conoscere. Per la difesa, al contrario, Sempio non stava confessando nulla: in quei minuti, da solo in macchina, stava semplicemente commentando un podcast sul caso ascoltato in sottofondo. Le due tesi sono incompatibili e l'opinione pubblica si è divisa. Eppure esiste un modo oggettivo per chiarire cosa Sempio stesse davvero ascoltando: chiederlo al suo telefono. Gli smartphone moderni tengono traccia di moltissime attività dell'utente. Non è sorveglianza nascosta, ma il normale funzionamento del sistema operativo, che registra quali applicazioni sono attive, quando lo schermo è acceso e quale audio viene riprodotto. Sono archivi tecnici invisibili all'utente comune, ma per l'informatica forense costituiscono una sorta di diario minuto per minuto del dispositivo, indipendente dalla volontà di chi lo usa. Da una copia forense, eseguita al momento del sequestro, è possibile ricostruire la cronologia di riproduzione di YouTube, Spotify, Apple Podcasts e di qualunque altro contenuto audio o video. Anche quando l'utente cancella le tracce visibili, molti dati restano e gli strumenti specialistici sanno recuperarli. C'è poi un aspetto che merita di essere sottolineato. Se la difesa sostenesse che il riferimento alla chiavetta non era nel podcast in onda in quel preciso momento, ma in un altro contenuto ascoltato in precedenza, anche questa ipotesi sarebbe verificabile. L'analisi non si limita all'intervallo dell'intercettazione: ricostruisce l'intera cronologia di ascolto nei giorni e nelle settimane precedenti, individuando ogni singolo podcast, video o trasmissione che Sempio abbia riprodotto. Quella lista può essere sottoposta a verifica puntuale, contenuto per contenuto, per accertare se in uno solo di essi compaia un riferimento alla pendrive nei termini in cui Sempio ne parla. Se non emerge in nessun ascolto pregresso, la spiegazione del "l'aveva sentito da qualche parte" perde qualunque appiglio fattuale. In un'indagine di questa portata è praticamente certo che la copia forense sia stata acquisita già al momento delle perquisizioni e che le verifiche siano in corso. È ragionevole attendersi che proprio da qui, nei prossimi sviluppi processuali, emerga un dato concreto. Se la riproduzione di un contenuto identificabile venisse confermata, il dibattito sulla "scusa del podcast" smetterebbe di essere ipotesi e diventerebbe fatto verificabile. Se invece risultasse che né in quei minuti né nella cronologia precedente esiste un contenuto che parli della chiavetta nei termini usati da Sempio, anche questa sarebbe un'informazione decisiva. In un caso così carico di emozioni, il valore di questi strumenti è restituire dati oggettivi, indipendenti dalle parti. Alla fine, la parola passa a chi non ha interessi processuali: la memoria stessa del dispositivo.
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#AISafety #AI WeClone: il problema non è il software, è quello che permette di fare WeClone è un progetto open source su GitHub, oltre 16.000 stelle e in continua crescita. Fa una cosa semplice e inquietante: prende le tue chat — WhatsApp, Telegram, WeChat — e addestra un'intelligenza artificiale a scrivere come te. Un modulo aggiuntivo clona la tua voce a partire da pochi minuti di messaggi audio. Tutto gira sul computer di casa, senza cloud, senza servizi esterni. Da un punto di vista tecnico è un giocattolo elegante. Da un punto di vista sociale è un acceleratore di frodi. Cosa succede quando chiunque può scrivere "come te" Riconoscere se un messaggio è stato scritto davvero da una certa persona è un lavoro da specialisti. Si analizzano lunghezza delle frasi, parole preferite, intercalari, modi di dire. Ognuno di noi ha una firma stilistica unica, simile a un'impronta digitale del modo di scrivere. Un modello addestrato con WeClone riproduce quella firma con precisione sufficiente a mettere in crisi le tecniche di analisi forense tradizionali. Una conversazione fabbricata può superare i