Non ci si può credere: il Milan di Rocco e Rivera, di Sacchi e Baresi, di Ancelotti e Pirlo finito nelle mani di uno spaccone da Bar Sport, Zlatan Ibrahimovic
Nemmeno le fervide menti degli sceneggiatori di "Black Mirror", la serie tv in cui la distopia regna sovrana, avrebbero potuto immaginare una caduta negli abissi così rovinosa per il glorioso Milan
Ripropongo in lettura libera a tutti l’articolo scritto il 26 febbraio 2025 per il mio profilo “Palla Avvelenata” su Substack.
“Il Milan è rock and roll”. “Siamo la nuova scuola”. “Cardinale è Wolf of Wall Street”. “Ho accompagnato Walker a Casa Milan: è stato incredibile”. Ibra racconta la stagione del Milan come un trionfo
In una sconcertante ma esilarante intervista concessa a GQ Zlatan Ibrahimovic dice che tutti parlano del Milan perchè il Milan sta facendo “qualcosa di grande”. Ad oggi pare sia ancora a piede libero
PAOLO ZILIANI
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FEB 26, 2025
Non ci si può credere. Nei giorni in cui il Milan naufraga a Zagabria fallendo una qualificazione diretta agli ottavi di Champions che aveva già in tasca, va ai playoff e si fa buttare fuori da una squadra, il Feyenoord, che prima della doppia sfida aveva indebolito acquistandone il centravanti, e in campionato completa lo sfascio facendosi bastonare dal Torino, incassando due gol che nemmeno nelle sfide Pio Albergo Trivulzio-Asilo Mariuccia e scendendo al 7° posto in classifica, che potrebbe diventare l’8° dopo il recupero di domani a Bologna, mentre questo film horror si consuma in casa del secondo club più titolato d’Europa dopo il Real Madrid, il suo dirigente faro, Zlatan Ibrahimovic, investito del ruolo dall’aspirante proprietario del Milan Gerry Cardinale, un uomo chiamato Calamità, trova il tempo per rilasciare una torrenziale, sconcertante, imbarazzante intervista alla rivista “GQ Italia” in cui, quasi ignaro delle disgrazie abbattutesi sul Milan a lui affidato (disgrazie sconosciute evidentemente anche all’intervistatore che pende dalle sue labbra e non ne fa cenno), in un crescendo di deliri ad occhi aperti tra le altre cose dice:
“Tutti parlano di noi. E se parlano di noi, significa che stiamo facendo qualcosa di grande. Una nuova mentalità. Il nostro management è giovane, internazionale. Gente con visioni diverse, ambizioni diverse: c’è fame. E questo è incredibile”.
(Avete letto bene. Al Milan Ibra & C. stanno facendo qualcosa di grande e tutti parlano di loro. Un anno fa il Milan arrivò secondo, oggi è settimo, hanno mandato via l’allenatore che doveva mandare il Milan sulla luna, il secondo ha le valigie pronte e il biglietto aereo per Porto già in tasca, gli acquisti estivi sono finiti al macero, quelli invernali stanno già floppando; e sì, è vero, tutti parlano del Milan. Ma ne parlano perchè Ibra & C. l’hanno precipitato in un baratro che fa paura).
“Non abbiamo paura. Questa è la nostra forza. Facciamo quello in cui crediamo, senza paura, senza limiti, facciamo le cose a modo nostro. Non guardiamo gli altri. Andiamo avanti, sempre. Qualsiasi muro troviamo davanti? Lo sfondiamo. E fidati di me: noi siamo il rock and roll. Puntando sempre ai risultati. Siamo la nuova scuola”.
(Il Milan è il rock and roll. E magari i tifosi, che non lo sapevano, saranno contenti. Sorge però il sospetto, vista la classifica, che chissà, forse il pop dell’Inter, il jazz del Napoli, il country dell’Atalanta, il noise della Juventus, il folk della Fiorentina e il liscio del Bologna siano meglio. Per non parlare del metal della Dinamo Zagabria e dell’acid jazz del Feyenoord. Perchè se il rock and roll del Milan che “punta sempre ai risultati” è questo, meglio il gospel. E se il Milan è la nuova scuola, rivogliamo i pennini e i calamai).
“Come in campo, anche qui il gioco di squadra è la cosa più importante di tutte. È quello che ho detto a Gerry Cardinale quando ho accettato di lavorare con lui. Gli ho detto chiaramente: ‘Non è più un one-man show. Non vengo qui per salvare nessuno. Se pensi che sia così, lasciamo perdere subito. Io non sono qui per salvare la situazione. Sono qui per imparare dagli altri e aiutarli a dare il meglio. Imparare. Aiutare. Teamwork”.
