Louis Dassilva assolto e scarcerato nel caso dell’omicidio di Pierina Paganelli.
In questa vicenda, fin dall’inizio, era evidente che qualcosa non tornava. Non solo mancava un movente credibile, ma mancavano anche prove concrete che collegassero Louis Dassilva all’omicidio. Le telecamere non hanno fornito elementi decisivi, e neppure gli accertamenti sul corpo della vittima hanno prodotto prove tali da giustificare una condanna.
Ma l’aspetto più inquietante di questa storia non riguarda soltanto le decisioni giudiziarie che hanno portato un uomo a trascorrere quindici mesi in carcere in custodia cautelare. Riguarda soprattutto il clima che si è creato attorno a lui: un clima fatto di pregiudizi, stereotipi e insinuazioni che troppo spesso hanno sostituito i fatti.
Ho parlato pochissimo di questa vicenda. Quando si tratta di omicidi e, in particolare, di casi che coinvolgono il dolore di una famiglia che ha perso una persona cara, preferisco mantenere prudenza e rispetto. Nessuno può minimizzare la gravità di un delitto o il dramma vissuto dai familiari della vittima. Una vita è stata spezzata e questo resta il fatto più tragico.
Tuttavia, il rispetto per la vittima non può trasformarsi nell’accettazione passiva di accuse prive di fondamento. Per mesi abbiamo assistito a un racconto in cui non si discutevano soltanto gli elementi dell’indagine, ma anche l’identità dell’indagato: il fatto che fosse un ex militare, il fatto che fosse nero, il fatto che fosse senegalese. A un certo punto si è arrivati perfino a evocare presunte motivazioni “culturali”, come se l’appartenenza a una determinata cultura potesse diventare un indizio di colpevolezza.
Questa è una deriva pericolosa.
Attribuire a una persona una predisposizione alla violenza sulla base delle sue origini significa rinunciare alla ragione e sostituirla con il pregiudizio. Significa giudicare qualcuno non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. E questo ha un nome preciso: discriminazione.
Chi conosce davvero il Senegal, chi ci ha vissuto, chi ha costruito relazioni familiari o affettive con persone senegalesi, sa bene quanto siano superficiali e infondate certe generalizzazioni. Ogni società ha le sue contraddizioni, ma nessuna cultura può essere trasformata in una prova d’accusa.
La giustizia dovrebbe basarsi sui fatti, non sugli stereotipi. Sulle prove, non sulle paure. Sulla verità, non sui preconcetti.
Oggi i giudici hanno riconosciuto che gli elementi raccolti non erano sufficienti a sostenere quella responsabilità. È un segnale importante, perché nessuno dovrebbe essere privato della libertà o marchiato come assassino senza prove solide e incontestabili.
Ma la giustizia non è ancora completa.
Pierina Paganelli è stata uccisa e il suo assassino deve essere individuato e processato. La sua famiglia merita la verità. Merita risposte. Merita che il vero responsabile venga assicurato alla giustizia.
Allo stesso tempo, Louis Dassilva dovrà convivere con quindici mesi di carcere, con un’enorme esposizione mediatica e con accuse che hanno segnato profondamente la sua vita. Nessuna assoluzione potrà cancellare completamente il peso di tutto questo.
Spero che riesca, un giorno, a ritrovare serenità. E spero che coloro che, senza prove, lo hanno dipinto come colpevole sulla base del colore della pelle, delle sue origini o della sua storia personale, trovino il coraggio di riflettere sulle proprie responsabilità.
Perché una società davvero giusta non combatte il dolore di una vittima creando un’altra vittima. E non sostituisce mai le prove con il pregiudizio.
Continuo ad avere fiducia nella giustizia quando trova la forza di fermarsi, di guardare i fatti con lucidità e di ricordare che la presunzione d’innocenza non è un dettaglio burocratico, ma uno dei pilastri fondamentali di una società democratica.