test stilometrici classici, non perché i test siano sbagliati, ma perché la macchina ha imparato a riprodurre la stessa distribuzione statistica della persona reale. Esistono metodi più recenti che cercano di distinguere testo umano da testo generato da IA, ma non sono ancora prassi consolidata nei tribunali italiani. Le conseguenze concrete - Un ex partner che fabbrica chat per una causa di separazione. - Un truffatore che invia ai tuoi familiari messaggi e note vocali che sembrano tuoi. - Una controparte che produce conversazioni sintetiche per vincere un giudizio civile. - Le perizie classiche sulle chat non bastano più. La parte legale Le norme esistono già: art. 494 del Codice Penale (sostituzione di persona), art. 167 del Codice Privacy (trattamento illecito di dati), GDPR per i dati di terzi che finiscono nell'addestramento. Il problema non è la legge. Il problema è dimostrare in un'aula di giustizia che un messaggio è falso, quando lo strumento per produrlo è gratuito, gira offline e non lascia tracce di rete. Quello che NON è il problema Non è la pubblicazione su GitHub: di alternative ce ne sono molte. Non è il fatto che giri in locale: per chi lo usa su sé stesso è anzi la configurazione più rispettosa della privacy. Quello che È il problema L'asticella tecnica si è abbassata a "scarica e installa". Sedici gigabyte di scheda video, qualche ora di addestramento, e si ottiene un sosia digitale testuale e vocale di una persona reale. Il deepfake video ha avuto qualche anno per essere metabolizzato dalle aule di giustizia. Quello scritto e vocale, low-cost e offline, ci sta arrivando addosso adesso. Chi si occupa di prove digitali deve smettere di chiedersi solo "suona come lui?" e iniziare a chiedersi "da dove arriva questo file?". L'autenticazione di una chat non può più basarsi sul contenuto. Deve basarsi sul contenitore: dispositivo, backup originale, hash, catena di custodia.
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#Garlasco — il bivio di chi viene convocato oggi Mettetevi nei panni di chi viene chiamato in Procura come persona informata sui fatti, diciotto anni dopo. Quello che è successo nel 2007 è in larga parte prescritto. Tacere all'epoca, ostacolare le indagini di allora: oggi difficilmente è ancora perseguibile. Ma una cosa non è prescritta, perché non è ancora accaduta: quello che si dice, o non si dice, davanti al pubblico ministero adesso. Se chi viene sentito mente o tace circostanze rilevanti, commette un reato nuovo, che parte da zero. Davanti a questo passaggio le strade possibili sono tre. La prima, e probabilmente la più frequente: ribadire una verità già detta. Chi ha sempre raccontato i fatti come li ricorda, oggi semplicemente conferma. Nessun rischio penale, nessuna esposizione nuova. È la via di chi non ha nulla da rivedere. La seconda: la continuità di una versione costruita. Confermare ciò che si è sempre detto, sperando che regga, sperando che nessun altro contraddica. Apparentemente più sicura, ma fragile: basta una crepa e il rischio si sposta sul presente. La terza: la verità integrale, anche se diversa da quella resa in passato. Sul piano penale è la via più protetta, perché chiude la porta al reato nuovo. Ma in un caso così seguito, ammettere oggi di aver taciuto o sottovalutato qualcosa diciotto anni fa comporta comunque un costo in termini di immagine, anche senza conseguenze giudiziarie. Il paradosso riguarda solo la seconda e la terza. La protezione giuridica e quella reputazionale possono tirare in direzioni opposte: il silenzio strategico tutela l'immagine ma espone al rischio penale presente, la verità chiude il rischio penale ma richiede di mettere in conto un giudizio pubblico. E non è una scelta che si fa con calma. Si fa in poche ore, sapendo che ogni parola finirà comunque fuori dalla stanza in cui è stata pronunciata. Per chi rientra nella prima via, niente di tutto questo si pone. Per eventuali altri, il bivio è reale.
