FACCIAMO UN ESPERIMENTO MENTALE
di Roberto Damico
Israele, domani, vive un’epidemia hippie. Tutti gli israeliani — dagli insediamenti ai kibbutznik, dai religiosi ai laici— diventano pacifisti convinti. La bandiera della pace sventola ovunque. Si afferma un pacifismo assoluto — non tattico, non strategico, ma totale. E allora: si abolisce il servizio militare, si smantellano i carri armati, si smontano i caccia, si sigillano le basi. L’esercito più potente del Medio Oriente viene smantellato. Israele rimane disarmato. Solo civili. Solo pacifisti. Solo bandiere della pace.
La domanda è questa: quanti secondi dovrebbero aspettare gli israeliani, dopo aver disarmato, prima che accadesse un 7 ottobre su scala nazionale?
Quanti secondi, prima che Hamas — che ha scritto nel suo statuto la distruzione dello Stato ebraico — valichi il muro di Gaza? Quanti secondi, prima che Hezbollah lanci un’invasione da nord? Quanti secondi, prima che il regime iraniano — che ha dichiarato pubblicamente di voler “cancellare Israele dalla mappa” — invii le sue truppe o i suoi proxy a “liberare la Palestina”?
La risposta — lo sanno tutti, anche i più critici di Israele — è: pochissimi. Forse minuti. Forse ore. Non giorni. Perché i nemici di Israele non sono pacifisti. Non sventolano bandiere della pace. Sventolano bandiere nere del jihad. E la loro ideologia — che è anche teologia — non ammette compromessi, non ammette la convivenza, non ammette uno Stato ebraico. Non aspettano che Israele si disarmi per trovare una ragione per attaccare. Aspettano solo un varco.
Ecco perché — quando si dice che Israele è guerrafondaio — bisogna fare questo esercizio. Israele non è pronto alla guerra perché ama la guerra. È pronto alla guerra perché deve sopravvivere. Perché vive in una regione dove la legge del più forte è l’unica che conta, dove i deboli non vengono rispettati ma divorati, dove il pacifismo unilaterale non viene premiato ma sfruttato. Israele non può permettersi il lusso del disarmo. Il giorno in cui abbassasse la guardia — il giorno in cui credesse che l’amore vincerà sull’odio — sarebbe l’ultimo giorno della sua esistenza. Non per retorica. Per realtà.
Allora, invece di accusare Israele di essere guerrafondaio, chiediamoci: perché i suoi nemici non accettano la sua esistenza? Perché non depongono le armi? Perché non smantellano le loro milizie? Quando lo faranno — quando Hamas, Hezbollah, il regime iraniano si disarmeranno — allora anche Israele potrà farlo. Non prima. Perché il pacifismo unilaterale non è pace. È la fine.
E Israele — che ha visto i propri cittadini massacrati il 7 ottobre — non è disposto a subire. E ha ragione.