My mission is to innovate, research and build new things. To go where no one has the courage to go. Only in this way can there be progress. PHAs is the future.

Joined October 2011
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"Il problema non è la plastica. È progettare materiali ignorando dove finiranno." 8 giugno 2026, nella Giornata Mondiale degli Oceani, penso che il modo migliore per celebrare questa ricorrenza sia continuare a lavorare sulle soluzioni. Oggi tutti celebrano gli oceani. Domani molti torneranno a parlare di sostenibilità mentre continuano a immettere nell'ambiente milioni di tonnellate di materiali progettati per durare secoli. Io continuo a credere che l'innovazione debba servire a risolvere problemi reali. Per questo, dopo tanti anni, resto impegnato sul fronte dei PHA: materiali ottenuti da fonti rinnovabili e biodegradabili anche in ambiente marino, una tecnologia sulla quale abbiamo investito ricerca, capitale e visione quando quasi nessuno ne parlava. La storia di Bio-on è stata raccontata in molti modi. Ma i fatti restano: l'inquinamento da plastica negli oceani è ancora qui, e la necessità di alternative sostenibili è oggi più evidente di allora. Gli oceani non hanno bisogno di slogan. Hanno bisogno di scienza, industria e coraggio. E su questo continuerò a lavorare. astorri.eu #WorldOceansDay #PHA #BioOn #BlueEconomy #OceanProtection #Bioplastics Video ONU World Oceans Day 2026: unworldoceansday.org/?utm_so… World Ocean Day Official Site: worldoceanday.org/?utm_sourc…
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A 48 ore dall’attacco di Grizzly su PIRELLI, con i soliti “metodi” dei fondi attivisti ho analizzato, per quanto mi compete, la situazione e sono arrivato ad un paio di conclusioni. PIRELLI ha 154 anni di storia ed è quotata da 104 anni, Cucinelli ha 48 anni di attività ed è quotata da 14 anni, Bio-on aveva 10 anni di attività ed era quotata da 4 anni. Il metodo utilizzato per attaccarle in Italia è sostanzialmente il medesimo: un report pubblico, accuse molto pesanti e una forte pressione sul mercato. I risultati, però, sono stati completamente diversi. Pirelli ha retto l’urto e ha addirittura leggermente guadagnato. Cucinelli ha perso circa 2 miliardi di valore e non ha mai recuperato completamente quel terreno. Bio-on è stata devastata ed è sata fatta fallire da un amministratore giudiziario pochi mesi dopo l’attacco senza nemmeno convocare una assemblea straordinaria dei soci. La differenza, a mio avviso, non sta solo nelle aziende, ma soprattutto nel contesto che le ha circondate. Nel caso Pirelli si sono viste prese di posizione immediate, una comunicazione rapida e un atteggiamento generalmente orientato a verificare prima di giudicare. Persino la copertura mediatica italiana è stata relativamente contenuta rispetto al clamore internazionale dell’attacco. Nel caso Cucinelli il dibattito pubblico è stato molto più ambiguo e l’azienda ha gestito la situazione in modo non sempre lineare. Nel caso Bio-on, invece, si è assistito ad un vero e proprio fuoco concentrico: stampa, mercato e istituzioni hanno contribuito ad alimentare un clima di sfiducia che si è rivelato devastante. Probabilmente l’azienda ha affrontato la situazione in maniera ingenua, ma resta il fatto che il trattamento ricevuto è apparso profondamente diverso. Con PIRELLI la comunicazione si è esposta immediatamente arrivando a parlare di “attacco fallito” ancora prima che vi fossero verifiche approfondite. Con Cucinelli e Bio-on il tono è stato molto diverso: si è spesso sottolineato il fatto che fossero sotto attacco, lasciando che il mercato traesse le proprie conclusioni. Anche sul fronte delle autorità la percezione è stata differente: nel caso Pirelli le prese di posizione sono state immediate e chiare, mentre negli altri casi molto meno evidenti. PIRELLI capitalizza oltre 6 miliardi, Cucinelli circa 5 miliardi e Bio-on arrivò a sfiorare 1.3 miliardi. Numeri diversi, storie diverse, ma una domanda resta aperta: le società quotate vengono davvero trattate tutte allo stesso modo quando finiscono nel mirino di un fondo attivista? Cosa possiamo imparare da questi eventi? a) le aziende quotate sono tutte uguali per chi le attacca mentre sono diverse per chi dovrebbe tutelarle, controllarle ed eventualmente supportarle. b) dopo il caso ANDREW LEFT del 2 giugno 2026 i disclaimer dei fondi attivisti sono cambiati moltissimo e si sono spinti ancora più nel dettaglio per evitare grane. Questo basterà per fare ancora scorribande e speculare in pieno conflitto di interesse? Per ora in Italia sembra di sì, mentre negli USA qualcosa sta cambiando. astorri.eu
