Io faccio parte di quelli che non vogliono che i loro figli siano destinati alla guerra. Né con le armi, né tantomeno in questa società. «Restiamo Umani»

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Prefazione di Antonio Gentile, ingegnere e scrittore. Il mese scorso ho conosciuto Musa, un nigeriano arrivato in Italia attraverso la Libia qualche anno fa. Era seduto accanto a me durante un pranzo organizzato per accogliere gli indigenti della mia città. Musa non ha nulla. Possiede solo uno zaino con qualche vestito e un vecchio cellulare, che non può usare perché non ha i soldi per la ricarica. A quel pranzo aveva anche uno yogurt. Se l’era portato come dolce, mi ha spiegato. Alla fine del pasto, però, Musa ha preso lo yogurt, l’ha osservato per qualche secondo e poi, invece di mangiarlo, l’ha regalato a mia figlia di otto anni. Quell’episodio mi ha profondamente toccato. Ci ripenso spesso e, ogni volta, un brivido mi passa lungo la schiena. Mi ha riportato alla mente la testimonianza di una suora missionaria che ho letto da qualche parte: “In Africa si preferiscono ancora i legami di solidarietà al denaro. Le politiche e le religioni devono ripartire da lì, perché è uno dei pochi luoghi in cui Dio parla ancora al mondo.” Il continente africano, come ho imparato a conoscerlo, è proprio così come l’ha descritto quella missionaria: uno scrigno delle pulsioni più nobili dell’essere umano. E per questo dovrebbe essere d’ispirazione per l’intero pianeta, preso a esempio per costruire un mondo più giusto e consapevole. Al contrario, invece di essere custodite e lasciate libere di progredire in armonia con la propria storia e le proprie tradizioni, le popolazioni africane vengono da secoli mostruosamente soggiogate e saccheggiate dalle insaziabili potenze economiche straniere. Quello del colonialismo africano è uno dei capitoli più dolorosi della storia moderna, un fenomeno perverso che ha segnato le vite di milioni di persone, straziando i destini di intere nazioni e provocando ancora oggi sofferenze inenarrabili. Ecco perché il libro scritto da Soumaila Diawara è estremamente prezioso. Con una minuziosa ricostruzione delle vicende delle personalità africane che hanno lottato per l’emancipazione e la libertà dei propri popoli, permette a chi legge di comprendere a fondo le radici e le espressioni del colonialismo, formando nella coscienza uno spirito di riscatto. Il libro di Soumaila Diawara, infatti, non si limita a narrare gli eventi del passato, ma offre una riflessione critica e necessaria. Ci costringe a confrontarci con una realtà storica essenziale per comprendere il presente e immaginare una convivenza tra i popoli basata sul rispetto, la giustizia e la cooperazione. Queste pagine non sono solo una testimonianza di sfruttamenti e violenze, ma rappresentano soprattutto una riflessione sulle possibilità di riconciliazione e trasformazione. L’esperienza africana, se studiata e compresa, può diventare un elemento fondamentale per costruire il futuro dell’intero pianeta, rifondando le dinamiche politiche, sociali ed economiche tra i popoli. Leggendo il libro di Soumaila Diawara, mi è tornata alla mente un’intervista di Jean Ziegler, delegato dell’ONU e grande conoscitore dell’Africa. Egli ricordava come, negli ultimi settant’anni, i leader africani che hanno attaccato il sistema coloniale e tentato di dare la libertà al proprio popolo siano stati brutalmente assassinati: Patrice Lumumba, Amílcar Cabral, Barthélemy Boganda, Félix Moumié, il mio caro Thomas Sankara e tutti gli altri riportati in questo libro. L’Africa probabilmente non sarebbe oggi un animale ferito che perde il proprio sangue. Non sarebbe il continente depredato che conosciamo, se i suoi leader più illuminati non fossero stati eliminati dalle potenze coloniali. L’Africa sarebbe del tutto diversa se quei leader avessero potuto portare a compimento le loro lotte. Non sarebbe un terreno di sfruttamento per soddisfare le ingorde logiche economiche, ma un continente libero, prospero e felice. 👉🏽 abrabooks.it/prodotto/soumai…
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Ora a Roma, con l’Italia antifascista e antirazzista, contro le politiche repressive di un governo che non riesce a rispondere ai problemi reali del Paese e si accanisce contro gli ultimi.
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Roma: contro le politiche anti-immigrazione e ogni forma di politica repressiva.
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Roma sa da che parte stare. Fuck remigration.
