Un’operazione mediatica durata 24 ore basata su di una notizia falsa, lanciata non appena era evidente che Starmer non si sarebbe dimesso.
La campagna non va da nessuna parte. Viene facilmente debunkata e si spegne subito.
Ma per 24 ore l’intera catena dell’estrema destra britannica, rilanciata da M*sk con i sui 234 milioni di follower, si era messa in moto.
E il punto di queste operazioni (ormai praticamente quotidiane) non è quella di minare immediatamente il governo
ma di logorarne la percezione.
La campagna sparisce, ma in chi si è imbattuto anche solo casualmente o distrattamente in quei post resta un’impronta. Non un’opinione articolata, non una convinzione solida. Piuttosto una sensazione. Un dubbio. Una piccola crepa.“Forse non ce la raccontano giusta.”
È questo il vero risultato. Non la prova, ma l’ombra della prova. Non il fatto, ma il sospetto.
Ripetuto abbastanza volte, quel sospetto si sedimenta. Non importa che ogni singola storia venga smentita. L’accumulo produce un effetto più potente del singolo episodio. Si crea un clima. Una disposizione emotiva permanente verso la sfiducia.
La logica non è quella dell’attacco decisivo. È quella dell’erosione della fiducia in un governo in particolare e nella democrazia in generale, costruita a colpi di fake.
Ma chi paga davvero? Keir Starmer? No. Paga il popolo britannico. Ne risente la democrazia.
In questo articolo ho ricostruito, post dopo post, come è stata costruita questa campagna.