Di Roberto Riccardi:
Notizia esplosiva, d’estate farà caldo. Ovvero come ci hanno raccontato il cambiamento climatico per fare affari.
Primo giugno, primo titolo: "Sarà l'estate più calda della storia". Come l'anno scorso. Come due anni fa. Come ogni anno da quando qualcuno ha scoperto che la paura del caldo vende più del caldo stesso.
Pagina tre: temperature infernali. Pagina cinque: pubblicità di auto elettriche con le batterie cinesi. Chi scrive il titolo e chi compra lo spazio pubblicitario lavorano per lo stesso committente. Solo che il lettore non lo sa.
Fino agli anni Settanta, prima che arrivasse l'aria condizionata, d'estate era normale: canottiera, pantaloncini corti e un fazzoletto bianco con quattro nodi in testa per il sudore.
La chiamavano canicola, arrivava a tutta "callara" e nessuno convocava vertici di emergenza. Nessuno aveva bisogno dello psicologo. D'estate faceva caldo: era il sole, non una catastrofe.
Poi qualcuno ha trasformato il sole in un affare.
Funziona così. La sinistra europea accende il fuoco: "Abbiamo ricevuto il mondo in prestito dai nostri figli".
"Non esiste un pianeta B."
"Siamo l'ultima generazione."
Un repertorio di frasi da cioccolatino che farebbe arrossire un parroco di campagna, ripetute con gli occhi lucidi e il dito puntato verso chiunque osi dubitare. Dubitare è vietato. Chi dubita è negazionista. Anche se ha un Nobel in tasca.
Già, perché John Clauser, Nobel per la Fisica nel 2022, ha firmato una dichiarazione netta: non esiste alcuna emergenza climatica. Prima di lui Ivar Giaever, Nobel 1973.
Oltre milleseicento scienziati. Carlo Rubbia, al Senato italiano. Rita Levi Montalcini, in un appello del 1992 con altri sessantuno Premi Nobel contro l'"ecologismo irrazionale". Nessuno di loro ha mai negato che il clima cambi.
Hanno detto che cambia da sempre. Che la Groenlandia si chiama così perché mille anni fa era verde, senza una sola automobile. Che le glaciazioni non le ha provocate la Fiat.
Ma chi dice che la catastrofe non è imminente non ottiene fondi. Chi dice che lo è, li ottiene a pioggia. E qui si arriva al punto.
Il catastrofismo climatico è il motore di un'industria da migliaia di miliardi. Certificati verdi che valgono meno dei soldi del Monopoli: un'organizzazione internazionale ha verificato che solo un credito di carbonio su ventisei è reale, gli altri venticinque sono aria fritta impacchettata.
Sono i derivati dell'ambiente, la stessa truffa del 2008 in salsa verde: carta che garantisce carta che garantisce il nulla. Attorno a questa finzione, un esercito di consulenti fattura miliardi per timbrare aziende come "sostenibili".
Chi certifica i certificatori? Altri consulenti. Il gatto si morde la coda e il conto arriva al cittadino.
Il capolavoro, però, è l'auto elettrica. L'Europa doveva ridurre le emissioni. Poteva lasciare libera la tecnologia. I carburanti sintetici abbattono le emissioni del novantanove per cento. L'idrogeno funziona. I biocarburanti pure.
Invece Bruxelles ha scelto l'unica tecnologia dove l'Europa perde e Pechino vince: la batteria. Ha vietato tutto il resto. 2035 addio motori termici.
La Cina nel frattempo investiva duecentotrenta miliardi per controllare la filiera e oggi domina il novantasette per cento della grafite e il settanta per cento della raffinazione del litio.
Se Pechino chiude il rubinetto per un mese, l'industria europea si ferma. In nome del clima, si è sostituita la dipendenza dal petrolio con la dipendenza dalla Cina. Non una liberazione: un cambio di padrone.
Chi ha orchestrato il trasferimento? Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e paladino del Green Deal. Il quotidiano olandese De Telegraaf ha documentato che la Commissione finanziava segretamente le associazioni ambientaliste per fare pressioni a favore delle sue leggi.
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