Leggo i resoconti che arrivano dall’Albania e vi riconosco l’errore tipico di ogni osservatore distante: la tendenza a scambiare il sintomo per la malattia, l’episodio per la struttura, il rumore per la sostanza. C’è chi vede nelle piazze soltanto una protesta, chi vi cerca una conferma delle proprie ossessioni geopolitiche, chi vi proietta le categorie rassicuranti attraverso cui l’Occidente interpreta tutto ciò che non comprende immediatamente; eppure, mentre ciascuno rincorre il proprio riflesso, rischia di sfuggire la questione essenziale. Quello che sta accadendo oggi in Albania non riguarda anzitutto un governo, un’opposizione, un investimento, una costa, un aeroporto, un porto, una concessione, un accordo internazionale o una controversia urbanistica. Riguarda una domanda molto più antica e molto più radicale: a chi appartiene un Paese? Non sul piano formale, non sul piano costituzionale, ma sul piano esistenziale. A chi appartiene una terra quando una parte crescente dei suoi figli la vive come un luogo da lasciare? A chi appartiene una nazione quando intere generazioni vengono educate non a costruirvi il proprio futuro ma a cercarlo altrove? A chi appartiene uno Stato quando il cittadino finisce per percepire le decisioni che ne modellano il destino come qualcosa che accade sopra di lui, attorno a lui, talvolta contro di lui, ma sempre senza di lui?
È qui che, a mio giudizio, si annida il dramma albanese. Non nella povertà, che pure esiste. Non nella corruzione, che pure esiste. Non nella fragilità delle istituzioni, che pure esiste. Queste sono conseguenze prima ancora che cause. Il punto più profondo riguarda il rapporto tra una comunità politica e il sentimento della propria sovranità. Per oltre trent’anni agli albanesi è stato chiesto di avere pazienza. Pazienza mentre partivano i figli. Pazienza mentre si svuotavano i villaggi. Pazienza mentre il successo individuale coincideva quasi sempre con la capacità di abbandonare il Paese. Pazienza mentre l’Albania veniva raccontata come una promessa imminente che, proprio perché imminente, sembrava non dover mai arrivare. A forza di chiedere pazienza, si è finito per trasformare l’emigrazione in una pedagogia nazionale e la rinuncia in una virtù civile.
Per questo motivo guardo alle migliaia di giovani che oggi occupano le piazze con uno sguardo diverso da quello di chi vi cerca una patologia democratica. Vedo semmai il contrario. Vedo il tentativo, ancora confuso, ancora imperfetto, ancora esposto agli errori che accompagnano ogni fenomeno di massa, di ricostruire un legame tra cittadinanza e destino. Perché la democrazia non coincide con la stabilità e non coincide neppure con il voto. Una democrazia resta viva finché i cittadini continuano a percepire che il futuro del proprio Paese li riguarda e che la loro presenza può ancora modificarne la traiettoria. Quando questo sentimento scompare, le istituzioni possono continuare a funzionare e le elezioni possono continuare a celebrarsi, ma la politica si trasforma lentamente in amministrazione dell’impotenza.
Vi è poi un’altra ragione per cui ciò che accade oggi in Albania merita attenzione. Non perché l’Albania rappresenti un’eccezione europea, ma perché, paradossalmente, rischia di ricordare all’Europa qualcosa che l’Europa stessa ha in parte dimenticato. Per decenni abbiamo misurato la salute delle democrazie attraverso indicatori indispensabili ma non sufficienti: la stabilità delle istituzioni, la regolarità delle elezioni, la crescita economica, l’integrazione nei sistemi sovranazionali. Tutto questo conta. Ma una democrazia non vive soltanto di procedure. Vive della convinzione diffusa che il cittadino non sia un semplice destinatario delle decisioni pubbliche, bensì un loro coautore. E quando questa convinzione si indebolisce, la politica continua a funzionare ma smette lentamente di appartenere ai cittadini. È forse questa la lezione più interessante che oggi proviene dall’Albania. Non la lezione di una democrazia compiuta, perché nessuna democrazia lo è mai definitivamente, ma quella di una società che sta tornando a interrogarsi sul significato della partecipazione politica. In un tempo in cui gran parte dell’Occidente sembra aver sostituito il coinvolgimento con la delega e la cittadinanza con l’osservazione passiva, vedere migliaia di giovani rivendicare il diritto di incidere sul destino del proprio Paese dovrebbe essere considerato non un’anomalia, ma un promemoria.
