Le Rime di Dante.
Di tutti i problemi fioriti intorno all’opera di
Dante quello delle sue Rime è senza dubbio
uno dei più densi e accaniti. Quasi non
bastassero le brigose questioni sul loro
ordinamento, sulla lezione, sulla paternità, la
loro varietà stessa e la mancanza di un legame
accertabile le arricchiscono delle più suggestive
ramificazioni in alto e in basso, verso la Vita
Nuova come verso il Convivio e la Commedia;
senza contare che in esse rifluiscono molte delle
più sottili esperienze della lirica occidentale.
Mettere le mani in una materia siffatta, nella
quale hanno lavorato e lavorano dei maestri, è
pur sempre un assunto grave, e fa onore a
Gianfranco Contini l’averlo impresso nel recente
commento che egli ha preparato per l’editore
Einaudi.
Il Contini è un lettore e uno studioso troppo
avveduto per non sentire che darebbe poco
frutto il discutere o rovesciare (anche se la
materia sembri consentirlo) la sistemazione delle
Rime fino ad oggi più persuasiva, che è quella
del Barbi. E mal s’è apposto, ci sembra, chi ha
voluto rimproverargli d’aver accettato, con poche
e non rilevanti mutazioni, i frutti di una fatica
così seria e di così suadente autorità. Bene ha
fatto dunque il Contini a ricusare di proposito
e con piena intelligenza di risollevare quei dubbi
o problemi più strettamente filologici che la più
autorevole critica dantesca ha risolto o ha
dichiarati insolubili. L’essersi, su questo piano,
arrestato a tali risultati con un signorile senso dei
limiti è per noi una prova dell’equilibrio e del
gusto che presiedono al lavoro critico di Contini.
La novità e la legittimità del commento
risiedono in un’altra zona, che non è, Dio ne
guardi, quella estetica e neanche quella
schiettamente storica; perché usufruendo di una
preparazione linguistica e stilistica assai
agguerrita, di una sensibilità quanto mai sveglia
e sottile, esso commento porta il problema delle
attribuzioni o dei rapporti verso un esame
tecnico che non rifiuta di affiancare agli
strumenti, ad esempio, della vecchia metrica, una
educazione modernissima.
L’intento è serio: il commento vuol essere
«una prima prova sistematica di annotazione
scientifica». A questo fine il Contini, mettendo
abilmente a frutto l’imponente lavoro da altri
compiuto e la propria esperienza di lettore
moderno, ha presentato Dante in un modo non
ostentatamente nuovo o sorprendente, ma
tuttavia ricco di acute notazioni tanto sul fatto
metrico e stilistico quanto sulle relazioni
attivissime che legano le Rime alla storia poetica
del Duecento. Nell’introduzione (egli dice per
modestia che dovrebbe servire a «orientare
rapidamente sul modo di leggere prodotti tanto
remoti dalle nostre poetiche») ci sono alcune
affermazioni importanti per capire la posizione
del Contini di fronte al suo testo. Le Rime si
possono, per lui, considerare nei rapporti con le
altre opere dantesche una «superba collezione
di extravaganti», priva di un coerente sviluppo
psicologico o di un motivo o processo stilistico
unitario. Il Contini, accostandosi alla conclusione
del Parodi, che scorgeva in esse «una serie di
tentativi», vede nelle Rime delle importanti
esperienze particolari, le quali non tendono già a
una risoluzione lineare e totale, ma conservano
un valore, com’egli dice, locale. Il commento alle
singole liriche convalida naturalmente tale
asserzione, schivando il pericolo di voler trovare
a qualunque costo una storia poetica avviata e
rettilinea, la quale d’altra parte non potrebbe
avere neanche il sussidio d’una cronologia
sicura, anzi probabile. Il lettore di Dante potrà
però sempre domandarsi se avendo noi davanti,
per un caso felice, le Rime secondo un rigoroso
ordine cronologico non se ne potrebbe trarre
qualche conclusione un po’ diversa.