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#garlasco Attenzione. Negli ultimi giorni, in televisione, non stanno semplicemente raccontando il caso. Stanno preparando la cornice. Prima ancora che il pubblico conosca davvero gli atti, si sta facendo un lavoro preciso: indebolire il movente, mettere in discussione alcuni passaggi, spostare il fuoco dalle prove alla “regia mediatica”, trasformare l’accusa in una narrazione sospetta prima ancora che venga pienamente dispiegata. In comunicazione questo si chiama framing: non ti dico solo cosa è successo, ti do la cornice dentro cui dovrai interpretarlo. Poi c’è l’agenda-setting: non ti dico necessariamente cosa pensare, ma decido quali temi mettere al centro. Non più solo: “cosa ha in mano la Procura?” Ma anche: “chi ha costruito il racconto?”, “quanto è solido il movente?”, “quanto sono credibili certi passaggi?”, “quanto è contaminata questa vicenda sul piano mediatico?” C’è anche il priming: preparo il pubblico a giudicare quello che accadrà dopo usando già certi criteri. E infine c’è l’inoculazione preventiva: ti anticipo l’accusa, ma subito dopo ti fornisco gli anticorpi per dubitarne. Il movente? Fragile. La ricostruzione? Da verificare. I testimoni? Da pesare. La narrazione pubblica? Forse costruita. Così il 6 maggio non verrà letto solo come un interrogatorio. Verrà letto come una scena. Se non risponde, la linea favorevole sarà già pronta: non poteva rispondere al buio, prima bisogna conoscere gli atti, il silenzio è un diritto, una scelta difensiva non può diventare una confessione implicita. Tutto vero, sul piano giuridico. Ma in televisione il silenzio è sempre rischioso. Perché non resta mai solo un diritto. Diventa un’immagine. Reticenza. Sottrazione. Paura di chiarire. Per questo, non meravigliamoci se oltre ad andare, rispondesse anche alle domande. Non perché sia la scelta più prudente sul piano giudiziario. Ma perché, dentro una cornice già preparata, potrebbe diventare la scelta più forte sul piano mediatico. “È andato.” “Ha risposto.” “Non si è nascosto.” “Ci ha messo la faccia.” A quel punto, per una parte del pubblico, il gesto rischierebbe di pesare quasi più del contenuto tecnico delle risposte. Non dimentichiamoci che noi che viviamo sui social e ci siamo interessati al caso viviamo in una "bolla". I pochi dati disponibili non dicono che il pubblico generalista sia compatto contro Sempio. Anzi: raccontano un’opinione pubblica divisa, mediatizzata, già organizzata in tifoserie. Ed è proprio in un campo così che un gesto come “andare e rispondere” può diventare molto più potente del contenuto tecnico delle risposte. Non dico che accadrà. Dico che, guardando come si sta muovendo il racconto negli ultimi giorni, non sarebbe affatto una sorpresa.
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#Garlasco Motivi abietti — attengono alla qualità morale del movente. Sono motivi spregevoli, ignobili, che suscitano ripugnanza nella coscienza comune perché rivelano il livello più basso dei sentimenti umani. Il giudizio è qualitativo: quanto è spregevole il movente.
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#Garlasco Per chi volesse approfondire.
**La Coincidenza Impossibile: 2,78 ng/µl su Due Reperti Diversi** *Analisi statistica e forense basata sulla letteratura peer-reviewed* Nel caso #Garlasco, la concentrazione di DNA sui pedali della bicicletta (2,78 ng/µl) sarebbe identica a quella sul cucchiaino della colazione. Due reperti diversi, superfici diverse, momenti di deposizione diversi. Stesso valore esatto. --- **Il problema della quantità** Una concentrazione di 2,78 ng/µl è stata definita "anomala" per superfici come i pedali da diversi esperti forensi che hanno esaminato il caso. La pratica forense insegna che su superfici esterne, esposte a fango, sudore e abrasione, si recupera DNA "sporco" e in quantità minime. Su pedali si recuperano normalmente picogrammi (millesimi di nanogrammo), non nanogrammi — e certamente non un reperto così "pulito" e intatto. --- **Cosa dice la letteratura scientifica** Uno studio su 360 campioni touch DNA ha rilevato concentrazioni da 0,026 ng/µl (cacciaviti) a 2,82 ng/µl (volanti), con outlier fino a 45 ng/µl. La variabilità tra campioni dello stesso tipo è di 100-1000 volte. Il DNA su plastica outdoor dopo più di 3 mesi mostra profili completi in meno del 25% dei casi. Dopo 12 mesi, nessun campione outdoor ha mostrato un profilo completo. Le cellule epiteliali si distaccano facilmente dalle superfici lisce