La gente parla come se avesse ingoiato una biblioteca Nessuno dice più: “Scusa, sono un idiota”. No. Oggi si dice: “Sto de-costruendo il racconto dominante” IA

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Giustizia e’ fatta. 🖕🏻🖕🏻🖕🏻🖕🏻🖕🏻
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#Gaza non è quello che ti hanno raccontato Due milioni di persone stipate in 365 chilometri quadrati. Un popolo unito, una causa sola, una resistenza compatta. È il racconto che passa sui giornali, nei comunicati, nei discorsi. È anche, in buona parte, una fiction. Gaza è un posto attraversato da rancori antichi, gerarchie non scritte e lotte di potere che esistono indipendentemente da Israele, dall'assedio e dalle telecamere. Nessuno ne parla volentieri né la stampa occidentale, che preferisce la narrativa del blocco monolitico, né Hamas, che ha tutto l'interesse a presentarsi come espressione unitaria di un popolo. Ma le fratture ci sono, sono profonde, e capirle cambia parecchio la lettura di quello che succede laggiù. Prima del 1948 Gaza era una cittadina di 80.000 abitanti. Famiglie di notabili, proprietari terrieri, mercanti i Muwatinin, i "cittadini". Gente con radici, terra, nome. Poi arrivò la guerra e con la guerra arrivarono i profughi: oltre 200.000 persone scacciate dal sud della Palestina, da Jaffa, Ascalona, Beersheba. I Laji'un. I discendenti di quei profughi sono oggi circa il 70% della popolazione di Gaza. E per decenni i locali li hanno trattati esattamente come le élite di tutto il mondo trattano i profughi: come un problema, non come uguali. Matrimoni misti quasi impossibili. Distinzioni sociali nette. I Muwatinin avevano terreni e botteghe; i Laji'un avevano le razioni dell'UNRWA. Il risentimento andava in entrambe le direzioni, e non era sottile. Nel 1994 Oslo aprì le porte a qualcosa che la gente di Gaza non aveva chiesto: un'ondata di quadri dell'OLP rientrati dall'esilio. Dalla Tunisia soprattutto da cui il soprannome immediato e non affettuoso: Al-Tunisiyyeen. Palestinesi, sì. Ma cresciuti a Tunisi, Beirut, Algeri. Con accenti diversi, mogli senza velo, abitudini cosmopolite. E soprattutto: con le chiavi dei ministeri in mano. Chi aveva passato vent'anni sotto l'occupazione israeliana, chi aveva lanciato pietre durante la Prima Intifada e si era fatto anni di carcere nelle prigioni di Israele, si ritrovò a dipendere da chi era stato al sicuro altrove. I posti di comando andarono ai rientrati. I ruoli subalterni a chi era rimasto. Questo è uno dei motivi concreto, materiale, non ideologico per cui Hamas vinse le elezioni del 2006 e poi cacciò Fatah con le armi nel 2007. Non fu solo islamismo contro laicismo. Fu la rivalsa di chi era rimasto contro chi era tornato a comandare dopo aver fatto la bella vita in esilio. Nessun paese arabo ha mai voluto i palestinesi davvero. Nel 1991 il Kuwait li espulse in massa centinaia di migliaia di persone perché Arafat aveva appoggiato Saddam Hussein durante l'invasione. Molti di quelli con radici a Gaza tornarono, o furono rispediti, nella Striscia. Nel 1995 fu Gheddafi a fare lo stesso dalla Libia, per protestare contro Oslo. Arrivarono a Gaza famiglie abituate a un tenore di vita decente professionisti, impiegati, gente con figli nati all'estero. Trovarono un sistema che non sapeva che farsene. Senza documenti palestinesi validi, fuori dai registri, senza diritto formale di accedere ai servizi. Invisibili. Né rifugiati riconosciuti né cittadini. Un sottostrato burocratico che durava anni, a volte decenni. Sotto tutto il resto sotto #Hamas, sotto Fatah, sotto l'UNRWA ci sono le hamula, i clan familiari. A Gaza contano più di qualsiasi struttura politica formale. Decidono chi ottiene cosa. Gestiscono le dispute, controllano i quartieri, distribuiscono gli aiuti, fanno e disfano alleanze. Nei campi profughi i clan spesso si sovrappongono ai villaggi di origine del 1948: la famiglia è anche la memoria è anche il potere. 👇🏻 Continua nei commenti.
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«Il vero viaggio porta unicamente verso se stessi, verso il proprio centro». Ibn al-‘Arabī teologo del sufismo
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L'uomo è ciò che mangia “Der Mensch ist, was er isst” venne formulata dal filosofo tedesco Ludwig Feuerbach nella sua opera del 1862, Il mistero del sacrificio. Il cibo non è solo carburante biologico, ma è uno specchio della civiltà, della cultura e delle tradizioni di un popolo. Oggi bisognerebbe riflettere quasi ogni secondo, avendo tutti un cellulare in mano, sul fatto che l’uomo è anche ciò che legge. E le conseguenze, come nel caso del cibo ultraprocessato possono essere devastanti. Ne parla qui Roberta Milanese psicoterapeuta del #centroditetapiastrategica
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Eh ma @IlMici8 “sei tu che ci vedi questa schifezza. Sei tu che sei marcio dentro” Sta girando da ieri questa minchiata.🤣🤣🤣
La Meloni è quanto di più distante possa esserci dalle mie idee politiche, ma è vergognoso ed indegno che un parlamentare, nel luogo più alto delle istituzioni, le dia della pompinara. Solidarietà piena ed incondizionata alla Presidente del Consiglio
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Propongo, come nel caso dei fumatori, uno spazio su X in cui vengano vietati i contenuti fatti con l’intelligenza artificiale. Avete rotto il cazzo.
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The reaction of dogs when the father leaves the living room vs. when the mother leaves
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🙈🙊🙉🤣🤣🤣
Cómo me gustan estas gilipolleces.
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#manconi all @Ariachetira critica il capitalismo come se lo schiavismo ne fosse una naturale conseguenza. Mi sfugge il suo punto di vista su sistemi alternativi come quello cinese e russo.
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Connecting with others.