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Short seller americano, Andrew Left condannato a oltre 20 anni per frode Los Angeles, 2 giugno 2026. Si vantava del fatto che la sua «voce influente» presso gli investitori retail permettesse loro di «rubare caramelle a un bambino». I bambini erano gli investitori di borsa e gli imprenditori delle aziende prese di mira. La condanna di Andrew Left negli Stati Uniti merita attenzione per una ragione che va oltre la sua persona. Per anni il dibattito sugli short seller è stato raccontato come uno scontro tra chi denunciava frodi e chi cercava di mettere a tacere le critiche. Oggi emerge una questione diversa. Non è in discussione il diritto di assumere posizioni corte. Non è in discussione nemmeno il diritto di pubblicare ricerche negative. La domanda è: cosa succede quando chi pubblica la ricerca viene remunerato in funzione dei profitti realizzati da chi è già short sul titolo? Negli Stati Uniti questo tema sta diventando materia di processi penali. In Europa, e in particolare in Italia, per molti anni è stato trattato con una sorprendente leggerezza. La vicenda Left dovrebbe indurre una riflessione più ampia: i mercati hanno bisogno di analisi indipendenti, non di analisi che diventano parte integrante di una strategia economica concordata con chi beneficia direttamente del ribasso. La differenza può sembrare sottile. In realtà è la differenza tra ricerca e conflitto di interessi. astorri.eu p.s.: visto che difficilmente leggerete di questo scandalo nei giornali finanziari italiani vi riporto qui sotto le traduzioni ed i link degli articoli apparsi oggi in tutti gli USA e in tutto il mondo. Poi dopo gli articoli ed i link anche un mio articolo pubblicato su il sole 24 ore e poi rimosso (ripubblicato in una testata online) ove denunciavo la sistematica mancanza di regole per gli short seller. Una “manina” vicino agli speculatori evidentemente non aveva gradito. Andrew Left riconosciuto colpevole di frode in un caso che ha scosso i venditori allo scoperto NEW YORK – Il celebre venditore allo scoperto Andrew Left rischia decenni di carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver utilizzato post ingannevoli sui social media per manipolare i titoli azionari, in un caso storico che potrebbe avere un effetto deterrente su una strategia di trading più ampia, da tempo osteggiata dai dirigenti aziendali. Left, che aveva costruito un vasto seguito online grazie ai suoi commenti schietti su grandi società statunitensi e su titoli minori popolari tra gli investitori retail, è stato condannato il 1° giugno al termine di un processo durato tre settimane. Già prima della condanna, l’incriminazione del 2024 aveva allarmato il settore e spinto alcuni venditori allo scoperto a rafforzare le proprie clausole di esclusione di responsabilità. Ora il 55enne rischia oltre vent’anni di carcere in vista dell’udienza per la sentenza prevista il 31 agosto, anche se gli imputati in procedimenti penali spesso ricevono pene inferiori. Fino ad allora, Left resterà in libertà. Fin dal momento della sua incriminazione, il caso è stato seguito con attenzione dai venditori allo scoperto, preoccupati di poter diventare anch’essi bersaglio delle autorità. Ha inoltre attirato l’interesse dei loro detrattori, tra cui dirigenti aziendali che speravano in un intervento governativo contro coloro che ritenevano responsabili del calo dei prezzi delle azioni. L’incriminazione di Left è nata da una vasta indagine statunitense sulle modalità operative dei partecipanti al settore, relativamente poco regolamentato, delle vendite allo scoperto. Le società coinvolte solitamente accumulano posizioni che scommettono sul ribasso di un determinato titolo e successivamente pubblicano report di ricerca che illustrano tali posizioni al mercato. Nel caso di Left, tuttavia, il governo ha contestato la rapidità con cui egli chiudeva le proprie posizioni dopo aver criticato o sostenuto pubblicamente determinate società. Sebbene questa pratica sia da tempo controversa, il caso Left rappresenta una delle rare occasioni in cui la questione è arrivata a processo. Verdetto di colpevolezza Left, fondatore di Citron Research, è stato dichiarato colpevole di 13 dei 17 capi d’accusa. Era accusato di aver utilizzato tweet provocatori riguardanti decine di società per influenzarne illegalmente il valore in Borsa e ottenere profitti rapidi. Secondo i pubblici ministeri, tra il 2018 e il 2023 avrebbe guadagnato oltre 20 milioni di dollari (25,6 milioni di dollari di Singapore) grazie a tali operazioni. Dopo il verdetto, Left ha definito il procedimento un attacco alla libertà di espressione e a pratiche di trading legittime. Ha sostenuto che fosse inconcepibile pensare che egli potesse influenzare il prezzo delle azioni di grandi aziende come affermato dall’accusa. «Credo che la giuria abbia sbagliato», ha dichiarato Left fuori dal tribunale. «Ovviamente, per noi questa non è la fine della strada», ha aggiunto, lasciando intendere che presenterà appello. Al centro del caso vi erano i tweet pubblicati sulla piattaforma social oggi nota come X. I pubblici ministeri hanno sostenuto che le comunicazioni private di Left, avvenute nel periodo in cui pubblicava tali messaggi, dimostrassero che non sempre credeva davvero a ciò che diceva sulle aziende e che forniva ai suoi follower un’impressione fuorviante sulle sue intenzioni di trading. Left aveva acquisito notorietà grazie ad alcune previsioni particolarmente accurate riguardanti China Evergrande Group nel 2012 e Valeant Pharmaceuticals nel 2015. Secondo l’accusa, tra il 2018 e il 2023 Left ha pubblicato meno report e più tweet denigratori sui titoli, fissando per essi obiettivi di prezzo “estremi”. Ad esempio, la mattina dell’8 gennaio 2019 Left aprì posizioni corte sul produttore di dispositivi per streaming Roku e alle 9:41 pubblicò sull’account Twitter di Citron un