È anche per questo che considero quasi irrilevante la ricerca ossessiva di slogan marginali o di parole infelici da elevare a chiave interpretativa dell’intero fenomeno. Ogni mobilitazione popolare produce inevitabilmente il proprio rumore di fondo. Sarebbe però intellettualmente disonesto confondere quel rumore con la musica. E quanto alle accuse di antisemitismo che qualcuno prova ad agitare come una scorciatoia morale, esse raccontano molto di più le ansie di chi le formula che non la storia del popolo albanese. Se esiste infatti una nazione europea che non ha bisogno di ricevere lezioni su cosa significhi proteggere gli ebrei quando proteggerli comporta un rischio reale, quella nazione è l’Albania. Quando gran parte del continente sceglieva la complicità, l’indifferenza o il silenzio, gli albanesi offrirono rifugio. Non per calcolo, non per convenienza e nemmeno per ideologia, ma perché riconobbero nell’altro una responsabilità prima ancora che un’identità. Questa memoria non assolve nessuno nel presente, ma impedisce di ridurre un popolo a caricature costruite per comodità polemica.
E forse è proprio questo che molti osservatori non riescono a cogliere. Perché il caso albanese non riguarda soltanto il rapporto tra cittadini e istituzioni. Riguarda il rapporto tra un popolo e la propria capacità di sopravvivere alla storia. Pochi popoli europei hanno conosciuto una sequenza così lunga di invasioni, dominazioni, spartizioni, dittature, migrazioni e promesse tradite. Pochi hanno visto partire così tanti figli senza smettere di attendere il loro ritorno. Pochi hanno imparato così presto che la sopravvivenza non garantisce la giustizia e che la libertà formale non coincide necessariamente con la dignità sostanziale. È per questo che ciò che si muove oggi nelle piazze albanesi non può essere letto soltanto come un fenomeno politico. Vi è qualcosa di più profondo. Vi è il rifiuto di una fatalità. Il rifiuto dell’idea che il destino naturale degli albanesi sia partire, adattarsi, sopportare e attendere. Ogni generazione eredita una certa immagine di ciò che è possibile. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, una parte della società albanese sta tentando di spezzare l’immagine che ha ereditato.
Ciò che vedo, invece, è una società che tenta di sottrarsi a una forma più sottile di espropriazione: quella che non porta via soltanto le terre, le proprietà o le opportunità, ma il sentimento stesso dell’appartenenza. Perché la forma più radicale della povertà politica non consiste nell’essere privati di qualcosa. Consiste nel convincersi di non avere più alcun titolo per reclamarla. Ed è precisamente contro questa rassegnazione che migliaia di albanesi stanno oggi insorgendo. Non chiedono il paradiso. Chiedono una patria che non sia soltanto una geografia, una bandiera o una destinazione turistica, ma una comunità politica capace di riconoscere i propri figli come fine e non come mezzo.
Se vi è qualcosa di storico nelle immagini che arrivano da Tirana, da Valona, da Scutari o da Fier, non è la protesta in sé. Non è nemmeno il destino di questo o quel leader politico. È il fatto che un popolo troppo a lungo educato alla partenza stia ricominciando, almeno per un istante, a immaginare di poter restare.
E in tempi nei quali la rassegnazione è diventata una forma ordinaria di cittadinanza, nei quali l’emigrazione viene spesso raccontata come una virtù e l’abbandono come una necessità, questo non è un dettaglio politico. È un fatto storico. Perché vi sono momenti nei quali una nazione non sta semplicemente contestando chi la governa. Sta cercando di ritrovare sé stessa. E quando accade, ciò che emerge nelle piazze non è soltanto dissenso. È la riaffermazione di un principio elementare che ogni potere, prima o poi, tende a dimenticare: che un Paese non appartiene a chi lo amministra, a chi lo investe, a chi lo racconta o a chi lo negozia. Appartiene, anzitutto, a coloro che continuano a riconoscervi la propria casa.