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Willy non tornerà mai a casa. “Non l’ho toccato neanche con un dito. Il mio desiderio è tornare a casa e poter crescere mio figlio. Non sono più quel ragazzo che, sei anni fa, ha varcato le porte del carcere.” Parole che fanno discutere. Ma prima di qualsiasi dibattito sulla pena, sul cambiamento o sulla possibilità di riscatto, c’è una verità che non dovrebbe mai essere dimenticata: Willy Monteiro Duarte non può più parlare. Quaranta secondi di violenza sono bastati per uccidere un ragazzo di 21 anni. Quaranta secondi che gli hanno portato via tutto: il futuro, i sogni, la possibilità di costruire una famiglia, di diventare padre, semplicemente di vivere. A suscitare amarezza sono state anche alcune dichiarazioni della madre dei fratelli Bianchi. Oltre ad aver affermato che i suoi figli «non sono i mostri che avete descritto» e che «non sono stati loro a ucciderlo, una mamma certe cose le sa», arrivò a dichiarare: “Si parla di Willy come se fosse morta la regina Elisabetta”. Una frase che ha sconvolto molte persone per la sua apparente mancanza di empatia e di consapevolezza della tragedia. Perché Willy non era un simbolo astratto né un personaggio lontano. Era un ragazzo di 21 anni, con una famiglia, degli amici, dei sogni e una vita davanti. Una vita spezzata per sempre. Difendere i propri figli è umano. Ma minimizzare la morte di una vittima o lamentarsi dell’attenzione che le viene riservata significa perdere di vista l’essenziale: un giovane è stato ucciso e una famiglia è stata condannata a convivere per sempre con quel dolore. Ancora oggi colpisce quella che molti percepiscono come una mancata piena assunzione di responsabilità. Chi sostiene di essere cambiato dovrebbe, prima di tutto, riconoscere fino in fondo la gravità di ciò che è accaduto. Il cambiamento non si dimostra soltanto con le parole, ma con la consapevolezza, con l’ammissione sincera delle proprie responsabilità e con il rispetto dovuto alla vittima. Si parla del desiderio di tornare a casa, di crescere un figlio, di ricominciare una vita. Ma Willy non avrà nulla di tutto questo. Come disse sua madre, Lucia Monteiro Duarte: ”Io so soltanto che ho perso un figlio, che non si è ucciso da solo”. Ed è questo il punto che non dovrebbe mai essere dimenticato: Willy non avrà una seconda possibilità. Non tornerà mai a casa. La memoria di Willy merita rispetto. Sempre.
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Alle Olimpiadi si prendevano posizioni contro le discriminazioni e le ingiustizie; oggi, invece, si licenzia chi prende posizione contro un genocidio. Alle Olimpiadi di Città del Messico, il 16 ottobre 1968. Durante la cerimonia di premiazione dei 200 metri piani, gli atleti statunitensi Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio con i pugni alzati, i guanti neri (simbolo del Black Power), i piedi scalzi (segno di povertà), la testa bassa e una collana di piccole pietre al collo («ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato»). Un’immagine che passerà alla storia. Oggi, nel campus della San Jose University, una statua ricorda quell’evento. Nel monumento non si trova la statua, ma soltanto le orme di Peter Norman, l’atleta australiano che arrivò secondo: «Io sto con voi, datemi una coccarda e la indosserò durante la premiazione. In quel momento pensai di aver fatto la cosa più giusta. Fu anche per me un giorno storico, e non solo per la medaglia d’argento…». Quella coccarda era stata realizzata dall’Olympic Project for Human Rights, un’organizzazione nata nel 1967 per protestare contro la segregazione razziale negli Stati Uniti, che aveva chiesto agli atleti di appuntarsela al petto in segno di protesta. Le informazioni sui guanti, invece, sono discordanti: si narra che fu lo stesso Norman a suggerire la soluzione, poiché Smith aveva dimenticato i suoi guanti, e Carlos indossò l’altro; ad ogni modo, uno alzò il pugno destro e l’altro quello sinistro. Norman pagò a carissimo prezzo questo gesto: venne mobbizzato dall’intera federazione australiana di atletica e quasi sempre escluso dalle competizioni, fino al punto che si preferì non mandare nessun atleta al suo posto. Quando fu progettato e presentato il monumento, Norman chiese che il suo posto rimanesse vuoto, per permettere a chiunque volesse salire sul podio e prendere una posizione. Oggi vogliamo salire idealmente anche noi su quelle orme, per fare nostra quella protesta per i diritti dei neri, ahimè, così tragicamente attuale… Prendere una posizione è un atto di coraggio, nonostante tutto. Abbiate il coraggio di prendere una posizione.