messaggio in cui definiva Roku «non investibile», provocando un calo del titolo, secondo il governo. Successivamente affermò in modo «falso e fuorviante» di stare «osservando Roku da bordo campo», suggerendo di non avere alcuna posizione sul titolo. In realtà, secondo l’accusa, quel giorno realizzò un profitto di 700.000 dollari dalla sua posizione ribassista. “Rubare caramelle a un bambino” Left ha compiuto la rara scelta, per un imputato in un processo penale, di testimoniare personalmente in propria difesa. Ciò gli ha consentito di spiegare ai giurati i propri tweet e le proprie operazioni finanziarie durante l’interrogatorio del suo avvocato. Tuttavia, ha dovuto affrontare anche un duro controinterrogatorio da parte dell’accusa, che ha messo in dubbio la sua credibilità e lo ha incalzato su comunicazioni private riguardanti le sue intenzioni di trading, apparentemente in contrasto con le dichiarazioni pubbliche sulle società che seguiva. Left ha dichiarato ai giurati di non vedere nulla di scorretto nel trarre profitto dalla «correzione del prezzo» di un titolo dopo aver pubblicato un report o un tweet su una società che riteneva sopravvalutata o sottovalutata. «È il mercato azionario», ha detto Left. «Dico ciò che penso. Dico la verità. Se la gente vuole leggerla, la legga.» Ha inoltre sostenuto di non essere a conoscenza di alcuna norma che gli impedisse di effettuare operazioni nei minuti o nelle ore successive alla pubblicazione di post sui social media o report di ricerca, cercando così di indebolire uno degli elementi chiave dell’accusa. «Non credo esista un periodo di tempo specifico durante il quale si debba mantenere una posizione dopo aver espresso un’opinione», ha dichiarato Left, aggiungendo di non aver mai commentato un’azienda in cui non credesse realmente. Tuttavia, l’accusa ha presentato e-mail che, a suo dire, dimostravano che Left coordinava con hedge fund le azioni che intendeva vendere allo scoperto e si vantava del fatto che la sua «voce influente» presso gli investitori retail permettesse loro di «rubare caramelle a un bambino». Frank Zhang, professore di contabilità presso la Yale School of Management, ha affermato che il verdetto avrà un effetto deterrente sui venditori allo scoperto, perché «li spingerà al silenzio per paura». «Questo crea un precedente pericoloso per i venditori allo scoperto, che ora temono che la pubblicazione di ricerche negative e la rapida chiusura delle operazioni possano portare a indagini federali e accuse di manipolazione del mercato», ha dichiarato. Il verdetto, arrivato dopo due giorni di deliberazioni della giuria, rappresenta una vittoria per il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti in un processo per reati finanziari sotto l’amministrazione Trump, sebbene il caso Left fosse stato avviato durante la presidenza di Joe Biden. Molti procedimenti simili sono stati archiviati sotto il presidente Donald Trump, che ha inoltre concesso la grazia ad alcuni condannati. Fonte: Bloomberg. finance.yahoo.com/news/andre… wsj.com/finance/stocks/promi… businessinsider.com/andrew-l… straitstimes.com/business/co… Ecco il mio articolo pubblicato prima su IL SOLE 24 ORE poi su EUROBORSA: euroborsa.it/speculazione-to… E per i più precisi ecco il link del dipartimento di giustizia USA: justice.gov/criminal/crimina…
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In occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, credo sia importante ricordare che sostenibilità non significa soltanto proteggere la natura, ma anche ripensare il nostro modo di fare impresa, innovazione e comunità. La biodiversità è il capitale invisibile che sostiene la nostra vita, la nostra economia e il nostro futuro. Oggi più che mai, il messaggio globale è chiaro: “agire a livello locale per un impatto globale”. Nel mio percorso personale e professionale ho imparato che ogni scelta conta: dalla responsabilità sociale d’impresa agli investimenti sostenibili, fino all’impegno concreto per costruire modelli economici più equilibrati e rispettosi dell’ambiente. Non possiamo parlare di crescita senza parlare di equilibrio con il territorio, con le persone e con gli ecosistemi che ci permettono di vivere. La vera innovazione oggi è creare valore senza consumare il futuro. La tutela della biodiversità non è più un’opzione etica: è una responsabilità collettiva. E riguarda tutti noi. #Biodiversità #Sostenibilità #ESG #Innovazione #FutureGenerations #WorldBiodiversityDay Fonti e approfondimenti: Torino Cronaca – Giornata Mondiale della Biodiversità Astorri.eu youtube.com/watch?v=bO0LNdaq…
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Le micro e nanoplastiche nell’aria non sono solo un problema ambientale: assorbono calore e alterano il clima. In alcune aree oceaniche il loro effetto climatico supera persino quello del black carbon. Un nuovo “inquinante climatico” finora sottovalutato. Continuiamo a farci del male....nature.com/articles/s41558-0…
