Campione del mondo nel 1982.
Gateano Scirea è stato uno tra i pochissimi giocatori nella storia del calcio a non aver mai ricevuto un cartellino rosso dall'arbitro.
Trentasei anni dopo la sua morte prematura, Scirea continua a rappresentare il calciatore corretto per antonomasia e un riferimento inossidabile per i giovani.
“Scirea… Bergomi, Scirea… Tardelli… gol, gol Tardelli, raddoppio…”.
Il resto è storia, ormai tutti lo sanno.
In una finale di coppa del mondo, con l’Italia notoriamente catenacciara già in vantaggio di un gol contro la Germania, due difensori si buttano in avanti e confezionano l’azione che porta all’urlo più famoso della storia del calcio.
L’assistman è Gaetano Scirea, nato centrocampista per passione, retrocesso difensore per necessità e, non a caso, frequentatore dell’area avversaria.
L’istinto dell’uscita pulita palla al piede per far ripartire l’azione sì, è innato, anzi, nelle squadre in cui ha giocato, a partire da quella dell’oratorio San Pio di Cinisello Balsamo, è lui l’innesco intelligente di ogni azione d’attacco.
Un 10 con prestito pluriennale alla difesa, per farla breve.
La Serenissima, sua prima squadra, e Gianni Crimella, suo primo allenatore, lo ricordano bene: “Timidino, ma in campo giocava come nessuno già a 10 anni”.
Tifava Inter, la grande Inter di Helenio Herrera.
La sua più grande delusione? Senza dubbio l’Heysel, uno come lui non avrebbe mai voluto giocare con 36 morti sulle spalle (più 3 che non ce la faranno in ospedale poi) e quella Coppa dei Campioni non l’ha mai considerata vinta.
Per garantire la sicurezza, lui e Phil Neal del Liverpool, da capitani, furono costretti a rassicurare i tifosi dall’altoparlante del decrepito stadio di Bruxelles: “State calmi, giochiamo per voi”.
La sua più grande soddisfazione? Né Scudetti né mondiali né gol né titoli personali.
Un solo riconoscimento gli interessava davvero, il diploma da maestro.
Per far contento il papà, che male aveva digerito il suo abbandono agli studi per inseguire la gloria calcistica.
Un titolo che prese una volta tolta per sempre la casacca bianconera numero 6, frequentando l’Istituto Regina Margherita.
Famiglia di operai la sua, papà Stefano (siciliano) e mamma Giuditta (lùmbard) hanno accumulato insieme 65 anni di onesto servizio alla Pirelli. Lavoro-buone maniere-onestà i principi con i quali viene educato, il padre gli inculca la sera a tavola poche regole, ma ferree: “Non si chiede e non si dà fastidio, si chiede aiuto, ma non ci si fa servire da nessuno”. E Gaetano fa sì con la testa, recepisce quelle idee come cardini del suo carattere schivo, al contrasto di un talento slavo e ribelle con il pallone tra i piedi, quello dal quale non si separa proprio mai. Bocciato in terza media, per la vergogna d’estate va a lavorare da tornitore nell'officina dello zio e, in aggiunta, anche come elettricista. Tutto, pur di riparare l’imbarazzo creato alla sua famiglia.
La Domenica Sportiva si apre, domenica 3 settembre 1989, con l’annuncio laconico di Sandro Ciotti.
Alla notizia Marco Tardelli, l’uomo che deve a Gaetano l’urlo del Bernabeu, è presente in studio.
Non ce la fa, non regge e deve abbandonare di colpo.
Dirà sempre di lui: “Era l’ultimo di noi che se ne sarebbe dovuto andare, al cospetto del carattere mite con noi era sempre allegro, mai arrabbiato e sempre disposto a darti una mano.
Mi ha lasciato solo cose belle”.
Mariella riceve la notizia da Boniperti, il giovedì successivo è a Varsavia per riportare la salma in Italia e riceve gli effetti personali del marito.
La fede di matrimonio e un rolex blu, fermo alle 12.50, il momento dell’impatto.
In quei giorni, il padre Stefano è ricoverato al Niguarda per una cardiopatia.
Il dolore per quella tragedia è così forte che il suo cuore non può reggere.
Così, sette giorni dopo il suo amato figlio Gaetano, anche lui vola in cielo ad abbracciarlo.