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L’altra Napoli.
Recently learned about Sunghyun Yoo, a Korean tailor who moved from Seoul to Naples in 2017 to learn how to become a bespoke tailor. While many East Asians take apprenticeships in Europe, often in Italy, most of them return to their home countries after their studies. Yoo decided to stay in Naples, where he has established his own workshop, which he named Sartoria Del Signore. If you know a little about tailoring, then you can spot many of the hallmarks here of Neapolitan style: The soft shoulder line, extended front dart, high gorge, straight lapels, and slightly sweeping quarters. It's said that Vincenzo Attolini invented this style in the early 1900s when he worked as the head cutter for Rubinacci (then called London House). Back then, traditional British tailoring tended to be more structured. A jacket was typically built with a stiff layer of haircloth, a layer of body canvas, and a fuzzy layer of felt called domette to prevent the prickly haircloth from poking through. Faced with clients who wanted lighter, more comfortable jackets for Naples's warmer clime, Attolini ripped out much of this structure — removing the domette entirely and reserving just a bit of haircloth at certain parts of the chest. The shoulder line was also minimally padded. The result is something that's not only lighter and more comfortable in the heat but also looks more relaxed and casual than its British counterpart. Today, Neapolitan tailoring houses struggle to find apprentices. For good reason, most young people don't want to become bespoke tailors, as it takes a long time to learn the skills, and the future of this market is uncertain. Even when young people enter the tailoring industry, they are more likely to become content creators, businesspeople, marketers, or something similar. They don't want to be the people who draft patterns, cut, and sew. Thus, it's great to see immigrants keep this craft alive. To me, it's never about the person's ethnicity, but rather their skills and mindset. Anyone can learn how to become a bespoke tailor. In Naples, there's a specific way of doing things that yields a particular silhouette. It's great to see Yoo carry this tradition forward at a time when it's at risk of disappearing. Earlier this year, I had dinner with two bespoke tailors — one from Hong Kong, the other from Seoul. The second was studied under Antonio Pascariello, a master tailor in Naples who recently passed away. I remember asking both tailors a question about how to fit a difficult figure, and the Korean tailor gave an answer that I thought revealed a very Italian way of thinking. In this way, Italian traditions live on, regardless of the person's ethnicity. If you're interested, you can follow Yoo on Instagram (look up sartoriadelsignore). As usual, I have no affiliation with him — this is not a paid post, as I don't do paid posts. Just some thoughts about this dying art and the role that immigrants play, even when they're from different cultures and backgrounds.
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No caro Elio a #propagandalive De Gregori non è stato criticato per quello che ha detto di Bruce Springsteen e nel caso pure di Bob Dylan tant’è vero che ha detto che “Bob Dylan può fare quel cazzo che gli pare, io non sono Bob Dylan.” Testuale. De Gregori ha rivendicato invece il diritto di non esprimersi se non attraverso la sua arte. E per questo è stato criticato con un sonoro vergognaaaahhhh!!! altro che libertà di dire quello che uno pensa.
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Caro #Elio in accordo con i desiderata di #Frankzappa ecco cosa ha detto #degregori

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Fine della discussione.

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La Russia. Per una volta, sto cojone ha detto una roba giusta. 😀😀
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Erri De Luca fuori da Salerno Letteratura, rinuncia Cotroneo - Notizie - Ansa.it ansa.it/sito/notizie/cultura…

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Cotroneo, 'non terrò il mio intervento a Salerno Letteratura' (ANSA) - ROMA, 03 GIU - " I festival culturali non sono dei giornali, tantomeno dei partiti, e non hanno 'una linea': sono dei luoghi di cultura, di dibattito e di incontro. Sono presidi della democrazia. Da questa linea non si passa" e "Io, per questo motivo, ho deciso di non tenere più il mio intervento a Salerno Letteratura. Avrei dovuto parlare di Umberto Eco, che sarebbe davvero inorridito solo all'idea di bruciare un libro, qualsiasi libro, o di togliere la parola a qualcuno". Lo annuncia lo scrittore Roberto Cotroneo dopo la decisione del Festival Salerno Letteratura di escludere dalla prolusione che avrebbe dovuto tenere lo scrittore Erri De Luca.
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Kiev oggi. ❤️
Kyiv, Maidan Nezaležnosti - il monumento della piazza è stato illuminato con i colori della bandiera italiana
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🤣🤣🤣 e’ scappata un po’ di mano sta cosa.

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