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NOVAMONT PERDE ANCHE AL TAR DOPO LA SANZIONE DA 32 MILIONI INFLITTA NEL 2025 Oggi è la Giornata della Terra. È piuttosto singolare che proprio ieri, in Italia, un organo rilevante dello Stato, il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), abbia respinto il ricorso di un’azienda che chiedeva l’annullamento di una significativa sanzione inflitta nel 2025 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. La sanzione, pari a 32 milioni di euro, era stata irrogata per presunte pratiche anticoncorrenziali, tra cui abuso di posizione dominante. A volte le coincidenze fanno riflettere. Al di là delle interpretazioni, resta il tema del bilanciamento tra potere economico, regole di mercato e libertà di affrontare pubblicamente argomenti complessi, che incidono anche sulla vita quotidiana delle persone: nuove normative, costi crescenti e un’idea di “green” sempre più presente, ma non priva di difficoltà. Mi ero già espresso lo scorso giugno su una prima decisione, condividendo una riflessione su X e auspicando una conferma nei successivi "gradi di giudizio". Così, al momento, è stato. Resta fermo che Novamont ha annunciato la volontà di ricorrere legittimamente al Consiglio di Stato per tentare di ribaltare le decisioni sfavorevoli. Tuttavia, al di là degli esiti giudiziari, ciò che colpisce è un altro aspetto: la scarsa attenzione mediatica. Una vicenda di questa portata ha ricevuto, finora, una copertura limitata sui principali media nazionali. Eppure si parla di un settore – quello delle bioplastiche e dei materiali utilizzati quotidianamente in supermercati, agricoltura e packaging – che riguarda milioni di persone e rappresenta un mercato rilevante. Secondo quanto riportato nella decisione dell’AGCM, Novamont e la controllante ENI erano state sanzionate per abuso di posizione dominante nel mercato delle bioplastiche destinate ai sacchetti per ortofrutta. Perché, allora, questa vicenda riceve così poca attenzione? È una domanda legittima. Può trattarsi di una scelta editoriale, di priorità diverse o di altri fattori. Resta il fatto che, quando le istituzioni intervengono a tutela della concorrenza e del mercato, sarebbe utile un dibattito pubblico più ampio. Sono passati diversi giorni e, salvo alcune testate online o pubblicazioni specializzate, il tema resta poco trattato. È un dato che invita a riflettere sul ruolo dell’informazione e sulla selezione delle notizie. Nel 1969 si verificò un grave disastro ambientale in California. Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, una mobilitazione di massa negli Stati Uniti che coinvolse circa 20 milioni di cittadini. Da quell’evento nacque il movimento ambientalista moderno, che contribuì all’introduzione di importanti leggi per la tutela dell’ambiente. Da allora, il 22 aprile è diventato la Giornata Mondiale della Terra. Come avevo già scritto nel 2025, in passato ho vissuto momenti in cui la fiducia nelle istituzioni è stata messa alla prova. Tuttavia, leggere della sanzione dell’AGCM nei confronti di Novamont ed ENI mi aveva fatto riflettere sull’importanza dei controlli e delle regole nel mercato. Mi auguravo che i successivi "gradi di giudizio" confermassero la validità delle decisioni, contribuendo a rafforzare la credibilità di un settore complesso e strategico. Nel corso degli anni ho seguito da vicino alcune vicende legate al settore delle bioplastiche, anche in relazione alla mia esperienza con Bio-on. Questo mi ha portato a osservare dinamiche industriali e mediatiche che, a mio avviso, meritano attenzione e trasparenza. Ricordo, ad esempio, la puntata di Report dell’8 dicembre 2024, che affrontava temi legati al settore. Ecco le conclusioni: youtube.com/watch?v=3FOXWUDp… Sono elementi che, nel tempo, contribuiscono a costruire un quadro più ampio e complesso. Nel mio percorso ho sempre cercato di mantenere un approccio orientato alla collaborazione e alla concorrenza leale. Anche in momenti difficili, ho ritenuto importante evitare posizioni che potessero danneggiare persone o aziende, preferendo un confronto basato su dati, regole e rispetto reciproco. Credo che sia possibile fare impresa creando valore, offrendo stabilità ai lavoratori e costruendo progetti sostenibili nel tempo. Un modello in cui la competizione esiste, ma resta all’interno di regole chiare e condivise. Perché, alla fine, si può competere anche in modo corretto, senza rinunciare a visione, passione e rispetto.
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21 milioni di tonnellate ogni anno negli oceani. Una delle tante vergogne dell'umanita'. Fermiamo questo scempio. Adesso.
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BIO-ON: LA STORIA DI COME UN'AZIENDA INNOVATIVA È STATA DISTRUTTA PERCHÉ NON È STATA CAPITA. video 12 minuti Ricostruzione discorsiva, semplice, chiara. Novembre 2025, un anno dopo la sentenza di primo grado. Partiamo dal punto fondamentale: Bio-On NON era una fantascienza. Era un’azienda vera. Quando si parla del caso Bio-On bisogna subito chiarire una cosa che troppo spesso è stata dimenticata: - Bio-On aveva un impianto industriale reale. - Bio-On aveva tecnologie reali. - Bio-On aveva contratti reali. - Bio-On aveva partner industriali reali. - Bio-On aveva bilanci controllati da PwC ed EY. - Bio-On aveva ricercatori e tecnici reali, più di 100 persone. E l’impianto, quello famoso da 54 milioni di euro, funzionava ed era stato acceso nel 2019, producendo il biopolimero PHA. Queste non sono opinioni: sono fatti documentati, presenti negli atti del processo. E sono fatti che il Tribunale di primo grado non ha mai davvero preso in considerazione… Molti investitori, partner e aziende che hanno conosciuto Bio-On da vicino hanno detto: “Bio-On è stata distrutta in pochissime settimane perchè avevano capito benissimo cosa avrebbe potuto fare…”. VIDEO youtube.com/watch?v=ICH0ek9L…