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Louis Dassilva assolto e scarcerato nel caso dell’omicidio di Pierina Paganelli. In questa vicenda, fin dall’inizio, era evidente che qualcosa non tornava. Non solo mancava un movente credibile, ma mancavano anche prove concrete che collegassero Louis Dassilva all’omicidio. Le telecamere non hanno fornito elementi decisivi, e neppure gli accertamenti sul corpo della vittima hanno prodotto prove tali da giustificare una condanna. Ma l’aspetto più inquietante di questa storia non riguarda soltanto le decisioni giudiziarie che hanno portato un uomo a trascorrere quindici mesi in carcere in custodia cautelare. Riguarda soprattutto il clima che si è creato attorno a lui: un clima fatto di pregiudizi, stereotipi e insinuazioni che troppo spesso hanno sostituito i fatti. Ho parlato pochissimo di questa vicenda. Quando si tratta di omicidi e, in particolare, di casi che coinvolgono il dolore di una famiglia che ha perso una persona cara, preferisco mantenere prudenza e rispetto. Nessuno può minimizzare la gravità di un delitto o il dramma vissuto dai familiari della vittima. Una vita è stata spezzata e questo resta il fatto più tragico. Tuttavia, il rispetto per la vittima non può trasformarsi nell’accettazione passiva di accuse prive di fondamento. Per mesi abbiamo assistito a un racconto in cui non si discutevano soltanto gli elementi dell’indagine, ma anche l’identità dell’indagato: il fatto che fosse un ex militare, il fatto che fosse nero, il fatto che fosse senegalese. A un certo punto si è arrivati perfino a evocare presunte motivazioni “culturali”, come se l’appartenenza a una determinata cultura potesse diventare un indizio di colpevolezza. Questa è una deriva pericolosa. Attribuire a una persona una predisposizione alla violenza sulla base delle sue origini significa rinunciare alla ragione e sostituirla con il pregiudizio. Significa giudicare qualcuno non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. E questo ha un nome preciso: discriminazione. Chi conosce davvero il Senegal, chi ci ha vissuto, chi ha costruito relazioni familiari o affettive con persone senegalesi, sa bene quanto siano superficiali e infondate certe generalizzazioni. Ogni società ha le sue contraddizioni, ma nessuna cultura può essere trasformata in una prova d’accusa. La giustizia dovrebbe basarsi sui fatti, non sugli stereotipi. Sulle prove, non sulle paure. Sulla verità, non sui preconcetti. Oggi i giudici hanno riconosciuto che gli elementi raccolti non erano sufficienti a sostenere quella responsabilità. È un segnale importante, perché nessuno dovrebbe essere privato della libertà o marchiato come assassino senza prove solide e incontestabili. Ma la giustizia non è ancora completa. Pierina Paganelli è stata uccisa e il suo assassino deve essere individuato e processato. La sua famiglia merita la verità. Merita risposte. Merita che il vero responsabile venga assicurato alla giustizia. Allo stesso tempo, Louis Dassilva dovrà convivere con quindici mesi di carcere, con un’enorme esposizione mediatica e con accuse che hanno segnato profondamente la sua vita. Nessuna assoluzione potrà cancellare completamente il peso di tutto questo. Spero che riesca, un giorno, a ritrovare serenità. E spero che coloro che, senza prove, lo hanno dipinto come colpevole sulla base del colore della pelle, delle sue origini o della sua storia personale, trovino il coraggio di riflettere sulle proprie responsabilità. Perché una società davvero giusta non combatte il dolore di una vittima creando un’altra vittima. E non sostituisce mai le prove con il pregiudizio. Continuo ad avere fiducia nella giustizia quando trova la forza di fermarsi, di guardare i fatti con lucidità e di ricordare che la presunzione d’innocenza non è un dettaglio burocratico, ma uno dei pilastri fondamentali di una società democratica.
