La notizia invisibile di questa settimana: si è concluso il primo grado di una delle due cause climatiche che ci sono in Italia, quella di A Sud contro lo Stato (l'altra è Greenpeace e Recommon contro Eni). È andata male, succede, termine tecnico: pronuncia di inammissibilità. La giudice ha deciso che c'è un difetto di giurisdizione, in tribunale in Italia non si parla di clima. In Francia, Germania, Olanda, Irlanda c'erano state invece sentenze storiche a favore di cause simili, che hanno fatto cambiare leggi e policy e tagliato emissioni. In Italia non è andata così: il tribunale ha riconosciuto la gravità dell'emergenza climatica, ma ha sostanzialmente detto: questa materia è troppo tecnica e politica per noi. È un esito bizzarro, insolito: anche quando le cause climatiche si concludono con una sconfitta (come successo in Spagna), non c'è mai stato un giudice che abbia detto: avete proprio sbagliato citofono. Ci sarà un appello, in mezzo arriverà la sentenza dei ragazzi portoghesi alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che potrebbe cambiare la giurisprudenza europea. Il punto però è un altro: la causa contro lo Stato, chiamata Giudizio universale (all'ambientalismo l'enfasi non fa mai difetto) parte nel 2021. È il 2024 e siamo alla sentenza di primo grado. La richiesta era di tagliare drasticamente le emissioni entro la fine del decennio. Poco prima della fine del decennio arriverà anche la sentenza, secondo i tempi non eccellenti della giustizia. Se anche fosse vittoria, non ci sarebbe margine per cambiare niente. Ma la causa climatica aveva soprattutto uno scopo mediatico e politico, essere l'innesco di un grande dibattito pubblico sul clima. In Francia, Germania e Olanda cause simili erano diventate casi nazionali, ogni udienza era discussa nei Tg, la sentenza è stata la prima notizia di ogni giornale. Da noi possiamo dire che l'obiettivo è stato fallito, e non per colpa delle persone coraggiose e brave che hanno portato avanti la causa. Questi primi tre anni di processo si sono svolti in silenzio e nel disinteresse generale, ulteriore conferma che il clima è l'arto fantasma dell'informazione e della politica italiana.