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LA VITA DOPO LA PLASTICA – EPISODIO 01/02 (2013) Un progetto entusiasmante che ha coinvolto migliaia di persone in tutto il mondo e che ha portato, nel 2019, alla produzione industriale di PHA a Castel San Pietro, Bologna, Italia. In questi due episodi, realizzati nel 2013, è possibile apprezzare il lavoro di ricerca e preparazione che ha portato allo scale-up industriale realizzato nel 2018–2019. Un lavoro incessante iniziato nel 2008 che ha coinvolto università e centri di ricerca in tutto il mondo, società di progettazione e clienti in tutti i continenti, portando in dote al pianeta un’alternativa concreta: il PHA, in grado di sostituire molti polimeri noti ed essere utilizzato anche in applicazioni dove la plastica tradizionale non potrebbe essere impiegata. Documentari di Vanni Gandolfo e Luca Onorati Musiche di Sebastian Escofet e Daniele Cestana 2013 EPISODIO 01 youtube.com/watch?v=YAzh2HD6… EPISODIO 02 youtube.com/watch?v=AhOFASvJ…
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BIO-ON: LA STORIA DI COME UN'AZIENDA INNOVATIVA È STATA DISTRUTTA PERCHÉ NON È STATA CAPITA. video 12 minuti youtu.be/ICH0ek9L5Nk?si=et4l… Ricostruzione discorsiva, semplice, chiara. Novembre 2025, un anno dopo la sentenza di primo grado. 1_Partiamo dal punto fondamentale: Bio-On NON era una fantascienza. Era un’azienda vera. Quando si parla del caso Bio-On bisogna subito chiarire una cosa che troppo spesso è stata dimenticata: • Bio-On aveva un impianto industriale reale. • Bio-On aveva tecnologie reali. • Bio-On aveva contratti reali. • Bio-On aveva partner industriali reali. • Bio-On aveva bilanci controllati da PwC ed EY. • Bio-On aveva ricercatori e tecnici reali, più di 100 persone. E l’impianto, quello famoso da 54 milioni di euro, funzionava ed era stato acceso nel 2019, producendo il biopolimero PHA. Queste non sono opinioni: sono fatti documentati, presenti negli atti del processo. E sono fatti che il Tribunale di primo grado non ha mai davvero preso in considerazione. 2_La storia comincia male: si dà retta a un report speculativo, non alle prove reali. Nel 2019 esplode un report anonimo di un fondo speculativo americano (QCM). Quel report non è un documento tecnico, non è un’analisi scientifica, non è una perizia: è una scommessa al ribasso sulla caduta del titolo in Borsa. Un fondo dove più scende il titolo, più guadagna. Eppure, quel report — pieno di errori tecnici e di imprecisioni — diventa la miccia dell’intera vicenda. La cosa assurda è questa: Si dà credibilità a un fondo speculativo che non ha mai visitato l’impianto, né ha mai visto un documento tecnico originale. E non si dà ascolto a chi l’impianto lo aveva costruito, fatto partire e certificato. Questo è il primo grande cortocircuito. 3_La Procura parte da quel report… e non verifica le cose che avrebbe dovuto verificare. La Procura di Bologna, invece di cominciare dai bilanci certificati da PwC ed EY, invece di chiedere dati tecnici, invece di chiedere agli ingegneri, invece di analizzare i contratti, comincia proprio dal report del fondo speculativo. E questo influenza tutte le indagini successive. Le prime informative della Guardia di Finanza — lo dicono proprio gli atti — ripetono quasi parola per parola le tesi del fondo speculativo, senza contraddittorio tecnico. È come se un medico, prima di visitarti, leggesse un blog che dice che hai un tumore… e poi costruisse tutta la diagnosi partendo da lì. 4_La perizia usata dall’accusa ripete le tesi del fondo speculativo, senza analizzare i documenti veri. La famosa perizia Dall’Occhio, che è diventata la base degli attacchi tecnici contro Bio-On, ha un problema enorme: • non analizza i contratti completi, • non analizza i deliverable tecnici, • non considera la documentazione ingegneristica, • non distingue tra ricavo e credito, • non applica correttamente i principi contabili, • non parla con i revisori, • non cita mai gli impairment test, • non confronta le tecnologie con i TRL, • non considera la proroga SECI, • non visita l’impianto. Ripete sostanzialmente la narrativa del fondo speculativo: “non c’è niente di reale”. Peccato che non sia vero. 5_Le nuove consulenze tecniche (Iannace, Mancini, Mattei, Deloitte) dimostrano che la tecnologia c’era eccome. Una delle accuse più gravi che hanno distrutto Bio-On è stata: “Le tecnologie non esistevano”. “Le licenze erano sul nulla”. Questo è completamente smentito, oggi, da tre tecnici indipendenti: Il prof. Iannace (CNR) – esperto mondiale di materiali e biopolimeri • Ha analizzato tutte le tecnologie delle JV (Eloxel, Zeropack, Aldia, Liphe, AMT, U-Coat). • Ha classificato ogni tecnologia secondo il TRL (Technology Readiness Level). • La maggior parte aveva TRL pari a 5 o superiore. TRL 5 significa: prototipo funzionante in un ambiente realistico tecnologia pronta per sviluppo applicativo Non è ricerca di laboratorio. È tecnologia reale. Il prof. Mancini (Politecnico