📀 Fragment – Over the Horizon
di Andrea Romeo della redazione di Musicalmind
prima parte
Sono trascorsi ben otto anni dall’album “Second Awakening”, il secondo lavoro, che faceva seguito all’omonimo EP Fragment uscito due anni prima, con il quale, nel 2018, i Fragment, band folk-rock-prog romana, si erano definitivamente affacciati all’interno di una scena musicale molto vivace e che aveva già, ed ha anche successivamente prodotto, diversi progetti molto interessanti tra i quali citiamo, ma ampiamente per difetto Lou Dalfin, Lingalad, Höstsonaten, 50 Celt, Inchiuvatu, Galaverna, L’Orage, Folkstone, Furor Gallico, una serie di band che, ognuna in maniera differente, ha interpretato la tradizione irlandese, scozzese, bretone e galiziana, rileggendola spesso attraverso espressioni musicali originali, e che hanno assorbito importanti suggestioni dalla musica rock, progressive e persino metal.
Otto anni durante i quali sono successe molte cose, sono cambiate molte cose ed anche molte persone: dei Fragment targati 2018 sono rimasti Ariele Cartocci, irish bouzouki, chitarre classiche, acustiche ed elettriche, banjo, bombarda, bagpipe galiziana, voci e produzione, Lorenzo Beverati, basso elettrico e bodhran, e Stefano Vestrini, batteria, percussioni, cajon, darbuka e congas: la band targata 2025, e che ha realizzato Over the Horizon, il nuovo lavoro, allinea Vittoria Nagni, violino, voce ed artwork, Emanuele Grigioni, Hammond, synth, piano, accordion, e Davide Bonacina, low e tin whistle ai quali, in qualità di ospiti, si sono uniti Luciano Monceri, nickelharp, morin khuur, Adriano Sangineto, harp, Maria Teresa Vivianetti, flauto, e Maurizio Serafini, uillean pipe, ed anche la musica, tutto sommato, è cambiata.
Se, nel precedente lavoro, i Fragment si erano rifatti, in maniera decisamente più filologica a quelli che sono gli stilemi classici del celtic rock, in questo nuovo album la band si è spinta decisamente oltre, e l’influenza della musica progressive, inclusi alcuni passaggi che includono un uso più importante dell’elettronica, ha modificato sensibilmente sia l’intenzione artistica che il suono vero e proprio.
La band romana, che era transitata, diciamo così, a volo radente, attraversando prima le aie del nord Europa, nelle quali si celebravano feste campestri, si suonava, si ballava, si mangiava e si mesceva in allegria ed in ambienti luminosi e solari, per piombare poi all’interno di locande fumose, piene di calore, nelle quali i medesimi riti venivano riproposti, ma in un’atmosfera decisamente più intima, ed in cui i musicanti presenti erano, spesso, in pari numero se non in numero superiore rispetto agli avventori (cosa che peraltro avviene ancora oggi, soprattutto nei pub irlandesi…), è approdata ad un folk-prog decisamente dinamico, energico, a tratti persino aggressivo, rodato soprattutto dal vivo grazie ad una lunga serie di partecipazioni a festival ed eventi a tema celtico, tra i quali vale la pena citare Claddagh Fest, Insubria Festival, Urbs Shire, Fairylands Celtic Festival, Celtic Hills Day, Folkest, Ladispoli Summer Celtic Festival, European Celtic Contest e Montelago Celtic Festival, vetrine importanti, e che ne hanno messo in luce doti compositive, di arrangiamento, interpretative, ed una invidiabile grinta live; il mix tra strumenti tradizionali e strumenti moderni funziona, e funziona molto bene, come si evince dall’ascolto delle undici tracce presenti in “Over the Horizon”, alle quali si aggiungono, nella versione digitale, altri due brani tra i quali un assai interessante Alk3mic Remix di Fiddleback, il pezzo che apre il lavoro e che, grazie ad una chitarra decisamente carica trascina con sé una ritmica serrata ed un complesso ed energico caleidoscopio sonoro.
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