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La Normalizzazione dell’Insulto Razzista: Quando la Sottomissione Diventa Complicità. Pensavo che l’epoca dei “negri da cortile”, per usare la celebre espressione di Malcolm X, appartenesse ormai al passato. E invece c’è sempre qualcuno pronto a giustificare l’ingiustificabile, a trovare scuse per il razzismo, a sostenere che siano le persone nere o i migranti a dover accettare l’umiliazione, persino quando vengono insultati e paragonati a delle scimmie. Non conosco questo ragazzo e, francamente, non ho alcun interesse a conoscerlo. Le sue parole parlano già per lui. Se lui sceglie di accettare per sé un insulto razzista come “scimmia”, è una sua decisione personale. Nessuno può impedirgli di tollerare o minimizzare le offese rivolte alla propria persona. Ma ciò che non può fare è pretendere che tutti gli altri accettino la stessa umiliazione. Nessuno ha il diritto di imporre agli altri la propria rassegnazione. Nessuno ha il diritto di dire a chi subisce il razzismo come dovrebbe reagire o quali insulti dovrebbe considerare accettabili. Se non si conosce la storia di certi appellativi, il loro peso coloniale, il loro utilizzo secolare per disumanizzare le persone nere e giustificare schiavitù, segregazione e violenze, allora sarebbe più saggio studiare prima di parlare. Il problema non è soltanto l’ignoranza storica. Il problema è la pretesa di trasformare la propria accettazione della discriminazione in una regola universale. C’è una differenza enorme tra dire: “Io non mi offendo” e dire: “Nessuno dovrebbe offendersi”. La prima è una scelta individuale; la seconda è una forma di legittimazione del razzismo. Ancora più grave è arrivare a giustificare chi provoca deliberatamente le persone, le insulta chiamandole “scimmie” e poi utilizza la loro reazione per sostenere che l’insulto fosse meritato. È una logica perversa: il provocatore diventa la vittima e chi subisce l’offesa viene trasformato nel colpevole. Un meccanismo vecchio quanto il razzismo stesso. Chi vuole accettare ogni forma di discriminazione rivolta alla propria persona è libero di farlo. Ma non può arrogarsi il diritto di parlare a nome di milioni di persone che conoscono bene il significato storico e politico di certi insulti. Non può pretendere che altri accettino di essere disumanizzati per rendere più confortevole la vita dei razzisti. Dire che una persona nera dovrebbe accettare di essere chiamata “scimmia” non è un messaggio di tolleranza. È un messaggio di resa. E la resa di qualcuno non può diventare l’obbligo di tutti gli altri. La storia insegna che i diritti non sono mai stati conquistati da chi giustificava gli oppressori o minimizzava le discriminazioni. Sono stati conquistati da chi ha avuto il coraggio di dire che certe parole, certi comportamenti e certe ideologie non sono normali e non devono essere accettati. Mai.
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Ad Amendolara non servivano altri discorsi: serviva il coraggio di ammettere un fallimento. Due giorni fa ad Amendolara si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’indignazione. Mentre il corteo attraversava le strade tra bandiere, slogan e discorsi dal palco, un’auto carica di lavoratori bengalesi passava accanto alla manifestazione diretta verso i campi. Andavano a lavorare. Come ogni giorno. Quella scena vale più di mille interventi. Da una parte chi parla dello sfruttamento. Dall’altra chi lo subisce sulla propria pelle. Due mondi vicinissimi nello spazio ma separati da un abisso politico e sociale. La verità è scomoda, ma va detta senza ipocrisie: quella manifestazione avrebbe dovuto essere un momento di autocritica collettiva. Invece è sembrata l’ennesima ritualità che si ripete dopo ogni tragedia. Le stesse parole, gli stessi slogan, le stesse promesse. E intanto i lavoratori continuano a piegare la schiena nei campi, i caporali continuano a reclutare manodopera, gli sfruttatori continuano a fare profitti e la politica continua a voltarsi dall’altra parte. Forse da quel palco sarebbe stato più dignitoso tacere. Tacere per riconoscere un fallimento che dura da anni. Il fallimento di un sistema sindacale, associativo e politico che, nonostante decenni di denunce, non è riuscito a costruire una reale partecipazione dei lavoratori migranti. Il fallimento di chi continua a parlare in loro nome senza riuscire a renderli protagonisti delle lotte che li riguardano. Il fallimento di una sinistra che spesso preferisce organizzare eventi piuttosto che costruire rapporti di forza reali nei territori. Perché se i lavoratori passano accanto a una manifestazione che parla di loro senza sentirla propria, il problema non sono i lavoratori. Il problema è la distanza che si è creata tra chi organizza le mobilitazioni e chi vive ogni giorno il ricatto dello sfruttamento. E questo dovrebbe interrogare tutti. Dovrebbe interrogare chi sale sui palchi, chi scrive comunicati, chi organizza convegni e chi, dopo ogni morte sul lavoro, si limita a trasformare il dolore in una cerimonia pubblica dell’indignazione. La realtà è brutale: il sistema dello sfruttamento agricolo non arretra di un millimetro. Continua a prosperare grazie a leggi che producono precarietà, ricattabilità e paura. Continua a prosperare grazie alla Bossi-Fini e a un modello economico che considera migliaia di persone semplicemente forza lavoro usa e getta. Tra qualche settimana, tra qualche mese, un altro lavoratore potrebbe morire nei campi. E allora arriveranno nuovi comunicati, nuove dichiarazioni, nuove passerelle. Ancora una volta. Se non si rompe questo schema, tutto diventa complicità. Perché non basta denunciare lo sfruttamento. Bisogna organizzare chi lo subisce. Non basta commemorare i morti. Bisogna costruire la forza dei vivi. La vera sfida non è convocare l’ennesima manifestazione. La vera sfida è creare le condizioni per uno sciopero sociale dei lavoratori migranti, costruire reti di mutualismo, garantire protezione a chi denuncia, mettere in discussione le leggi che alimentano il ricatto e restituire potere decisionale a chi oggi non ha voce. Esiste una domanda che nessuno può più evitare: perché i lavoratori migranti non sono al centro delle lotte che li riguardano? Finché non si avrà il coraggio di affrontare questa questione, ogni corteo rischierà di trasformarsi in una liturgia dell’impotenza. E ogni tragedia annunciata non sarà soltanto il risultato dello sfruttamento, ma anche il prodotto dell’incapacità collettiva di costruire un’alternativa reale.