di Milano) – impianti industriali • Ha visitato l’impianto Bio-On. • Ha analizzato i documenti tecnici. • Ha concluso che l’impianto: o era idoneo, o poteva produrre, o era coerente con il suo scopo, o aveva un valore industriale reale. Ha anche chiarito perché i costi sono saliti: -l’impianto è passato da “monoprodotto” a “multiprodotto” -questo raddoppia la complessità e i costi -è normale in impianti pilota di nuova generazione Il prof. Mattei – principi contabili IFRS e OIC Mattei ha fatto una cosa fondamentale: ha spiegato come si contabilizzano le licenze di tecnologia. La logica delle accuse era assurda e semplicistica: “se il cliente non ha l’impianto, il ricavo è falso”. Non è così. Le licenze di tecnologia: -si vendono anche senza impianto, -perché ciò che il cliente compra è il diritto di usare la tecnologia, non l’impianto stesso. È come vendere un brevetto o una ricetta: non serve che il cliente abbia subito la fabbrica. Serve che abbia il diritto di usarla. Deloitte – la più completa e rigorosa Una relazione di 394 pagine analizza TUTTO: • bilanci, • JV, • licenze, • contratti, • impairment test, • revisori, • documenti ingegneristici, • TRL, • flussi di cassa. La conclusione di Deloitte è devastante per l’impianto accusatorio: non ci sono ricavi inventati non ci sono asset fittizi non ci sono flussi circolari non c’è nessun falso in bilancio non c’è nessuna frode Una demolizione completa delle tesi dell’accusa. 6_La sentenza del Tribunale non prende sul serio queste analisi. Le ignora o le liquida. La sentenza di primo grado fa qualcosa di ancora più grave: • non confuta tecnicamente Iannace • non confuta tecnicamente Mancini • non confuta tecnicamente Mattei • ignora interi capitoli di Deloitte La sentenza è scritta così: “Secondo la consulenza Marchese-Casò…” “Secondo Salom…” “Secondo Dall’Occhio…” E tutto quello che non si allinea a quella narrativa viene: ignorato, sminuito, non valutato. È come guardare una partita di calcio con un solo occhio aperto. 7_L’assurdità più grande: il Tribunale giudica l’impianto “inutile” senza considerare che era stato acceso. La sentenza dice che l’impianto era: • inutile, • impossibile da avviare, • fittizio, • privo di valore economico. Ma negli atti processuali ci sono: • certificazioni, • collaudi, • foto, • report, • documenti di avviamento del 2019. L’impianto era acceso, funzionante, aveva prodotto PHA. Ci lavoravano decine di tecnici. Ci sono video, documenti, certificazioni di questo. Eppure, nella sentenza non ne trovi traccia. 8_Il Tribunale trasforma qualsiasi difficoltà, ritardo, complessità tecnologica… in “frode”. Bio-On era un’azienda innovativa. E le aziende innovative: • sbagliano, • ritardano, • spendono troppo, • si espandono troppo in fretta, • vivono sotto stress finanziario. È normale. È fisiologico. È la natura dell’innovazione tecnologica. Ma nella sentenza ogni errore “normale” diventa “prova di inganno”. Un’equazione pericolosa: “Se non hai raggiunto un risultato industriale → allora avevi già deciso di truffare.” È un’assurdità logica. Totalmente scollegata dalla realtà delle start-up tecnologiche. 9_L’assurdo dei “ricavi circolari”: non esiste NEANCHE UN flusso bancario che lo dimostri. Una delle accuse più gravi era: “I ricavi sono finti perché i soldi ritornano indietro”. Ma negli atti del processo: • non esiste un singolo bonifico di ritorno, • non esiste un solo flusso di soldi circolare, • non c’è una sola evidenza che Bio-On ripagasse le JV con soldi suoi. Questo è nero su bianco nelle analisi Deloitte. Non esiste la prova. Eppure la sentenza parla di “ricavi circolari” come se fosse un fatto accertato. 10_Il risultato finale: un’azienda viva è stata uccisa da un’interpretazione sbagliata. Bio-On non è fallita per motivi industriali. Bio-On è fallita perché: • un report speculativo è stato scambiato per prova, • una perizia tecnica debole è stata scambiata per verità, • le consulenze tecniche decisive sono state ignorate, • i revisori internazionali non sono stati ascoltati, • i documenti tecnici non sono stati letti, • l’impianto non è stato considerato, • le licenze non sono state capite, • le JV non sono state analizzate correttamente, • i principi contabili sono stati male interpretati. Un errore giudiziario, tecnico e culturale. Gigantesco. 11_E la cosa peggiore è che tutto questo si poteva evitare. È sufficiente leggere tutto ciò che c’è agli atti — oggi — per vedere la verità: Bio-On non era perfetta. Era un’azienda innovativa con tutti i problemi e i rischi dell’innovazione. Ma non era una frode. Non era un inganno. Non era una Parmalat. Era una tecnologia italiana che non è stata capita. E per questo è stata distrutta. 12_Il punto ora non è trovare un colpevole. Il punto è che lo Stato deve imparare da questo errore. Deve capire che: • la tecnologia non può essere giudicata senza tecnici, • la contabilità non può essere giudicata senza contabili, • l’ingegneria non può essere giudicata senza ingegneri, • l’innovazione non può essere giudicata con il sospetto, • un fondo speculativo non può dettare l’agenda della giustizia. Bio-On è stata una vittima di questo errore. Ma può diventare anche un monito per evitare che accada di nuovo. Novembre 2025, un anno dopo la sentenza di primo grado. N.B.: Analisi basata su TUTTI gli atti: bilanci 2012–2019, perizie tecniche (CNR, Politecnico, Deloitte, Mattei, Mancini, Iannace), relazione Marchese-Casò, perizia Dall’Occhio, atti della Procura, memoria difesa, sentenza e motivazioni. VIDEO: youtu.be/ICH0ek9L5Nk?si=et4l…