come la plastica. Il touch DNA esposto a luce UV subisce degradazione di 16-50 volte in soli 7 giorni. Per tutti i campioni esposti a UV, non è stato possibile determinare alcun profilo DNA — risultavano troppo degradati per l'analisi forense. La letteratura stabilisce che i campioni touch DNA raccolti outdoor esposti alla luce solare dovrebbero essere raccolti entro 24 ore dalla deposizione per avere probabilità di ottenere un campione utilizzabile. --- **Perché la coincidenza è anomala** Un cucchiaino con deposizione diretta di saliva in ambiente protetto. Un pedale esposto ad agenti atmosferici, pioggia, umidità, radiazioni UV. Due valori identici a due decimali, su superfici così diverse, rappresentano un'anomalia che richiede spiegazione scientifica. --- **Le ipotesi alternative** Data la bassissima probabilità di coincidenza casuale, emergono quattro spiegazioni possibili: 1. Contaminazione incrociata in laboratorio: stesso estratto DNA usato per entrambe le quantificazioni. 2. Errore procedurale: etichettatura errata dei campioni durante l'analisi. 3. Errore di trascrizione: dato copiato erroneamente nelle perizie. 4. Manipolazione deliberata: trasferimento intenzionale dalla stessa soluzione madre. --- **Conclusione** Applicando modelli statistici, la probabilità di coincidenza casuale è compresa tra 1 su 5.000 (modello conservativo) e 1 su 1.900.000 (modello realistico). Una simulazione Monte Carlo con 1 milione di iterazioni ha prodotto zero coincidenze specifiche al valore 2,78 ng/µl. La metodologia scientifica impone di cercare spiegazioni alternative prima di accettare l'ipotesi della casualità. La scienza forense richiede trasparenza: non si tratta di stabilire colpevolezza o innocenza, ma di garantire che le prove rispettino gli standard di rigore metodologico che il sistema giudiziario richiede. --- **AI & Forensics Italia** @AIForensicsIT
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#Garlasco #Mattino5 Per chi volesse approfondire il tema Giovanni Ferri, vi riposto un mio articolo dell'agosto scorso.
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#LoStatodelleCose chiude: cosa dicono i numeri Auditel sull'approfondimento Rai e #Garlasco #Rai3 @GilettiMassimo Lo Stato delle Cose di Massimo Giletti chiude i battenti su Rai 3. L'ultima puntata, il 13 aprile, ha raccolto 1.205.000 spettatori con l'8% di share. Un dato che rende ancora più discussa la fine di un programma in piena crescita. I numeri Auditel della stagione 2025/2026, verificati puntata per puntata su 25 episodi, raccontano una traiettoria inequivocabile: dall'836.000 (5,7%) del debutto del 6 ottobre, il programma è salito progressivamente fino al record di 1.281.000 spettatori (8,9%) nella puntata con Travaglio del 23 febbraio, terzo programma più visto in prima serata. La media stagionale si attesta a 1.033.000 spettatori con il 6,9% di share. La Rai motiva la chiusura con l'esaurimento del budget; Giletti replica che "i programmi che funzionano sapete che fine fanno". Ma come si posiziona rispetto agli altri programmi Rai che hanno trattato il caso Garlasco? Far West di Salvo Sottile, sempre su Rai 3, ha attraversato 22 puntate su due collocazioni diverse. Al venerdì (ottobre-dicembre 2025) ha registrato una media di 456.000 spettatori al 3,2%. Lo spostamento al martedì da gennaio ha portato un miglioramento a 613.000 spettatori (3,9%), con il picco di 767.000 (5%) al debutto del 20 gennaio. Ma il trend è poi calato fino al minimo di 447.000 (2,9%) del 7 aprile. La media complessiva resta a 535.000 spettatori con il 3,5% di share. Ore 14 Sera di Milo Infante su Rai 2, al giovedì, ha totalizzato 25 puntate con una media di 771.000 spettatori al 5,8%. Il picco è stato raggiunto il 4 dicembre con 911.000 (6,6%). Dopo la pausa per le Olimpiadi di febbraio, il programma ha subito un calo in marzo (media 698.000) per poi recuperare ad aprile sopra gli 846.000. Una struttura leggera, la stessa redazione del daytime, e un approccio analitico che garantisce il miglior rapporto costi-risultati dei tre. Il quadro è netto: Lo Stato delle Cose produce il doppio degli spettatori di Far West e supera Ore 14 Sera di 262.000 unità a puntata. Sul caso Garlasco, Giletti ha costruito un racconto seriale, Infante ha privilegiato l'analisi tecnica, Sottile ha dato copertura più episodica. Il pubblico ha premiato la continuità narrativa — ma è il programma con la curva migliore a chiudere. #Auditel #Rai
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