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Mai la violenza. Ma nemmeno il razzismo. Ieri a Parma si è verificato un episodio che merita di essere raccontato per quello che è realmente accaduto, senza omissioni e senza propaganda. Il militante e influencer leghista Ferenc Venturelli, noto sui social con il soprannome di “Eterno”, non si è limitato a esprimere opinioni politiche o a partecipare a un dibattito pubblico. Dai video diffusi emerge che ha provocato ripetutamente alcuni migranti, filmando la scena e rivolgendo loro insulti gravemente offensivi, arrivando a chiamarli più volte “scimmie”. Un termine che richiama uno dei più antichi e degradanti stereotipi razzisti utilizzati contro le persone nere e di origine africana. Successivamente è stato aggredito. E sia chiaro: nessuna aggressione fisica è giustificabile. La violenza non è una soluzione e va sempre condannata. Tuttavia, raccontare questa vicenda come se una persona fosse stata aggredita senza motivo da alcuni migranti significa omettere una parte fondamentale dei fatti. La provocazione può far parte della dialettica politica; il razzismo no. Andare incontro alle persone, filmarle, insultarle pubblicamente, umiliarle con appellativi razzisti e poi presentarsi esclusivamente come vittima significa ignorare il contesto che ha preceduto l’accaduto. La questione centrale non è soltanto l’aggressione, ma anche il comportamento che l’ha preceduta. Chiamare degli esseri umani “scimmie” a causa della loro origine o del colore della loro pelle non è una semplice provocazione: è un’espressione di disprezzo razziale. È un linguaggio che disumanizza e alimenta odio. Per questo motivo, oltre a condannare ogni forma di violenza fisica, è legittimo chiedere che vengano accertate eventuali responsabilità legate agli insulti pronunciati e che si valuti se tali comportamenti possano configurare condotte discriminatorie o di odio razziale. I video circolati online mostrano una realtà diversa da quella raccontata da alcuni esponenti e sostenitori della Lega, secondo i quali si sarebbe trattato di un’aggressione improvvisa e immotivata. Prima dei pugni e dei calci, infatti, ci sono state provocazioni, insulti e umiliazioni pubbliche. Ignorarlo significa raccontare soltanto una parte della storia. In una società civile, nessuno dovrebbe essere aggredito. Ma nessuno dovrebbe nemmeno sentirsi autorizzato a insultare altri esseri umani con termini razzisti, filmarli per ottenere visibilità sui social e poi pretendere che tutto questo venga considerato irrilevante. La lotta contro la violenza deve andare di pari passo con la lotta contro il razzismo, la discriminazione e ogni forma di odio. Perché la dignità umana vale per tutti, senza eccezioni. E chi combatte il razzismo deve avere il coraggio di condannare la violenza; allo stesso modo, chi condanna la violenza deve avere l’onestà di condannare anche il razzismo che l’ha preceduta. Raccontare soltanto l’aggressione e tacere sulle provocazioni e sugli insulti razzisti significa deformare la realtà. I fatti, invece, vanno raccontati per intero. Solo così si può parlare seriamente di giustizia, responsabilità e convivenza civile.