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SIAMO ANCORA INDUSTRIALI O DIVENTEREMO I CAMERIERI DEL MONDO? La chiusura dell’IRI ha rappresentato uno degli errori strategici più gravi della storia economica italiana. Non è stata una semplice riforma: è stata una rinuncia definitiva alla politica industriale, alla capacità dello Stato di guidare lo sviluppo e tutelare i settori strategici. Negli anni d’oro l’IRI non era un semplice ente pubblico: controllava circa 1.000 società e oltre 500.000 dipendenti e nel 1993 era tra i primi sette conglomerati industriali al mondo per fatturato, con circa 67 miliardi di dollari di vendite. Con le privatizzazioni abbiamo progressivamente perso il controllo di telecomunicazioni, infrastrutture, acciaio, energia e chimica, settori che garantivano occupazione stabile a centinaia di migliaia di lavoratori e generavano enormi ricavi, ma che sono stati ceduti senza una visione di lungo periodo, spesso a favore di interessi finanziari e fondi esteri. Tra gli anni ’90 e i primi 2000 l’Italia ha incassato oltre 110 miliardi di euro dalla vendita di aziende pubbliche, il valore più alto in Europa in quel periodo. Un incasso una tantum, pagato con la perdita permanente di sovranità industriale. Tra i casi più eclatanti: Telecom Italia, simbolo delle comunicazioni nazionali, oggi frammentata e in larga parte in mani estere. Autostrade per l’Italia, rete strategica venduta per circa 13,5 miliardi di euro. ILVA, grande acciaieria europea, trasformata in una ferita sociale e ambientale. Alfa Romeo, marchio storico dell’automobile italiana, ceduto e svuotato del suo ruolo industriale nazionale. Alitalia, compagnia di bandiera, nata sotto l’ombrello pubblico e poi distrutta da privatizzazioni e cattiva gestione. Ed è legittimo chiedersi: com’è possibile che uno dei Paesi più visitati al mondo non abbia più una vera compagnia aerea nazionale competitiva? La risposta è semplice: abbiamo rinunciato a una visione industriale. Anche il settore chimico è emblematico. Un comparto ad altissimo valore tecnologico, costruito con decenni di investimenti pubblici, è stato progressivamente smantellato. Oggi importiamo materiali e tecnologie che un tempo producevamo, pagando in termini di occupazione, ricerca e autonomia. Personalmente ho creato Bio-On, dal 2008 al 2019 basandola su chimica sostenibile, biopolimeri innovativi, ricerca italiana, occupazione qualificata. Nel 2019 quell’esperienza è stata interrotta: lavoratori senza prospettive, brevetti senza futuro industriale, know-how disperso. Al di là delle vicende giudiziarie, il risultato è chiaro: l’Italia ha perso un’altra occasione. Nel 2026 siamo un Paese dipendente dall’estero, privo di una vera strategia industriale, con giovani costretti a emigrare, salari stagnanti, produzione manifatturiera in declino. Le grandi economie mondiali fanno l’opposto: investono nel pubblico, proteggono i settori strategici, pianificano lo sviluppo. Noi abbiamo smesso di farlo. Per questo è necessario rifondare l’IRI. Non per tornare al passato, ma per costruire il futuro. Un nuovo IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, modello inventato dagli Italiani e oggi copiato nel mondo) deve occuparsi di chimica avanzata, energia, telecomunicazioni, materiali strategici, tecnologia, ricerca, infrastrutture. Deve essere il motore di una nuova politica industriale nazionale. Uno Stato moderno investe, pianifica, tutela, guida. Non svende. Rifondare l’IRI significa lavoro stabile, sviluppo tecnologico, sovranità economica, futuro per le nuove generazioni. Non è ideologia. È responsabilità storica. E se nel 2026 continuiamo a rinunciare all’innovazione e all’industrializzazione, che Paese diventeremo? Una grande nazione ridotta a parco a tema gastronomico, dove l’unica eccellenza sarà il panino “artigianale” a 18 euro e il lavoro più ambito sarà consegnarlo in bicicletta sotto la pioggia. Dall’industria mondiale alla cucina locale. Dai brevetti ai menù. Dalle fabbriche ai food truck. Dai centri di ricerca alle app di delivery. Un Paese che un tempo progettava acciaio, telecomunicazioni, aerei e chimica avanzata, ora destinato a competere su chi fa la carbonara più instagrammabile. È questo il progresso? È questa la “modernità” che ci hanno promesso? Mentre il mondo corre su semiconduttori, intelligenza artificiale, materiali avanzati, noi restiamo fermi a discutere di dehors e scontrini fiscali. Dall’Italia industriale all’Italia del panino gourmet. Complimenti: un capolavoro di decadenza. O torniamo a essere una nazione che produce, innova, costruisce, oppure accettiamo serenamente il nostro destino: fare i camerieri del mondo.
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25 Dec 2025
“Bio-On, quando un Paese confonde l’innovazione con una frode” (1 di 7).
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16 Nov 2025
“C’è chi dice che gli short seller non investano nel futuro: lo ipotecano, lo svendono e poi ci chiedono di chiamarla libertà economica.”
