Putin ha perso in modo netto le elezioni in Armenia e così il piccolo paese caucasico si somma all’ormai lungo elenco di pezzi che, a causa della folle impresa ucraina, l’impero che Putin sognava di aggiungere, sta invece perdendo. L’impegno di Mosca nella sua criminale aggressione le ha infatti impedito di prendere le parti di Erevan nel breve conflitto che ha riportato il Nagorno Karabakh sotto il controllo dell’Azerbaijan nel settembre 2023. Questo ha di fatto trasformato un allontanamento lento del governo armeno dall’orbita russa, in una crisi insanabile ora culminata con un voto che oggi sancisce la separazione dei destini delle due nazioni.
La stessa Baku ha a sua volta preso le distanze dal Cremlino, nonostante le tensioni con l’Armenia, anche a causa di un abbattimento aereo, avvenuto nel dicembre del 2024, del quale la Russia non si è mai pienamente assunta la responsabilità.
Il Kazakistan, intanto, pur condividendo con la Russia il confine continuo più lungo del mondo, ha attuato una strategia di "neutralità attiva" che ha irritato Mosca. Astana si è rifiutata di riconoscere le annessioni dei territori ucraini, accoglie centinaia di migliaia di russi in fuga dalla mobilitazione militare, e soprattutto rispetta formalmente le sanzioni occidentali sui beni a duplice uso (dual-use), bloccando i canali di rifornimento tecnologico per l'esercito russo e costringendo Putin a continui viaggi diplomatici per tentare di blindare l'asse finanziario.
L’Uzbekistan ha assunto per parte sua una posizione speculare a quella kazaka. Tashkent ha dichiarato esplicitamente il proprio sostegno all'integrità territoriale dell'Ucraina, ha rifiutato la proposta russa di creare una "unione del gas" a guida moscovita (preferendo accordi bilaterali commerciali) e sta diversificando rapidamente i propri partner strategici verso la Cina, l'Europa e la Turchia.
La distrazione ucraina ha anche fatto mancare l’aiuto del regime di Putin all’ormai ex dittatore Bashar al Assad, defenestrato dalla guida della Siria, paese fino a quel momento sotto il totale controllo di Mosca, che poteva anche liberamente utilizzare il porto di Tartus. Nel 2019, Assad aveva concesso al colosso russo Stroytransgaz (legato all'oligarca Gennady Timchenko) l'affitto e la gestione commerciale dello scalo per 49 anni. Il nuovo esecutivo siriano ha rescisso il contratto, accusando la società russa di non aver mai effettuato gli investimenti di ammodernamento promessi. La gestione dello scalo commerciale è stata immediatamente riassegnata alla multinazionale DP World di Dubai (Emirati Arabi Uniti), che ha firmato un accordo per investire 800 milioni di dollari nello sviluppo di un nuovo terminal multiuso, tagliando fuori Mosca dai profitti e dal controllo logistico dello scalo.
Sempre in Medio Oriente, Mosca ha dovuto assistere inerme alle sanguinose proteste contro il regime iraniane e successivamente alle azioni israeliane e statunitensi, dimostrandosi assolutamente impotente sia sul piano diplomatico che su quello militare ed anzi approfittando cinicamente della crisi di Hormuz per trarre beneficio temporaneo dal rialzo dei prezzi del petrolio.
Ma nell’elenco dei paesi usciti dall’orbita russa a causa della guerra va inserita anche l’Ungheria, trascinata su posizioni così estreme ed antieuropee da causare la caduta di Orbàn. Finlandia e Svezia, inoltre hanno archiviato rispettivamente 80 e 200 anni di neutralità e non-allineamento militare. L'ingresso formale nella NATO ha spostato l'intero baricentro della sicurezza del Mar Baltico (ora definito scherzosamente "un lago della NATO") fuori dal controllo russo, raddoppiando i confini diretti tra l'Alleanza Atlantica e la Federazione Russa.
In America Latina l’uscita di scena di Maduro ha indebolito i legami col Venezuela, la cui vice presidente è costretta a mantenere rapporti più stretti con l’America di Trump che con la Russia. Mentre l’Ecuador, sotto la presidenza di Daniel Noboa, ha avviato una decisa virata diplomatica verso Washington. All'inizio del 2024, il paese ha accettato di trasferire agli Stati Uniti i suoi vecchi sistemi militari di fabbricazione sovietica (destinati all'Ucraina) in cambio di equipaggiamenti militari moderni americani. La mossa ha scatenato una durissima ritorsione economica da parte di Mosca, che ha temporaneamente bloccato l'importazione di banane ecuadoriane (l'Ecuador copre il 95% del mercato russo) simulando "motivi sanitari".
Persino in Mali, affermatasi in questi anni come roccaforte russa, le forze dell’Africa Corps stanno subendo pesanti perdite a causa delle imboscate congiunte dei ribelli Tuareg e dei gruppi jihadisti, incrinando il mito dell'invincibilità russa nella regione.
Per quanto Putin si sforzi di organizzare forum economici e continuare a mostrare i muscoli, la verità è che Russia, dissanguata da una guerra che non può vincere, sta subendo come mai prima un isolamento internazionale concomitante con un crollo reputazionale, scontando una sopravvalutazione della propria potenza militare ormai evidente a tutti, che la fa apparire non solo incapace di difendere i propri alleati, ma accecata da un’ideologia tossica e revanscista che antepone a suoi stessi interessi.