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Cercava lo scontro, ha trovato rispetto: la figuraccia di Simone Carabella. Simone Carabella, influencer noto per le sue posizioni di estrema destra e molto seguito sui social, è stato protagonista di una vicenda che si è trasformata in un clamoroso boomerang. Nei giorni precedenti alla celebrazione dell’Eid al-Adha a Villa Gordiani, a Roma, ha alimentato polemiche e diffuso accuse infondate, parlando addirittura di una presunta e inesistente “macellazione pubblica di agnelli”. Non contento, ha persino cercato di collegare la festa musulmana e la comunità islamica alla tragica strage di Modena. Convinto delle proprie narrazioni, il giorno dell’evento si è presentato sul posto con un panino alla porchetta in mano, annunciando apertamente la sua provocazione. L’obiettivo sembrava evidente: ottenere una reazione ostile da parte dei presenti, costruire il ruolo della vittima e offrire ai propri sostenitori il video perfetto da rilanciare sui social. La realtà, però, è stata molto diversa. Innanzitutto, non c’era alcuna macellazione pubblica, nonostante le accuse diffuse nei giorni precedenti. In secondo luogo, nessuno ha reagito con rabbia o aggressività. Nessun insulto, nessuna tensione. Al massimo qualche sguardo divertito e qualche sorriso. Anzi, come riportato da Fanpage, Carabella è stato accolto con toni sereni e persino ironici dalla comunità islamica presente alla festa. Emblematica la risposta di Rabeh Ibrahim El Kerchaoui, del mercato arabo di Centocelle, che ha persino invitato Carabella a condividere quel panino con lui: “Questo è un parco pubblico, può mangiare il panino con la porchetta dove vuole. Anzi, se vuole, domani lo porto con me a mangiarlo in moschea. C’è chi lotta per il salario minimo, chi soffre e muore a Gaza. Se lui vuole combattere per un panino con la porchetta, chi sono io per impedirglielo?” Una replica che ha disinnescato completamente la provocazione, trasformandola in una lezione di civiltà e intelligenza. Chi sperava di dimostrare intolleranza e fanatismo da parte dei musulmani si è ritrovato invece davanti a una risposta fatta di calma, ironia e rispetto. E quello che doveva essere uno show mediatico si è trasformato in una figuraccia pubblica, consumata sotto gli occhi dei presenti e delle telecamere. Un esempio concreto di come si possa rispondere all’ignoranza non con rabbia, ma con dignità, lucidità e persino un sorriso.
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Il bambino che ha dissetato mezzo milione in Africa. Si chiama Ryan. È nato in Canada, nel maggio del 1991. E quando aveva solo sei anni, ha acceso una scintilla che avrebbe illuminato la vita di centinaia di migliaia di persone. Era un giorno qualunque in classe, uno come tanti. Ma quella lezione cambiò tutto. L’insegnante parlava dell’Africa, di bambini che camminavano per ore sotto il sole cocente solo per trovare un po’ d’acqua. Acqua sporca, contaminata, che a volte li uccideva. Disse che molti di loro morivano perché non avevano accesso all’acqua potabile. Ryan rimase in silenzio. Colpito. Scioccato. A lui bastava aprire un rubinetto per bere, lavarsi, giocare. Come poteva essere giusto? Alzò la mano. “Quanto costa dare l’acqua a quei bambini?”, chiese con occhi spalancati. L’insegnante parlò di una ONG, la WaterCan, che riusciva a costruire un pozzo per circa 70 dollari. Appena tornato a casa, Ryan corse da sua madre, Susan: “Mamma, devo trovare 70 dollari. Devo costruire un pozzo in Africa.” La madre sorrise, sorpresa da tanto ardore. “Li troverai, ma dovrai guadagnarteli”, gli disse. Così iniziò la sua missione. Fece lavoretti, pulì garage, aiutò i vicini, mise da parte ogni moneta. Un dollaro alla volta. Un sogno alla volta. Finalmente, dopo mesi, riuscì a raccogliere quella cifra. Ma quando si presentò alla sede della WaterCan, la realtà fu più dura: per costruire davvero un pozzo servivano almeno 2.000 dollari. Un’enormità. Per chiunque. Figuriamoci per un bambino di sei anni. Ma Ryan non si scoraggiò. “Li troverò. Qualsiasi cosa serva, io ce la farò.” E mantenne la promessa. Coinvolse amici, fratelli, i vicini. La sua tenacia divenne contagiosa. I media iniziarono