Come il KGB reinventò Yasser Arafat: Il Rebranding Geopolitico del Secolo
Nel novembre del 1974, Yasser Arafat salì sul podio dell'Assemblea Generale dell'ONU a New York in uniforme e kefiah, consacrandosi leader della causa palestinese. Per il pubblico occidentale era un guerrigliero idealista, per i nemici un terrorista spietato. Per gli archivi segreti di Mosca, era un capolavoro di ingegneria geopolitica firmato dal KGB.
Il fatto che il leader dell'OLP sia stato plasmato e telecomandato dall'Unione Sovietica non è un complotto, ma una realtà storica emersa negli anni '90 grazie alle rivelazioni di dissidenti come Ion Mihai Pacepa, l'ex capo dei servizi segreti della Romania comunista che collaborò con Mosca prima di fuggire negli Stati Uniti nel 1978.
Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), gli eserciti arabi armati dai sovietici erano stati polverizzati da Israele. Per il capo del KGB, Jurij Andropov, fu chiaro che Mosca non poteva battere l'Occidente in una guerra convenzionale. Serviva una strategia asimmetrica.
Andropov comprese che il nazionalismo panarabo non faceva breccia nell'opinione pubblica mondiale; i paesi arabi apparivano semplicemente come aggressori dello Stato ebraico nato dopo l'Olocausto. Il KGB decise quindi di trasformare il conflitto da etnico a ideologico: il nemico non era più "l'ebreo", ma "l'imperialismo americano e il colonialismo sionista". I palestinesi vennero ripresentati al mondo come un popolo oppresso, analogo ai vietcong.
Per questa operazione serviva un volto. Il KGB scelse Yasser Arafat, un ingegnere nato al Cairo (dettaglio subito insabbiato per creargli un pedigree di Gerusalemme), assegnandogli il nome in codice "Gidat".
Pacepa descrive come il blocco sovietico lavorò su di lui: Arafat fu addestrato in una scuola speciale del KGB vicino a Mosca, dove apprese tattiche di guerriglia, guerra psicologica e propaganda marxista-leninista. I servizi segreti ripulirono la sua immagine, cancellando i legami con l'estremismo islamico e sostituendoli con la narrativa del "combattente per la libertà".
Mentre Mosca tesseva le lodi diplomatiche dell'OLP, i paesi satellite del Patto di Varsavia contrabbandavano tonnellate di armi (AK-47, RPG-7 ed esplosivi) nei campi profughi in Libano e Giordania tramite navi di "aiuti umanitari".
L'OLP divenne una holding del terrore. Sotto la regia di Arafat operavano fazioni radicali specializzate in dirottamenti aerei. Quando il sangue scorreva troppo vistosamente come nel massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 l Arafat applicava la "negabilità plausibile", condannando l'atto in pubblico mentre i suoi luogotenenti lo coordinavano nell'ombra con il benestare di Mosca.
Il culmine della strategia sovietica arrivò a metà anni '70. Grazie ai voti del blocco comunista e dei paesi non allineati, l'URSS impose l'OLP come osservatore permanente all'ONU e fece approvare la Risoluzione 3379, che definiva il sionismo "una forma di razzismo".
Il KGB era riuscito a isolare Israele e a legare la causa palestinese alla sinistra radicale occidentale. Interi movimenti studenteschi iniziarono a indossare la kefiah come simbolo rivoluzionario, ignari di partecipare a un'operazione di destabilizzazione psicologica orchestrata al Cremlino.
Con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, i rubinetti di Mosca si chiusero. Isolato e senza fondi, "Gidat" fu costretto a trattare, firmando gli Accordi di Oslo nel 1993 sotto la supervisione americana.
Arafat avrebbe poi ricevuto il Nobel per la Pace, morendo nel 2004 senza aver visto nascere lo Stato palestinese. Tuttavia, la polarizzazione ideologica e la macchina di propaganda create dal KGB attorno alla sua figura continuano, a decenni di distanza, a infiammare le piazze di tutto il mondo.
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