Le spose del jihad
C’è un’immagine che non siamo in grado di cancellare, malgrado gli anni passati e il silenzio che è sceso sulle macerie di Raqqa.
È la foto scolastica di Sabina Selimovic. Ha quindici anni, i capelli biondi che le incorniciano il viso, un sorriso accennato, pulito, identico a quello di milioni di adolescenti che ogni mattina riempiono le aule delle scuole europee.
Pochi mesi dopo, lo sguardo di quella stessa bambina sarebbe stato inghiottito dal nero impenetrabile di un niqab, stretto attorno a un corpo improvvisamente diventato bersaglio, merce e manifesto di una delle più feroci teocrazie della storia moderna.
La storia di Sabina Selimovic, fuggita da Vienna nell’aprile del 2014 insieme all’amica Samra, non è un saggio geopolitico. È una tragedia greca consumata nell'era di internet, un dramma dell'innocenza violata che si è chiuso nel modo più oscuro e brutale.
Tutto ha inizio con un foglio di carta lasciato in una casa ordinaria di Vienna. I genitori di Sabina, rifugiati bosniaci scampati all'orrore della pulizia etnica degli anni '90, avevano cercato in Austria quella sicurezza che la loro terra d'origine aveva negato loro.
Non potevano sapere che il pericolo, per la loro figlia più piccola, non sarebbe arrivato dai soldati o dalle bombe, ma dallo schermo di un computer.
"Non cercateci. Serviremo Allah e moriremo per lui".
Poche parole che spezzano il respiro. A quindici anni non si conosce la morte, la si idealizza. Sabina e Samra prendono un volo per la Turchia, attraversano un confine invisibile e spariscono nel buio della Siria.
Dietro di loro non c'era una scelta matura, ma l'ombra sinistra di un predatore dell'anima: Mirsad Omerovic, il predicatore d'odio che raccoglieva le fragilità di queste ragazze di seconda generazione, sospese nel vuoto tra l'Occidente che le rifiutava e le radici che non trovavano, per vendere loro un'utopia di sangue.
L'ISIS capisce immediatamente il valore di quel bottino. Sabina diventa una "ragazza poster". I canali della propaganda dello Stato Islamico vengono inondati delle sue foto: la bambina di Vienna ora imbraccia kalashnikov, posa fiera accanto a uomini mascherati, scrive messaggi in cui inneggia alla vita nel Califfato.
È la messinscena del terrore che si fa romantico. Lo scopo è mostrare ai coetanei rimasti in Europa che Raqqa è un paradiso per i giovani.
Ma dietro l'obiettivo della macchina fotografica, la realtà è un calvario claustrofobico.
Sabina e Samra vengono private dei passaporti, rinchiuse in dormitori femminili e date in spose quasi subito a combattenti stranieri. Diventano proprietà terrene in una terra che si diceva divina.
Il risveglio dal sonno dogmatico è immediato e disperato. Le intercettazioni e i messaggi filtrati nei mesi successivi raccontano il panico di due bambine che piangono, che vogliono tornare a casa, che implorano le madri di salvarle dall'inferno in cui sono precipitate. Ma da Raqqa non si torna indietro.
La fine di Sabina ha il sapore amaro dell'inevitabilità. Muore prima di compiere sedici anni, verso la fine del 2014, investita dalle schegge di un colpo di mortaio durante i bombardamenti sulla città. Una morte anonima, sotto un cielo di polvere, lontana da tutto ciò che aveva conosciuto.
La sua amica Samra subirà un destino persino peggiore: fustigata a morte dai suoi stessi aguzzini per aver tentato una fuga disperata tra i vicoli di Raqqa.
Oggi che l'ISIS è un ricordo militare e il predicatore che ha avvelenato la mente di Sabina sconta la sua pena in un carcere austriaco, la parabola di questa quindicenne ci lascia un’eredità pesante. Guardare alla sua storia con la freddezza di chi giudica il passato significa commettere un crimine analitico.
Sabina non è stata un soldato nemico; è stata la vittima sacrificale di una guerra psicologica che l'Occidente non ha saputo intercettare e cge va avanti anche oggi..
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