a parlarne. Persone da ogni parte volevano aiutare “il bambino del pozzo”. Nel gennaio del 1999, il primo pozzo fu finalmente costruito, in un piccolo villaggio del nord dell’Uganda. Ma non era che l’inizio. La sua scuola canadese iniziò uno scambio con quella africana. Fu lì che Ryan conobbe, a distanza, Akana: un ragazzino che camminava chilometri ogni giorno pur di andare a scuola. Ryan ne rimase toccato. “Voglio incontrarlo.”, disse. Nel 2000 volò in Uganda. Quando arrivò al villaggio, fu accolto da centinaia di persone. Cantavano. Sorridendo. Piangendo. Formavano un lungo corridoio umano. Lo chiamavano per nome. Ryan si voltò verso la guida e chiese, incredulo: “Ma… conoscono davvero il mio nome?” “Tutti in un raggio di 100 chilometri lo conoscono”, gli rispose. Quel bambino è cresciuto. Oggi Ryan ha 33 anni. Ha fondato la Ryan’s Well Foundation. Ha costruito più di 400 pozzi. Ha portato acqua pulita a oltre mezzo milione di persone. Ha donato vita. Ha donato speranza. La sua fondazione oggi si occupa anche di educazione, di formazione, di futuro. Insegna alle comunità locali a prendersi cura dei pozzi, a difendere ciò che è loro, a custodire il dono più prezioso: l’acqua. In un mondo che corre veloce e si perde in cose vuote, la storia di Ryan ci ricorda che bastano cuore, sogno e coraggio per cambiare il destino di molti. Perché i veri eroi, a volte, hanno solo sei anni. P.S. Per chi desidera sostenerci con un gesto concreto, il vostro aiuto può diventare speranza per chi oggi non ha nulla. Ogni contributo servirà a garantire cure mediche a persone che non possono permettersele e a sostenere la costruzione di una struttura sanitaria per i più vulnerabili. Un piccolo gesto può trasformarsi in vita, dignità e speranza. 💙 👉🏽 Dona qui: GoFundMe gofund.me/dc8681768 Oppure tramite PayPal: diawarasoum@gmail.com IBAN: IT30O3608105138253064953069 Intestatario: Soumaila Diawara (causale: costruzione struttura sanitaria)
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Il paradosso del Congo: una ricchezza che non si trasforma in giustizia. Il Congo è uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali al mondo: il suo territorio custodisce cobalto, oro, diamanti, rame e immense riserve d’acqua. Una terra che brilla per abbondanza. Eppure, nonostante questa straordinaria ricchezza, la popolazione congolese continua a essere tra le più povere del pianeta. Perché tanta abbondanza non si traduce in sviluppo, dignità e giustizia? Quali meccanismi di sfruttamento, saccheggio e complicità globali impediscono al popolo congolese di beneficiare dei frutti della propria terra? Denis Mokoye ce lo racconta con lucidità e dolore, con la voce di chi vive ogni giorno il peso profondo di questa contraddizione. Una voce che ci invita a riflettere e a guardare oltre la superficie. Ascoltare è il primo passo verso il cambiamento. ❤️ P.S. Per chi desidera sostenerci con un gesto concreto, il vostro aiuto può diventare speranza per chi oggi non ha nulla. Ogni contributo servirà a garantire cure mediche a persone che non possono permettersele e a sostenere la costruzione di una struttura sanitaria per i più vulnerabili. Un piccolo gesto può trasformarsi in vita, dignità e speranza. 💙 👉🏽 Dona qui: GoFundMe gofund.me/dc8681768 Oppure tramite PayPal: diawarasoum@gmail.com IBAN: IT30O3608105138253064953069 Intestatario: Soumaila Diawara (causale: costruzione struttura sanitaria)
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L’ambulanza che non si ferma mentre Bakary stava morendo. Questo video mostra un fatto sconvolgente: l’ambulanza arriva, si ferma per un momento e poi riparte, lasciando indietro Bakary Sacko mentre era ferito, aggredito e perdeva sangue. Scene che fanno male, che indignano e che pongono domande pesanti sulla disumanità, sull’indifferenza e sul valore della vita umana quando la vittima è un uomo nero. Non si può restare in silenzio davanti a immagini simili. Una persona stava morendo e chi avrebbe dovuto intervenire immediatamente se n’è andato come se nulla fosse. Questo non è solo un video: è una denuncia contro l’abbandono, contro l’indifferenza e contro un sistema che troppo spesso ignora il dolore degli ultimi.
