#Gaza non è quello che ti hanno raccontato
Due milioni di persone stipate in 365 chilometri quadrati. Un popolo unito, una causa sola, una resistenza compatta. È il racconto che passa sui giornali, nei comunicati, nei discorsi. È anche, in buona parte, una fiction.
Gaza è un posto attraversato da rancori antichi, gerarchie non scritte e lotte di potere che esistono indipendentemente da Israele, dall'assedio e dalle telecamere. Nessuno ne parla volentieri né la stampa occidentale, che preferisce la narrativa del blocco monolitico, né Hamas, che ha tutto l'interesse a presentarsi come espressione unitaria di un popolo. Ma le fratture ci sono, sono profonde, e capirle cambia parecchio la lettura di quello che succede laggiù.
Prima del 1948 Gaza era una cittadina di 80.000 abitanti. Famiglie di notabili, proprietari terrieri, mercanti i Muwatinin, i "cittadini". Gente con radici, terra, nome. Poi arrivò la guerra e con la guerra arrivarono i profughi: oltre 200.000 persone scacciate dal sud della Palestina, da Jaffa, Ascalona, Beersheba. I Laji'un.
I discendenti di quei profughi sono oggi circa il 70% della popolazione di Gaza. E per decenni i locali li hanno trattati esattamente come le élite di tutto il mondo trattano i profughi: come un problema, non come uguali. Matrimoni misti quasi impossibili. Distinzioni sociali nette. I Muwatinin avevano terreni e botteghe; i Laji'un avevano le razioni dell'UNRWA. Il risentimento andava in entrambe le direzioni, e non era sottile.
Nel 1994 Oslo aprì le porte a qualcosa che la gente di Gaza non aveva chiesto: un'ondata di quadri dell'OLP rientrati dall'esilio. Dalla Tunisia soprattutto da cui il soprannome immediato e non affettuoso: Al-Tunisiyyeen. Palestinesi, sì. Ma cresciuti a Tunisi, Beirut, Algeri. Con accenti diversi, mogli senza velo, abitudini cosmopolite. E soprattutto: con le chiavi dei ministeri in mano.
Chi aveva passato vent'anni sotto l'occupazione israeliana, chi aveva lanciato pietre durante la Prima Intifada e si era fatto anni di carcere nelle prigioni di Israele, si ritrovò a dipendere da chi era stato al sicuro altrove. I posti di comando andarono ai rientrati. I ruoli subalterni a chi era rimasto.
Questo è uno dei motivi concreto, materiale, non ideologico per cui Hamas vinse le elezioni del 2006 e poi cacciò Fatah con le armi nel 2007. Non fu solo islamismo contro laicismo. Fu la rivalsa di chi era rimasto contro chi era tornato a comandare dopo aver fatto la bella vita in esilio.
Nessun paese arabo ha mai voluto i palestinesi davvero. Nel 1991 il Kuwait li espulse in massa centinaia di migliaia di persone perché Arafat aveva appoggiato Saddam Hussein durante l'invasione. Molti di quelli con radici a Gaza tornarono, o furono rispediti, nella Striscia. Nel 1995 fu Gheddafi a fare lo stesso dalla Libia, per protestare contro Oslo.
Arrivarono a Gaza famiglie abituate a un tenore di vita decente professionisti, impiegati, gente con figli nati all'estero. Trovarono un sistema che non sapeva che farsene. Senza documenti palestinesi validi, fuori dai registri, senza diritto formale di accedere ai servizi. Invisibili. Né rifugiati riconosciuti né cittadini. Un sottostrato burocratico che durava anni, a volte decenni.
Sotto tutto il resto sotto
#Hamas, sotto Fatah, sotto l'UNRWA ci sono le hamula, i clan familiari. A Gaza contano più di qualsiasi struttura politica formale. Decidono chi ottiene cosa. Gestiscono le dispute, controllano i quartieri, distribuiscono gli aiuti, fanno e disfano alleanze. Nei campi profughi i clan spesso si sovrappongono ai villaggi di origine del 1948: la famiglia è anche la memoria è anche il potere.
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