Il fattore tecnico ha per il Contini un valore
che prende lume e significato dalle complicate
poetiche del tempo e dal prevalente gusto di
Dante per la forma sottile ed esoterica. In questa
direzione il commentatore è a casa sua, e sa
cavare dal testo delle annotazioni assai fini ed
insinuanti. Non è per lui la Commedia «nella
sua ricchezza vitale… anche una somma
stilistica»? In sostanza si trattava di trovare
(lavorando su un materiale ingente, ma in gran
parte illuminato da esigenze d’altro genere) cosa
ci sia di nuovo e ben dantesco in quel linguaggio
figurato, in quella casistica di temi amorosi, in
quella tecnica formatasi su una tradizione tanto
folta. Le ragioni dunque di sintassi, di metrica,
di lingua come varranno a suffragare
l’attribuzione di una lirica o a convalidare la
prova d’un’esperienza diretta dei provenzali, così
non impediranno al gusto del Contini di accostare
una poesia a un gruppo di consorelle o a un
determinato momento della storia sentimentale
del poeta, storia in cui tuttavia il commentatore
si muove con una cautela e un riserbo che sanno
perfino di partito preso. Quelle ragioni lo
aiuteranno anzi a rilevare ora il colore dantesco
di una parola che riesce spesso a riscattare un
periodo greve, una strofa sorda, ora a sentire
nell’uso di un vocabolo che ha dato la stura a
molti problemi di identificazione storica («I’ mi
son pargoletta bella e nova») «una semplice
preferenza lessicale» ora ad affermare che le rime
petrose hanno una unità stilistica e non
psicologica, e che la Pietra è solo un punto
comune fra le rime «più tecnicistiche». Non
neghiamo che questa costante preoccupazione dei
valori tecnici possa talvolta apparire seducente, ma
infida, come quando si cerca di stabilire una
parentela cronologica fra due canzoni fondandosi,
fra l’altro, sul rapido alternarsi di endecasillabi e
settenari.
Troppo avveduto è però il Contini per
rendersi prigioniero di una formula. Molte volte
il suo commento sposterà l’attenzione su un’immagine,
oppure sullo stile o su altro elemento più
intimamente letterario (benché ne riconosca i
limiti: prova ne sia l’asserzione che gli elementi
stilistici non bastano a risolvere certi problemi,
come quello della cronologia). Ne nascono allora
delle osservazioni assai interessanti, come quella
sulle parentele provenzali e arturiane del sonetto
Guido, i’ vorrei, oppure sui rapporti coi
guittoniani, o anche sulla collocazione di Dante
stilnovista fra i temi «paurosi» di Cavalcanti e
gli analitici di Cino. (Diremo di passaggio che
l’accenno ai temi è trattato con discrezione e in
un senso prevalentemente tecnico.) Valendosi della
sua conoscenza della lirica del Duecento il Contini
ricerca i fili delle esperienze poetiche giovanili di
Dante, e, grazie alla sua familiarità coi provenzali,
ricava acute osservazioni sui motivi e sulla rima,
ritrovando nell’esperienza dantesca della poesia
occitanica parecchi elementi di quel processo
stilistico che si prolungherà e completerà nella
Commedia. Interessanti, benché non tutte nuove,
le considerazioni, sparse lungo il commento,
inerenti all’imitazione che Dante fece, nel suo
primo periodo, del trobar clus, a cui fa riscontro
nell’ultimo tempo delle Rime — conseguente alla
esperienza stilnovistica — un’imitazione più
diretta e matura, riportantesi ad Arnaldo Daniello.
Su questo tema troviamo un attento esame
nell’introduzione, dove il Contini definisce anche
alcuni caratteri fondamentali dello stil nuovo, quali
la persistenza in esso di dati oggettivi, generali,
l’intercambiabilità dei poeti, l’«amicizia»
«elemento patetico definitorio» della scuola. Del
resto, di questo carattere di solidarietà è prova
palese la corrente di ritorno che polarizza una
parte del Purgatorio intorno al tema dell’amicizia.
È dunque il Contini riuscito a darci quel
commento scientifico, sistematico che era nelle
sue intenzioni? A noi sembra di sì. I dubbi o le
particolari dissensioni non riescono a sminuire la
consistenza dei risultati. L’incontro di questo
studioso giovane, ma accorto e informato, con una
materia così aspra e sottile aveva più d’un
elemento per interessare anche fuori del campo
degli specialisti. In realtà il commento è frutto
d’un’elezione naturale e felice. Il Contini, che non
rifiuta, si sa bene, contatti assai più nuovi e
scottanti, era per temperamento e preparazione il
più adatto, nella sua generazione, ad affrontare
un tema come questo. Si può anzi affermare che
l’acceso tecnicismo di cui si sostanzia buona parte
della lirica dantesca lusinga le attitudini del
commentatore. Non ci spingeremo a dire che la
filologia del Contini abbia una sottile vena
polemica, ma non ci sentiamo di negare a priori
che il suo interesse per la lirica dantesca sia nato
in un clima di alta eleganza intellettuale. Si è, ad
ogni modo, facili profeti quando si afferma che
questo sottile volume darà il via a un interesse
più vivo e più giovane verso la poesia e la cultura
che sono alle radici della maggiore lirica
trecentesca.
Francesco Squarcia
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