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Coraggio contro l’intimidazione politica. Corte d’Appello federale di Washington ha restituito a Donald Trump il potere di colpire nuovamente Francesca Albanese con sanzioni politiche, sospendendo la decisione che ne aveva ordinato la revoca. Solo pochi giorni fa, il Dipartimento di Stato americano era stato costretto a ritirare le sanzioni contro la Relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati, dopo che un tribunale federale ne aveva riconosciuto l’illegittimità. Ora però l’amministrazione Trump può riprendere la sua offensiva contro una funzionaria colpevole soltanto di denunciare le sofferenze del popolo palestinese. Francesca Albanese viene trattata come una nemica solo per aver svolto il proprio mandato con coerenza e coraggio. Questa decisione rappresenta un attacco alla libertà di parola, al diritto internazionale e all’indipendenza delle Nazioni Unite. È un precedente inquietante: gli Stati Uniti non si limitano più a proteggere Israele sul piano diplomatico, ma cercano di colpire chi denuncia occupazione e violazioni dei diritti umani. Colpire una relatrice ONU significa intimidire chiunque denunci le ingiustizie. Ma la storia insegna che la verità e la resistenza sopravvivono alla repressione. Francesca Albanese rappresenta oggi il coraggio di chi continua a difendere i diritti umani anche sotto attacco. Io sto con Francesca.
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Trump continua a trasformare il potere americano in uno strumento di intimidazione contro chi denuncia le ingiustizie. Colpire Francesca Albanese perché difende i diritti del popolo palestinese è un attacco gravissimo alla libertà di parola e al diritto internazionale. Punire una relatrice ONU significa voler zittire la verità con la paura. Ma il coraggio non si sanziona. Io sto con Francesca Albanese.
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Nel Sudan succede anche questo: civili sepolti vivi. La foto parla da sola. Un essere umano ritrovato in una fossa comune, sepolto vivo, con il volto che emerge appena dalla terra come ultimo grido disperato. Un’immagine che lacera l’anima e che racconta l’orrore meglio di qualsiasi parola. Questo è il Sudan di oggi. Donne massacrate. Bambini strappati alla vita. Anziani uccisi senza pietà. Uno sterminio che continua nel silenzio assordante del mondo. Mentre le grandi potenze discutono interessi e strategie, il popolo sudanese muore nell’abbandono totale. Ospedali incendiati, scuole trasformate in macerie, villaggi cancellati, famiglie costrette a fuggire senza acqua, senza cibo, senza futuro. Portano con sé soltanto paura, fame e dolore. Ogni corpo lasciato sotto la terra racconta una tragedia che l’umanità non può più fingere di non vedere. Ogni minuto di silenzio pesa come una complicità. La comunità internazionale deve agire subito. Restare spettatori davanti a questo massacro significa accettarlo. L’indifferenza è una delle armi più crudeli di questa guerra. Non possiamo continuare a voltare lo sguardo. Non possiamo permettere che il genocidio in Sudan venga cancellato dal silenzio mediatico e politico. È tempo di denunciare. È tempo di reagire. È tempo di difendere la dignità umana prima che sia troppo tardi. ❤️ P.S. Per chi desidera sostenerci con un gesto concreto, il vostro aiuto può diventare speranza per chi oggi non ha nulla. Ogni contributo servirà a garantire cure mediche a persone che non possono permettersele e a sostenere la costruzione di una struttura sanitaria per i più vulnerabili. Un piccolo gesto può trasformarsi in vita, dignità e speranza. 💙 👉🏽 Dona qui: GoFundMe gofund.me/dc8681768 Oppure tramite PayPal: diawarasoum@gmail.com IBAN: IT30O3608105138253064953069 (causale: costruzione struttura sanitaria)
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Ora è ufficiale: il Dipartimento del Tesoro USA ha rimosso le sanzioni contro Francesca Albanese @FranceskAlbs, escludendola dalla blacklist federale. Una decisione che segue l’ordinanza del giudice Richard Leon, che ha definito le sanzioni una violazione della libertà di espressione. Per Albanese significa riavere accesso ai propri conti, tornare a lavorare e collaborare con le università americane: in una parola, riprendersi la propria vita. È sicuramente una vittoria personale che le permette di riappropriarsi della sua vita. Ma è ancor di più una vittoria politica e di verità dei popoli contro il potere sempre più violento e opprimente dell’élite mondiale. È una vittoria personale, umana e politica contro chi ha cercato di delegittimarla con odio e disinformazione. Ha vinto lei. E con lei tutti quelli che non l’hanno mai lasciata sola.
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Abbiate il coraggio di difendere le persone giuste, determinate nella lotta per la giustizia, senza se e senza ma. La vicenda di Francesca Albanese dimostra che verità e dignità possono resistere anche alle campagne di odio e delegittimazione. Questa è anche una vittoria contro il silenzio e l’ipocrisia di un governo italiano che troppo spesso si è girato dall’altra parte, lasciando sola una donna colpita per aver difeso i diritti umani e il diritto internazionale.
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