(Con tutto il rispetto: al Milan, che due anni fa fece una semifinale di Champions e un anno fa arrivò secondo, non c’era da salvare proprio niente. Gli allarmi stanno semmai suonando adesso e un salvatore occorrerebbe come il pane dopo i danni fatti dalla corte dei miracoli di Gerry Cardinale, capitan Ibra in testa. Capace solo di esibirsi in questo one-man show patetico, tutto tessera e distintivo, spacconate e nulla più)
“Sono uno che ama le grandi sfide. Quando faccio qualcosa, deve essere una cosa gigante. Altrimenti non sento l’adrenalina, la pressione. E io ho bisogno della pressione. Le cose normali non mi piacciono. All’inizio ho detto no, non sono interessato. Anche perché quando il mio agente Mino Raiola è venuto a mancare, un paio di anni fa, avevo l’opportunità di entrare nella sua azienda, diventare un procuratore. Ci ho pensato. E sono stato chiaro con Gerry: ho detto, ascolta, ho questa opportunità, e ho anche quella che mi stai offrendo tu, ma in realtà... non voglio nessuna delle due. Perché la mia vita in quel momento era bella così”.
(Oh mamma! Davvero non c’è una macchina del tempo che possa riportare Ibra a quel momento con qualcuno che provi a convincerlo che sì, ha ragione: la sua vita è bella ed è bella anche quella dei milioni di tifosi del Milan sparsi per tutto il mondo. Dunque, perchè cambiare rovinandola a tutti?).
“Non dipendevo da nessuno. Nessun orario da seguire. Nessuna sveglia alle sette. L’unico piano che avevo erano i miei due ninja, i miei due ragazzi, ed Helena. E poi ovviamente la vita a casa, gli allenamenti. E poi, cos’è successo? È stato Gerry, come ti dicevo. Lui spinge. Spinge forte. Ora capisco perché ha successo: non molla mai. È il vero Wolf of Wall Street”.
(Mannaggia la miseria! Ci mancava il vero Wolf of Wall Street. A togliere babbo Ibra ai ninja. E a far suonare la sveglia alle sette: solo a Ibra, perchè i tifosi dopo le notti insonni di questa stagione, di tutto hanno bisogno tranne che di una sveglia).
“E poi anche mia moglie mi ha detto: ‘Se ti conosco bene, so che dopo un po’ ti annoierai. Tu hai bisogno di una sfida. Vai, fai quello che devi fare e sii te stesso’. E lei mi conosce e bene. E no, non c’entrano i soldi. Perché io non sono pagato dal Milan, capito? Non sono un dipendente del Milan. Io lavoro per RedBird. Ma la mia responsabilità è chiara: portare l’AC Milan dove gli spetta. Vincere”.
(Proposta: visto che di portare il Milan al posto che gli spetta, cioè vincere, non se ne parla, e visto che lo stipendio gli arriva Red Bird, che ne direbbe Ibra di trasferirsi nella sede del fondo a New York per dare a Cardinale le idee giuste per portare il fondo Red Bird al posto che gli spetta, cioè a fondo?).
“La cosa a cui tengo di più è l’idea di unire questi due mondi, perché non c’è la squadra di là, a Milanello, e la società, qui, a Casa Milan. C’è solo una cosa, c’è solo il Milan. E io voglio unire questi mondi. È così che lavoriamo. Arriva un nuovo giocatore? Viene con me. Mi dicono: ‘Ibra, sarebbe bello se Walker visitasse Casa Milan’. Io rispondo: ‘Non ti preoccupare, visiterà ogni piano, e saluterà tutti. Lo farà’. E l’ha fatto. È stato incredibile”.
(Ora i tifosi saranno contenti: magari il Milan quest’anno finirà ottavo e a giugno sarà fuori non solo dalla Champions ma da tutte le coppe; però sugli almanacchi ci sarà un asterisco (*) che ricorderà: “Milan 8° ma Walker al suo arrivo ha visitato Casa Milan”. Ammettiamolo: sono soddisfazioni).
“Alla fine, il mio ruolo non conta. Quello che conta è il Milan. Noi vogliamo che il Milan abbia successo. Tutto quello che facciamo qui, lo facciamo per il Milan. Non c’è ego, almeno per me. L’ho detto, non è un one-man show. Preferisco stare nell’ombra, non voglio nemmeno prendermi nessun merito”.
(Scusi Ibra: merito de che?).
“Il Milan è la stella. Non io. Io sono qui oggi, sono qui domani, ok. Ma dopodomani? Magari non ci sono più”.
(Non si potrebbe anticipare da dopodomani a domani? Anzi, da che ci siamo, a oggi?)
“Oggi sono il bodyguard: se devono sparare a qualcuno, che sparino a me. Io voglio proteggere squadra e società. Non mi fa paura, perché io sparo due volte indietro. Quindi posso essere io il bersaglio”.
(Ma Ibra non deve fare il bodyguard: deve fare il dirigente. Se sta facendo il bodyguard - di se stesso e della corte dei miracoli del Wolf of Wall Street - significa che se tutti gli stanno sparando addosso come dirigente ha fallito).
“Quando i media parlano di me? Non mi tocca. Per 25 anni da calciatore mi hanno attaccato ogni giorno. Perché? Perché ero il migliore. Che parlino bene o male, se parlano di te significa che sei in cima al mondo. E qui è uguale: tutti parlano sempre del Milan. Perché? Perché siamo i più grandi”.
(Avvisare Florentino Perez: il Real Madrid ha vinto 15 Champions, è vero, ma qui tutti stanno parlando del Milan. Ergo, il Milan è il più grande. Parola del boss, Zlatan Ibrahimovic).
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