In Italia conosciamo le minuzie, i dettagli e i cartigli di ogni singolo processo. Siamo un paese ossessionato da quello che succede nei tribunali. Eppure oggi comincia un processo dal quale dipendono i destini ultimi, la politica energetica e il futuro di questo paese, ma allo stesso tempo è un processo di cui non parlano i telegiornali, né i quotidiani (con le poche, note eccezioni), né le rassegne stampa. Oggi c'è la prima udienza della causa climatica di
@Greenpeace_ITA e
@Recommon contro Eni. Chiedono una cosa coraggiosa, una cosa enorme: che Eni cambi il suo piano industriale per rimetterlo in linea con l'accordo di Parigi, che l'Italia ha firmato ed è tenuta a rispettare. Per renderci conto della scala: per emissioni di gas serra, Eni supera il resto di tutta l'economia italiana messa insieme, includendo fabbriche, agricoltori, trasporti, tu, me, tutto. Per un giornale, sarebbe una bella storia da raccontare anche senza i contenuti ambientalisti, due ONG che citano un colosso in tribunale per parlare del futuro della civiltà umana, è una cosa su cui Steven Soderbergh potrebbe fare un film, è la materia di cui è fatto il successo di Erin Brokovich. Eppure, silenzio. In me non c'è un grammo di complottismo, eppure, come dire, fa riflettere. Come ogni processo, decideranno i giudici, ed è giusto che sia così. Però è un processo che ci riguarda, in un modo profondo e radicale, riguarda la destinazione che vogliamo dare alla nostra comunità umana, riguarda il complicato rapporto tra gli sforzi a cui siamo chiamati noi e quelli che dovrebbero fare aziende così grandi e di così grande interesse pubblico. Dovremmo parlarne dappertutto, ognuno dovrebbe farsi la sua idea, come ci facciamo un'idea su cazzate irrilevanti come i pandori e la beneficenza degli influencer. Ed è per questo motivo che il silenzio che c'è intorno a questo processo stride, mi preoccupa più dell'esito del processo in sé, e andrebbe spezzato.