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QUANDO L’INNOVAZIONE DÀ FASTIDIO In un eccellente lavoro pubblicato lo scorso anno negli Stati Uniti – facilmente reperibile online – viene mostrato con chiarezza il disastro ambientale che, da oltre 60 anni, sta trasformando il nostro pianeta. Il riciclo, pur fondamentale, non può risolvere il problema alla radice: la plastica e le microplastiche. I polimeri che invadono la nostra vita quotidiana si frammentano in particelle sempre più piccole, che entrano nei nostri corpi e colonizzano gli ecosistemi in modo irreversibile. I grafici che illustrano i tempi di degradazione delle plastiche parlano da soli: possono volerci secoli. Ma ciò che non dicono è che questi materiali restano comunque nell’ambiente, per sempre. Una soluzione però esiste: i PHAs, polimeri naturali con caratteristiche di sostenibilità e biodegradabilità superiori a qualsiasi altro materiale oggi disponibile. A differenza di molti biopolimeri, che si degradano solo in condizioni controllate di compostaggio, i PHAs sono prodotti dalla natura e pronti a tornarvi senza lasciare alcun residuo. I PHAs non imitano la natura: sono natura. Il futuro non si aspetta: si costruisce. E la sfida è chiara: abbandonare i polimeri che inquinano e scegliere quelli che ci permetteranno di respirare un domani migliore.
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28 Nov 2025
MERCATO NON SIGNIFICA GIUNGLA "Quando la speculazione tossica brucia valore e fiducia" A cura di Marco Astorri, Fondatore di Bio - On. Negli ultimi anni abbiamo visto più volte un fenomeno inquietante: la capacità di un singolo report, diffuso da sedicenti fondi attivisti o analisti non sempre trasparenti, di mettere in crisi aziende sane in poche ore. In questi casi non contano la solidità dei numeri o dei progetti industriali, ma la forza di una narrativa costruita per generare panico. È quello che definisco “speculazione tossica”: un meccanismo che non aiuta il mercato a scoprire il prezzo, ma lo distorce a vantaggio di pochi e a scapito di imprese, risparmiatori e lavoratori. Non è in discussione la legittimità della critica né lo short selling come strumento di mercato. Il problema nasce quando la speculazione si alimenta di informazioni parziali, di dossier confezionati per colpire nei momenti di massima visibilità, senza possibilità di verifica immediata. Così il mercato diventa ostaggio della percezione e l’economia reale paga il conto. Per questo credo serva una riflessione seria su come difendere il sistema senza soffocare la critica legittima. Ci sono almeno cinque direttrici su cui si potrebbe intervenire rapidamente. La prima riguarda la trasparenza preventiva. Chi assume posizioni corte rilevanti dovrebbe dichiararle pubblicamente – anche se inferiori all’attuale soglia regolamentare dello 0,5% del capitale sociale – in anticipo rispetto alla pubblicazione di qualsiasi report critico. È un modo semplice per garantire che il mercato sappia se chi denuncia un presunto problema ha anche un interesse economico diretto sul ribasso del titolo azionario. La seconda il deposito delle evidenze. Prima di diffondere analisi che potrebbero avere un effetto diretto o indiretto sull’andamento del titolo, chi le produce dovrebbe avere l’obbligo di caricare in un registro digitale e certificato i documenti e i dati a sostegno delle tesi proposte. Ciò scoraggerebbe affermazioni vaghe o manipolative, offrendo al mercato un quadro minimo di verificabilità. La terza proposta è un sistema di arbitrato rapido attraverso la creazione di un organismo tecnico indipendente in grado di pronunciarsi entro 10 giorni sugli elementi principali contestati in un report e col potere di sospendere provvisoriamente la diffusione di contenuti potenzialmente lesivi se ritenuti “manifestatamente ingannevoli”. Non si tratterebbe di sostituire la magistratura o le autorità, ma di fornire in tempi brevi un riscontro tecnico che riduca l’incertezza e limiti l’impatto immediato di informazioni non verificate. Un’ulteriore questione riguarda la regolamentazione dei fondi attivisti. Sarebbe necessario introdurre obblighi di trasparenza più stringenti: imponendo la dichiarazione non solo delle posizioni corte ma anche di eventuali rapporti o contratti con soggetti che le abbiano assunte. In questo modo i conflitti di interesse diventano trasparenti: il mercato potrà poi giudicare il merito delle analisi, ma non è accettabile che chi ha un interesse diretto si presenti come indipendente. A tutela del mercato e degli investitori, occorrerebbe prevedere sanzioni severe, fino a un reato specifico in caso di omissioni o dichiarazioni false. Infine serve una sorveglianza specializzata e intelligente. La velocità della comunicazione richiede strumenti nuovi: le autorità dovrebbero poter monitorare in tempo reale la diffusione di notizie e report, anche con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, in grado di rilevare incoerenze, pattern di manipolazione linguistica o omissioni significative. Questo lavoro dovrebbe tradursi in alert tecnici, non vincolanti ma utili a orientare regolatori e pubblico, così da distinguere più rapidamente tra analisi fondate e campagne puramente speculative. Si tratta di misure di buon senso, attuabili con semplicità e capaci di elevare la qualità del dibattito finanziario senza limitare la critica legittima. La finanza è utile quando aiuta a correggere errori e a premiare chi innova; diventa tossica quando si riduce a un gioco di specchi che distrugge fiducia e valore. Alle imprese spetta dimostrare solidità con i fatti. A istituzioni, enti regolatori, media e investitori — spetta invece il compito di garantire che la partita si giochi ad armi pari, senza che la rumorosità del momento possa prevalere sulla realtà industriale. Solo così la finanza farà il proprio mestiere: servire l’economia, e non distruggerla. euroborsa.it/speculazione-to… “Credo profondamente in queste proposte, l’assenza delle quali ho vissuto sulla mia pelle (come l’hanno vissuta anche i risparmiatori che mi avevano dato fiducia), con il repentino fallimento di Bio-On nel 2019 e l’avvio di un procedimento penale tuttora in fase dibattimentale dopo il primo grado, a causa di un report di un hedge fund attivista.”
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